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22 aprile 1952

La V Coppa Dondeo

raccontata dalla poesia di Fiorino Soldi

Annalisa Araldi

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aaraldi@publia.it

22 Aprile 2021 - 07:00

La V Coppa Dondeo

La gara è salita ad importanza nazionale

Grande sagra del ciclismo cremonese è ormai diventata la «Coppa Dondeo» che per la quinta volta si è disputata a Cremona domenica scorsa e che è salita ad importanza nazionale perchè valevole per la selezione del «Criterium dei giovani» indetto dalla «Gazzetta dello Sport». Una sagra di colori e di folla che ben degnamente si inquadra nella rinascente primavera e nel magnifico tracciato che dalla pianura porta alle colline piacentine. Un grande nastro d'asfalto da Cremona ad Alseno ed una strada polverosa e malandata da Bacedasco a Castell’Arquato, lunghi rettilinei e ripide salite hanno formato il terreno di battaglia per il centinaio di giovanissimi aspiranti campioni che in due ore e mezzo hanno percorso i 95 chilometri alla media di 38 all'ora.

Una carovana multicolore si è sfiata dalle prime ore della mattinata lungo la strada che solcava paesi appena svegli e campi verdeggianti di messi; dominavano le maglie rosse cerchiate di bianco della schiera del Club Ciclistico Cremonese e poi quelle gialle dell'Erbitter Gavardo e quelle verdi dei bresciani e quelle arancione dei piacentini e quelle azzurre dei parmensi e poi la maglia bianca fasciata dal tricolore del piccolo campione italiano Regonini vincitore della Coppa Adriana. Uno spettacolo da film in tecnicolor che metteva in subbuglio i piccoli paesi ed animava vecchi e donne come un richiamo di fiera. Che dire di San Pedretto, dove gli uomini con la faccia insaponata rimasero a guardare i corridori ed i barbieri, con le tonache bianche, disbrigarono il servizio di ordine?

In testa alla carovana marciava in motocicletta Nino Dondeo il figlio di quell'Attilio Dondeo che non contento di aiutare nei momenti brutti e belli il C. C. C ha voluto anche aprire questa magnifica gara che al suo nome giustamente si intitola. A metà carovana troneggiava su una «topolino» scoperta quella strana ed ormai proverbiale figura di Dodi che sogna di dirigere un Giro d'Italia e che sta bene soltanto quando tiene in mano la paletta di segnalazione. Poi Bongiovanni ed Alquati, altri instancabili dirigenti del C. C. C. ed in ultimo (ma solo in questa carovana), il giovane presidente del C. C. C. quel Gianfranco Ferrari che dal padre commendator Bruno ha ereditato la bontà verso ogni manifestazione bella e che si è messo a dirigere questo vecchio circolo e ciclistico con una giovanile passione che lo onora. Più in disparte della lunga fila di macchine, l'ex campione Pierino Favalli che adesso sogna i trionfi della sua poderosa squadra di giovani corridori e poi il figlio di Learco Guerra sulla giallissima macchina della sua casa.

Queste considerazioni sono state fatte durante la prima parte della corsa, quando il gruppo. fino ad Alseno (chilometri 40), rimase compatto e la fantasia ebbe campo di sbrigliarsi e qualche mano di agitarsi a salutare le immancabili ragazze tifose, od a gustare lo spettacolo di una Fiorenzuola rivoluzionaria dove numerosi partecipanti ad un comizio politico improvvisamente scapparono dalla piazza sullo stradale a vedere passare i corridori e la voce di un lontano oratore sembrava l'eco di un fantasma che parlava nel deserto.

Dopo Alseno finirono le fantasie e cominciò la corsa. Eravamo entrati in piana bagarre; una specie di «inferno del nord» dove il polverone accecava, il sole incendiava ed una orribile strada tutta sassi e buche decimava corridori su corridori, mentre in testa si organizzavano le prime fughe in vista delle rampe di Bacedasco. Uno spettacolo che  aveva un certo sapore di tristezza perchè è sempre triste vedere dei corridori salire sul grande camion con le biciclette a spalla. Con una serie di audaci acrobazie Gianfranco Ferrari che ci ospita sulla macchina risale man mano i concorrenti già sgranati sui voltanti della salita. Una fila lunga un chilometro di gente che spinge, che urla, che invoca chissà chi. Chi cade e chi fora, chi grida «acqua!» e chi invece sale con una disinvoltura da far meravigliare.

In cima al traguardo della montagne arrivano ragazzi irriconoscibili, dal volto divenuto una maschera di polvere e sudore: il più bravo ha lo stile di un campioncino: Terenzio Bergonzi, del C. C. C.; poi passa Franco Marchesini quindi a ruota un altro cremonese, Aldo Ferrara e poi, più staccati, Mori, Manelli, Regonini, Campesi, Moretti, Bandera, Soldi. Si scende a precipizio nella lunga discesa su Castell'Arquato che appare, laggiù, come un luminoso scenario di antico presepe…

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