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IL PUNTO

L’alfabeto delle emozioni antidoto contro i bulli

Leonardo Bonucci racconta l’esperienza di un’aggressione subita da adolescente. Numeri allarmanti, difficoltà nel gestire gli stati d’animo e percorsi di sostegno psicologico mostrano quanto sia fondamentale aiutare ragazzi e famiglie a superare il disagio emotivo

Paolo Gualandris

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pgualandris@laprovinciacr.it

08 Febbraio 2026 - 05:25

L’alfabeto delle emozioni antidoto contro i bulli

«Andavo sul corso a fare la passeggiata, erano le prime volte che uscivo da solo. C’era questo ragazzo che mi dava fastidio da un po’ e quel pomeriggio ebbi la sfortuna di trovarmi da solo. In quel momento mi portò in un vicolo e minacciandomi con un'arma in mano, mi chiese tutti i soldi che avevo e ordinò di non parlarne con nessuno. Fu un momento difficile, ma fu anche la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Da lì in poi ebbi la rabbia di aver subito un’ingiustizia che mi ha fatto crescere. Ho reagito in modo positivo, non chiudendomi, parlando con amici e genitori e quello è stato un modo per superarlo».

È l’esperienza di Leonardo Bonucci, calciatore notissimo, difensore con nel palmares nove scudetti (uno con l’Inter e otto con la Juventus) nonché campione d’Europa con la Nazionale. È conosciuto come un giocatore coriaceo, di fortissima personalità. Eppure anche lui, nella sua adolescenza, è stato vittima di un bullo. Chi l’avrebbe mai detto?

Un fenomeno, quello del bullismo — fisico, psicologico o cyber che sia — che può riguardare tutti, che genera ansia e paure in chi lo subisce ma che può anche stravolgere l’esistenza del prepotente che lo pratica. Le cause che portano al bullismo sono difficili da individuare e generalmente hanno un’origine profonda: possono andare da una mancanza di controllo degli impulsi a problemi di gestione della rabbia, essere legate più a sentimenti di gelosia o invidia, o, molto spesso, a un sentimento di inadeguatezza. Vittima e carnefice sono accomunati dalla necessità di imparare a gestire le proprie emozioni.

In questa condizione, spesso drammatica, sono in tanti. La sola Neuropsichiatria Infantile di Cremona ha in carico 4.500 ragazzi faticosamente in cerca di dare un nome alle proprie emozioni.

In Lombardia, come ha ricordato di recente Guido Bertolaso, assessore regionale al Welfare, in un anno sono state effettuate oltre 140mila visite di neuropsichiatria infantile, il numero più alto mai registrato, con una domanda raddoppiata negli ultimi 15 anni. Un impegno decisivo, quello della Neuropsichiatria infantile, nel tentativo di riportare serenità nella vita dei giovanissimi turbati anche dal fenomeno bullismo. «Chiedere aiuto e farlo presto è importante: così come per un dolore fisico ci si rivolge a una medico, anche il disagio emotivo merita attenzione e cura», ha ricordato l’educatrice professionale Arianna Bellandi incontrando nei giorni scorsi gli studenti delle scuole cittadine insieme al collega Luciano Adamo.

Ieri è stata la decima Giornata nazionale contro bullismo e cyberbullismo, fenomeno che ha riguardato moltissimi dei ragazzi che si sono rivolti agli specialisti dell’Asst. Secondo i dati Istat del 2025, in Italia circa un adolescente su cinque tra gli 11 e i 19 anni è vittima di bullismo o cyberbullismo con atti di prevaricazione continuativa. Un milione di ragazzi: una cifra spaventosa. Il fenomeno è in aumento, con offese, insulti ed esclusione sociale più frequenti tra gli 11-13enni e nelle aree del Nord, ma si registrano già a sette anni casi di violenza e prevaricazione. In terza elementare! Secondo i risultati dello studio Espad©Italia 2024 tre ragazzi su dieci confessano di aver agito come cyberbullo almeno una volta. Le forme di aggressione più comuni includono insulti nelle chat di differente genere e modalità: più dirette e pubbliche tra i ragazzi, più indirette e relazionali tra le ragazze. Le quote rosa sono tutt’altro che estranee al fenomeno. Chi scrive è giurato in un concorso letterario riservato a studenti delle scuole medie di primo e secondo grado organizzato a Crema. Sono arrivati una novantina di racconti dal territorio ma pure da molte regioni italiane. La lettura è per certi versi sconvolgente. Prevalgono solitudine, paure, insicurezze nel rapporto con gli altri, per lo più dovute al fatto di essere vittime di bulli, a scuola come nello sport e nel tempo libero. I più ammettono di tenersi tutto dentro testimoniando difficoltà nel relazionarsi non solo con i coetanei, ma anche con gli insegnanti e, soprattutto, in famiglia. Finisce che i protagonisti di questi racconti, nei quali non è affatto sbagliato individuare gli autori stessi, si chiudono a riccio nella consapevolezza e nel dolore di essere ‘trasparenti’ per gli altri. Molti ammettono di essersi autoimposti comportamenti omologanti alla maggioranza, forzati rispetto al proprio sentire più intimo, con l’obiettivo di venire accettati. Spesso c’è il lieto fine, la ribellione a quella situazione, ma dalla scrittura si evince che si tratta più di speranza che di realtà. Il coinvolgimento emotivo quando raccontano del disagio è assai evidente, quello del finale lo è molto molto meno. A parziale rassicurazione c’è che i giovanissimi, cioè gli studenti delle medie inferiori, appaiono più positivi dei loro colleghi delle superiori. Un quadro su cui riflettere, in cui vengono messi in discussione oltre che i rapporti tra i ragazzi stessi, quelli con le famiglie, con la scuola. Cioè con i presidi educativi che dovrebbero tutelarli e aiutarli a emergere dal disagio.

La legge 17 maggio 2024, n. 70 in vigore dal 14 giugno 2024, introduce disposizioni stringenti per la prevenzione e il contrasto di bullismo e cyberbullismo, obbliga le scuole ad adottare un codice interno prevedendo un servizio di supporto psicologico. Molte scuole del territorio lodevolmente sono andate oltre l’obbligo di legge individuando percorsi originali puntuali a sostegno dei ragazzi nel percorso della consapevolezza di sé e delle proprie emozioni. Un compito delicato ma necessario, in cui il momento più difficile è farli uscire da quella che Claudia Fardani, psicologa e psicoterapeuta dell’Unità operativa di Psicologia clinica che opera in Neuropsichiatria infantile dell’Asst di Cremona, ha definito «anestesia emotiva» parlando con la nostra Cinzia Franciò nella videorubrica ‘Il medico risponde’, tutt’ora online sul sito.

Ai più giovani serve una guida per gestire le emozioni, «per non farsi travolgere da esse, ma utilizzarle in modo funzionale per decidere come reagire alle situazioni. E mantenere un atteggiamento il più possibile lucido e non giudicante, valutando anche le conseguenze che i propri comportamenti possono avere su di sé e sugli altri», per dirla ancora con le parole di Fardani. Ai molti genitori che temono lo stigma sociale se i propri figli decidono di rivolgersi agli specialisti di questi percorsi, vale la pena di ricordare un concetto molto semplice: avere un ragazzo che sceglie di dare un ripasso all’alfabeto emotivo non è sintomo di debolezza ma, al contrario, di grandissimo coraggio. Dunque da sostenere a prescindere.

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