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IL MEDICO RISPONDE. IL VIDEO

Con l’educazione emotiva cresce la salute psicologica

Riconoscere ciò che si prova aiuta bambini e ragazzi a dare senso alle esperienze e a orientare le scelte. Fondamentale il ruolo della famiglia

Cinzia Franciò

Email:

cfrancio@laprovinciacr.it

01 Febbraio 2026 - 05:25

CREMONA - Protagonista della rubrica ‘Il medico risponde’ è la dottoressa Claudia Fardani, psicologa e psicoterapeuta dell’UO di Psicologia clinica che opera presso la Neuropsichiatria infantile dell’Asst di Cremona.

Perché è importante parlare di emozioni e di educazione emotiva?                                                                  «Parlare di emozioni e di educazione emotiva è un tema molto attuale. Esiste un’ampia letteratura che in passato si è occupata e continua a occuparsi di questa tematica da diversi punti di vista: psicologico, sociale e pedagogicoLe emozioni sono una parte che ci riguarda costantemente: sono il motore che ci permette di conoscerci, di vivere le esperienze e di attribuire loro un significato e un valore. Allo stesso tempo, guidano le decisioni e influenzano il modo in cui stiamo nella relazione con gli altri. Nel momento storico, culturale e sociale che stiamo attraversando, parlare di emozioni diventa un elemento imprescindibile. Molte relazioni passano oggi attraverso il virtuale e questo riduce l’esperienza diretta dello stare con gli altri. A ciò si aggiunge il flusso continuo di informazioni che spesso raccontano comportamenti violenti e aggressivi, generando talvolta una sensazione di anestesia emotiva. Diventa necessario riportare l’attenzione sull’importanza delle emozioni e dell’educazione emotiva. L’educazione alle emozioni è un processo che deve iniziare quando i bambini sono molto piccoli e proseguire durante la crescita. È un aspetto fondamentale perché consente di lavorare sulla consapevolezza di sé, sul riconoscimento di ciò che si prova e sulla capacità di dare un significato alle situazioni. Favorisce inoltre lo sviluppo della prosocialità e dell’empatia, cioè la capacità di mettersi nei panni degli altri per comprendere cosa provano e cosa pensano. In questo percorso la scuola ha un ruolo importante, ma non è l’unico attore: il primo contesto educativo resta la famiglia, dove avvengono le principali fasi di accudimento e crescita, dove i bambini imparano a riconoscere, regolare, gestire le emozioni.

Quale ruolo ha l’educazione emotiva in un’ottica fisiologica ed evolutiva?                                                                «In un’ottica evolutiva e fisiologica, l’educazione emotiva ha un ruolo estremamente rilevante. Educare alle emozioni significa permettere a bambini e ragazzi di riconoscere i propri vissuti, di attribuire loro un valore e di validare anche quelle esperienze che vengono spesso definite come ‘emozioni negative’, quali paura, rabbia, frustrazione o insoddisfazione. È importante insegnare a stare anche in queste situazioni, considerandole esperienze normali del proprio vissuto, capaci di favorire apprendimento e crescita. Questo è un passaggio centrale per il benessere e la salute mentale. Può capitare, ad esempio, che un ragazzo in un momento di insoddisfazione dica di sentirsi depresso. In questi casi è fondamentale aiutarlo a usare termini adeguati e a dare il giusto peso a ciò che sta provando: può trattarsi di tristezza o insoddisfazione legate a momenti specifici della vita, non di uno stato pervasivo. L’educazione emotiva aiuta così bambini e ragazzi a costruire un senso di sé. Anche in questo ambito la scuola è importante, ma il ruolo peculiare spetta alla famiglia. Fin dai primi giorni di vita, attraverso il pianto e gli stati emotivi primari, si lavora sulla regolazione emotiva. Con la crescita, questa regolazione diventa sempre più complessa ed è in famiglia che bambini e ragazzi vengono accompagnati a gestire le proprie emozioni».

Gestire le emozioni: a cosa serve?
«Serve a non farsi travolgere da esse, ma a utilizzarle in modo funzionale per agire e decidere come reagire alle situazioni. Significa mantenere un atteggiamento lucido e non giudicante, valutando anche le conseguenze che i propri comportamenti possono avere su di sé e sugli altri».

Quando diventa necessario il ruolo dei servizi sanitari?
«Finora si è parlato di emozioni in un’ottica fisiologica, legata alla crescita e alla vita quotidiana, anche in età adulta. Esistono però situazioni in cui le emozioni possono risultare eccessivamente amplificate oppure, al contrario, appiattite. In questi casi è importante cogliere i campanelli d’allarme di un disagio o di un malessere psicologico e valutare la necessità di rivolgersi ai servizi sanitari che si occupano di salute mentale. L’obiettivo è aiutare le persone a riconoscere il disagio e a regolare le emozioni attraverso interventi e strategie mirate».

Quali sono i principali campanelli d’allarme?
«I segnali di allarme riguardano la difficoltà ad affrontare le normali attività della vita quotidiana. Può trattarsi della scuola in età evolutiva o del lavoro in età adulta, quando emerge un marcato disagio nel gestire la quotidianità e nel mantenere le attività abituali».

La rubrica, realizzata insieme ad Asst di Cremona, può essere ascoltata anche sul sito internet del quotidiano La Provincia di Cremona e di Crema e sul suo canale YouTube.



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