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9 novembre 1960

Ultima ora: Nixon o Kennedy?

Il commento di Fiorino Soldi sull'esito delle amministrative italiane

Annalisa Araldi

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aaraldi@publia.it

09 Novembre 2020 - 07:00

Ultima ora: Nixon o Kennedy?

Nixon o Kennedy?
NEW YORK, 9 mattina. —  Si è svolta ieri la campagna elettorale americana per eleggere il Presidente degli Stati Uniti, 34 senatori, 437 membri della Camera dei Rappresentanti, una decina di governatori di Stati e migliaia di funzionari locali, giudici, sceriffi, funzionari municipali, ecc. La grande attesa non solo degli americani, ma del mondo intero riguarda il nome del successore di Eisenhower: Nixon o Kennedy?

L'affluenza alle urne è stata eccezionale e tutto si è svolto regolarmente. Di ora in ora, mentre procedono gli scrutini, la gente, che non dorme stanotte, affolla le strade e le piazze delle grandi città.

Ecco le ultimissime notizie. Il Partito Democratico si è già assicurato la maggioranza al Senato, conquistando i primi 9 dei 34 seggi in palio raggiungendo cosi un totale di 52 seggi su 100.

Il calcolatore elettronico della «National Broadcasting Company» indica vincente Kennedy. Sulla base del 3% circa dei voti espressi il cervello elettronico prevede che Kennedy raccoglierà il 51,1% dei voti e Nixon il 48,9°/o.

Al termine del conteggio del 4°/o dei voti Kennedy si è assicurato il 52% dei voti scrutinati contro il 48 a Nixon. Allo stesso momento, nelle elezioni del 1956, Eisenhower aveva il 55% e Stevenson il 45%.

Alle 02,00 la situazione dei due partiti per le elezioni alla Camera era la seguente: Democratici eletti 73, Repubblicani eletti 4.

Prima delle elezioni la Camera era composta da 280 democratici e 151 repubblicani. Sei seggi erano vacanti. Alle ore 3,15 la situazione dei due candidati era la seguente: Kennedy 3.017.498. Nixon 2.759.936. Kennedy ha finora ottenuto 250 voti elettorali e Nixon 200.

 

Italia. Vincitori e vinti
Queste elezioni amministrative hanno avuto, per diretto intervento dei partiti, con tutto il peso dei loro apparati, «un profondo ed impegnativo significato politico»; queste elezioni locali sono state intese, dai diretti responsabili delle vicende italiane, come una «indiretta consultazione politica di importanza nazionale». A destra, a sinistra, al centro, da ogni parte è stato proclamato (e su tale piano l'accordo è stato unanime) che dai risultati delle elezioni sarebbero emersi «orientamenti validi per la politica interna, dentro e fuori dal Governo».

Adesso che le consultazioni sono finite e che i risultati sono stati diffusi, assistiamo al più incredibile spettacolo tipico di una partitocrazia: tutti i «leaders» dei partiti cantano vittoria, tutti sottolineano ragioni particolari di successo giustificando come marginali determinati insuccessi; tutti sono presi dall'euforia di analizzare e sezionare risultati, con tabelle, dati comparativi, raffronti statistici, in modo da arrivare sempre ad una «conclusione positiva».

Non saremo certo noi a chiedere, ad esempio, all'onorevole Moro (che ha detto: «Questa vittoria è vittoria di tutta la DC») come mai trascura un fatto così politicamente eccezionale di una perdita di quasi un milione di voti, con una percentuale negativa, rispetto al 1953, del 2,1 per cento; né disturberemo Reale chiedendogli come mai si dichiara «soddisfatto» quando è ormai palese a tutti che il PRI sta per terminare il suo ciclo storico (almeno se i suoi regressi saranno così sempre proporzionali all'aumento degli eiettori); né vogliamo sapere da Covelli perchè si dichiara «obiettivamente tranquillo» dopo questa seconda «frana» del suo partito che dovrebbe impensierire ogni monarchico.

Ci sembra che i risultati di queste elezioni siano già in partenza falsificati da comode interpretazioni polemiche che certamente non giovano a quella «chiarificazione» che era l'obiettivo fondamentale della chiamata alle urne secondo gli apparati dei nostri partiti. Non vogliamo certo che si trascurino alcuni dati concreti di fatto, come l'aumento dell'1 per cento dei social democratici o dello 0,5 per cento dei liberali, fattori che lo stesso Fanfara, oltre a Saragat e a Malagodi, ha rilevato come «indice del rafforzamento della attuale maggioranza governativa». Né va trascurato quello che Michelini chiama «novembre in tricolore» e che è stato tradotto in un aumento di voti per il MSI dell'1,3 per cento.

Quello che ci preme sottolineare, come primo e più drammatico verdetto delle urne, è l'aumento considerevole di voti del Partito Comunista. Non abbiamo interessi di parte da difendere e riteniamo quindi nostro dovere analizzare freddamente questo responso elettorale poiché onestamente bisogna dire che i vincitori delle elezioni sono loro, i nemici della democrazia. Qualcuno obietterà che un aumento di percentuale dell'1,5 per cento dei comunisti non è poi molto se si considerano le nuove leve degli elettori; altri rileveranno che all'affermazione del PCI corrisponde il notevole regresso del PSI, nonostante lo sbandierato apporto dei radicali ancora una volta fedeli alla loro funzione di guastafeste.

Possono essere opinioni accettabili, nessuno lo mette in dubbio; ma Ci si consenta, mentre tutti i partiti sono occupati a contare i propri voti, ad analizzare composizioni di giunte «facili o difficili», che almeno qualcuno possa gridare il primo allarme.

Sarebbe vano e controproducente il tentativo di trascurare una delle indicazioni più drammatiche di queste elezioni: l'aumento dei voti comunisti. Il fatto che ancora una volta il tradizionale «argine» abbia tenuto, non dispensa dal guardare con preoccupazione l'ondata di piena che avanza sempre più minacciosa.

I risultati elettorali, ecco dove intendevamo arrivare, costituiscono un grave monito  per la democrazia italiana e per lo stesso Occidente. Il Partito Comunista non solo è riuscito a conservare una formidabile «presa» sul proprio elettorato, ad onta di ogni «miracolo italiano», di ogni aumento del tenore di vita della popolazione e di ogni scomunica ecclesiastica, ma ha potuto usufruire dei benefici della libertà per rafforzare ed aumentare le sue file. Tutto ciò accade mentre, di fronte alla compattezza del PCI, si oppone il frazionamento dell'elettorato anticomunista.

Dovrebbero fare un serio esame di coscienza i sei partiti che si proclamano anticomunisti e che non perdono occasione per aggravare contrasti e preclusioni di ogni genere, amando il metodo delle fazioni medioevali quando, per l'assurdo urto tra guelfi e ghibellini, gli stranieri avevano modo e ragione di dominare le nostre città. Troppo spesso i partiti non comunisti perdono di vista, tra una campagna elettorale e l'altra, l'estrema e crescente gravità del pericolo marxista per ricordarsene soltanto alla vigilia del voto quando è ormai tardi per bloccare il processo sovversivo del PCI e dopo averne magari, come nel caso dello scorso luglio, assecondato il gioco dando corpo al fantasma di un presunto pericolo totalitario di destra quando è a tutti palese, e basta varcare la frontiera di Gorizia per convincersene, che le dittature europee sono soltanto vestite di rosso.

È tempo di un serio esame di coscienza da parte di chi ha almeno ancora la coscienza di una responsabilità politica degna di tal nome; il problema più urgente del nostro Paese è la difesa della libertà: non c'è altro programma politico più alto ed impegnativo di questo. L'Italia sta gradualmente distruggendo quel «margine di sicurezza» realizzato il 18 aprile 1948: occorre suonare l'allarme prima che sia troppo tardi, prima che ci accada magari il brusco risveglio, dopo una consultazione elettorale, di vedere la milizia popolare agli ingressi dei pubblici palazzi.
FIORINO SOLDI

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