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Lunedì 22 Luglio 2019

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TEATRALIA

Santarcangelo e l'oracolo del teatro senza più mondo

Santarcangelo e l'oracolo del teatro senza più mondo

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C’è fame di nuove ritualità che costruiscano comunità momentanee, usa e getta, da consumare nello spazio di un festival. A questa riflessione si offre il festival Santarcangelo, nella direzione performativa e molto poco teatrale di Eva Neklyaeva e Lisa Gilardino in chiusura di triennio.

Da un lato il teatro è, nel suo compiersi, già rito, ma cosa succede se il linguaggio con cui il teatro racconta e mostra la vita non ci appartiene più o meglio non fa più mondo? Accade che il contesto possa più del testo sia come invito a partecipare sia come materia su cui reinventare nuovi riti… che poi questi si iscrivano nel segno del teatro è un puro accidente. Il contesto è stato determinante per Dragon rest your head on the seabed, progetto scenico di Pablo Esbert Lilienfeld e Federico Vladimir Strage Pazdirc.

Nella piscina del centro olimpionico di San Marino sei danzatrici di nuoto sincronizzato hanno messo in scena non tanto le loro abilità natatorie, quanto la visione dei loro corpi che divenivano segni bidimensionali nell'azzurro della piscina. L'illuminazione fa in modo che lo specchio d'acqua si offra ora come un delicato orizzonte azzurrino, ora come una sorta di magma nero. Le sei performer rischiano di perdersi in uno spazio troppo grande e il loro agire offre non più di una sorta di prova di resistenza. In questo caso il contesto fa l'evento, costruisce il rito della visione e dell'affollata partecipazione, ma trovarvi di più di questo appare troppo. Il dragone del titolo sta nello scomporsi e comporsi di quei sei corpi danzanti che vorrebbero essere la parte di un tutto che emerge dalle acque. In questo contesto di emersione di segni e di storie si pone l'altra anima del progetto per Santarcangelo delle due direttrici: usare i linguaggi performativi per svelare il non detto del quotidiano, per chiamare a raccolta  micro comunità in cerca di epifanie o semplicemente di narrazioni.

Cosi la comunità santarcangiolese diventa materia e ambiente d'azione per costruire o ri-costruire contesti di appartenenza. È questo il caso del progetto dedicato a Eva Britt Noemi e le azdore, ovvero le donne che dedicano tutte loro stesse alla cura domestica. L'artista svedese Markus Örn, chiamato da Silvia Bottiroli, ha connesso le azdore romagnole con la figura della nonna lappone Eva Britt Noemi nel segno di azioni liberatorie: dal rompere elettrodomestici nei luoghi pubblici di Santarcangelo, alla costituzione di una band rock di azdore. La sintesi di questo percorso di liberazione è ora il tempio delle azdore, una sorta di cappella votiva col ritratto della nonna lappone. Il rito sta nell'entrare nella cappella, installazione nelle scuole elementari, seguire il percorso fatto in quattro anni documentato con foto e memorabilia e alla fine giungere all'inginocchiatoio per rendere omaggio alla defunta Eva Britt, lasciando un messaggio sul libro degli ospiti, che poi verrà letto sulla tomba della nonna di Öhrn in Lapponia, a chiusura del percorso. A intrattenere gli spettatori\devoti due azdore romagnole che raccontano la loro vicenda di emancipazione con entusiasmo e orgoglio. In questo senso il coinvolgimento della comunità della azdore di Santarcangelo, per così dire, è il testo di un racconto esperienziale che cerca condivisione e un po’ di solidarietà politica.

E sempre il femminile è il tema di Lighter than woman di Kristina Norman. L'artista durante la sua residenza a Santarcangelo è andata in cerca di storie di badanti, la loro condizione di donne al servizio nei corpi doloranti, donne che gravitano intorno ai nostri cari, donne che vivono di sogni infranti, di fughe dai paesi dell'Est, ma anche desideri di rientrare a casa… mentre il tempo inesorabilmente corre via. Lo stesso tempo che Samantha Cristoforetti osserva dalla stazione orbitante intorno alla Terra, lei libera da quella forza di gravità che ancora le badanti alle loro assistite. Lighter than woman è una sorta di docudrama che propone allo spettatore un dato di realtà, ma non molto di più. Anche in questo caso il teatro è strumento maieutico per fare emergere narrazioni private che nel rito della condivisione performativa diventino patrimonio di tutti e forse di nessuno.

Nel segno di narrazioni come brandelli di realtà si pone il video in loop in un container in piazza Ganganelli in cui viene documentata il caso Juventa, il dramma delle migrazioni e delle fake news. C’è fame di racconti e parole che facciano mondo in questo Santarcangelo senza spettacolo, sulle soglie del cinquantesimo sempre e comunque alla ricerca. In questa tensione forse non resta che rivolgersi all'oracolo, alle parole polisemiche del sacro e delle arti divinatorie. Ci si ritrova tutti in fila per partecipare a Sparks di Francesca Grilli. Ai bambini e al loro essere sempre e comunque veri si affida la lettura della mano di ogni singolo spettatore. Al cospetto del suo piccolo veggente lo spettatore porge la mano, il bimbo abbassa la visiera del proprio cappellino e con le dita analizza il palmo della mano, fornendo indicazioni su carattere, predisposizioni affettive e consegnando ad ognuno un interrogativo la cui risposta risiede nel segreto del cuore di ognuno. La forza dei bimbi\oracoli è desituante e forse porta a sintesi la necessità che la parola torni a farsi poesia, non semplicemente per dire il reale ma per fare e trasformare il mondo come solo la poesia e il teatro possono fare.

11 Luglio 2019