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7 ottobre 1966

Un giorno sul confine con l'Austria

con alpini, carabinieri, guardie di finanza e di P. S.

Annalisa Araldi

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aaraldi@publia.it

07 Ottobre 2020 - 07:00

Un giorno sul confino con l'Austria

Sono in «servizio» di ordine pubblico - Si vive come in trincea, si va di pattuglia lungo un confine che è triste veder chiuso da reticolati, si fa la guardia sul serio - Questa è la vita di centinaia di nostri giovani - I turni sono lunghi - Poesia e ragioni pratiche

CONFINE NORDORIENTALE, 6. — Il mondo è distante, i giornali arrivano il giorno dopo; arriva tempestivo, immediato e frenetico soltanto l'allarme, anche per una sparatoria lontanissima Allora il distaccamento di frontiera, arrampicato su un cocuzzolo che sfiora i tremila metri, in pochi istanti si anima e gli alpini e i carabinieri vanno ai loro posti di servizio.

Guerra? No, niente guerra, soltanto ordine pubblico. La sigla «OP» (ordine pubblico) rappresenta da qualche anno una «destinazione» per i militari di stanza in Alto Adige: qualcosa come, sia pure con le debite proporzioni, il «fronte» durante la guerra. Andare in OP significa lasciare le caserme, il servizio di sentinella «formale» davanti al grande portone, lasciare la comoda libera uscita serale, l'appuntamento al bar o allo spaccio militare; lasciare anche le scomode «corvees» e le dure marce di addestramento. C'è soltanto una lunga marcia da fare, quella per arrivare lassù al distaccamento. Poi, assieme a pochi compagni, a un ufficiale, si vive come in trincea, si va di pattuglia lungo un confine che è triste vedere chiuso da reticolati («Come nel '15-'18» dice un ufficiale), si fa la guardia sul Meno in un abitacolo tutto imbottito di sacchetti di sabbia con una vera e propria feritoia.

Questa è la vita che centinaia e centinaia di nostri ragazzi — alpini, carabinieri, guardie di finanza e guardie di P.S. — conducono nelle decine e decine di distaccamenti e rifugi d’alta montagna al confine italo-austriaco. Si comincia in primavera avanzata, quando ancora metri di neve ricoprono le baracchette, alcune risalenti al vecchio «vallo del Littorio». Dapprima si comincia con l’operazione di «bonifica», per evitare tragiche sorprese e agguati alla dinamite. Poi il distaccamento viene organizzato, rifornito, collegato via rado al comando e vi giunge il primo turno di militari.

Sono turni piuttosto lunghi: le disponibilità di gente addestrata, che sappia mantenere i nervi saldi (non si possono  mandare quassù reclute con pochi giorni di vita militare) non sono molto larghe. Accade talvolta che alla scadenza del periodo prescritto l’ufficiale rivolga un discorsetto ai suoi uomini: «Ragazzi, dovete capire, abbiate pazienza, si tratta di attendere ancora un po’…».  Di solito i «ragazzi» capiscono: l'atmosfera quassù sin dal primo giorno si è fatta semplice, cordiale, spoglia di formalità; ognuno si è assunto un incarico: chi porta legna, chi accudisce alla cucina, chi bada ai cani, chi aggiusta e pulisce le armi, chi tiene un po' in ordine le piccole camerate, chi bada alla radio. La vita è regolata — come a bordo delle navi — dai turni di guardia; non c'è sveglia, non c’è ritirata. Alla sera tutti, dopo il pasto, stanno insieme nella piccola calda cucina. Qualcuno canta, spesso si chiacchiera. Poi, senza che nessuno glielo dica, un militare si alza, indossa la pesante giacca a vento, prende la carabina, le giberne e «va di pattuglia», o va a sostituire la sentinella. Così tutte le notti, così tutti i giorni.

«Ragazzi, abbiate pazienza, c'è da attendere ancora qualche giorno per il cambio». Questo discorsetto qualcuno lo accoglie anche con soddisfazione. Gente abituata a vivere in montagna, gli alpini amano forse inconsapevolmente, la solitudine, i fantasmagorici spettacoli dei tramonti e delle albe sulle vette, la poesia del freddo e della prima neve. E ci sono - non va nascosto - anche ragioni pratiche: quassù non si spende una lira, c'è qualche soldo in più di indennità (5 mila lire ogni decade), si può risparmiare e mandare un vaglia a casa. Altri, e non pochi, ne approfittano senza che il servizio possa essere pregiudicato, per riprendere i libri in mano: un distaccamento è comandato da un sottotenente di Catania, studente del quarto anno di geologia. Nella sua stanzetta (un letto e un tavolino) fanno contrasto i trattati scientifici con le fotografie di sedici terroristi attaccate alla porta «nell'eventualità che…».

Ogni distaccamento, ogni rifugio a ridosso del confine ospita, in cordiale convivenza, alpini e carabinieri. I carabinieri hanno il compito di polizia giudiziaria, gli alpini di sorveglianza militare. Gli uni e gli altri escono in pattuglia insieme e insieme affrontano i rigori di un clima che a tremila metri di quota, sia pure d'estate, è sempre crudo specialmente di notte; insieme affrontano, anche i rischi di questo difficile confine dove tante belle parole come pace, comunità, civiltà e fratellanza, assumono fatalmente significati perlomeno ambigui. Eppure talvolta — e si è verificato spesso soprattutto la scorsa estate — proprio questi uomini che rischiano ogni notte d'essere colpiti alle spalle da un cecchino annidato nel buio, o dilaniati da una carica di «donarite», si prodigano per soccorrere alpinisti smarriti non sempre connazionali, esponendosi con abnegazione anche al rischio di un agguato. Il grido di «hilfe, hilfe» (aiuto, aiuto!) non è mai lasciato senza risposta, anche se severe disposizioni di sicurezza militare e certi precedenti forse potrebbero consigliare altri atteggia metti.

Il «civile» che è giunto quassù ha finito la sua missione e si accinge a ritornare a valle. È guardato un po' con curiosità dai militari che si apprestano a una nuova giornata, divisa in tanti turni di guardia, forse un po' di diffidenza (facile abbandonarsi alla retorica della montagna, in questi casi): forse un po’ di invidia perchè «la valle», la sospirata licenza, sono ancora lontane. «Mi raccomando»— dice un giovane alpino — dite che ci troviamo bene, le nostre famiglie non  debbono stare in pensiero. E stiamo veramente bene. Poi viene presto la neve e tutti si vien giù».

Dallo Stelvio, al confine di Prato Drava, in questa linea difficile e agitata oltre i 2500 metri di quota, il servizio militare vien fatto così, oggi, nell'anno 1966.

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