L'ANALISI
01 Febbraio 2026 - 05:30
«Ho provato a contare le procedure indispensabili per costruire un asilo prefabbricato: sono 117. Quattro mesi per tirar su l’asilo e due anni per far girare tutte le carte». Lo diceva sconfortato Aldo Aniasi da sindaco di Milano, città che ha gestito dal 13 novembre 1967 al 12 maggio 1976, dopo essere stato assessore. Quindi amministratore di lungo corso. La burocrazia in Italia è storicamente un male endemico, una zavorra per l’economia, in grado di inquinare il normale funzionamento della democrazia e delle imprese. Nonostante l’era digitale, il Paese continua a soffrire di un eccesso di regole (siamo la patria del diritto, che spesso però si trasforma in regole e vincoli assurdi), lungaggini che rallentano la crescita e scoraggiano l’imprenditorialità, in particolare tra i giovani. Secondo Confartigianato, la burocrazia ostacola il 74 per cento delle imprese italiane, configurandosi come una onerosa tassa occulta. Le stime indicano un costo burocratico per il sistema produttivo fino a 43-57 miliardi di euro all’anno. Un dato rende plasticamente il senso del fenomeno: nel solo 2024 sono state prodotte oltre 35mila pagine di gazzette ufficiali, generando una sovrapproduzione normativa spesso contraddittoria, che assilla tutti i settori e ostacola, in particolare, lo sviluppo. La conferma arriva da una freschissima indagine della Cgia di Mestre: in Italia servono in media oltre sei mesi e mezzo – ben 198 giorni – per ottenere una concessione edilizia per costruire un capannone commerciale. Un tempo molto significativo se confrontato con gli standard europei, fa peggio di noi il solo Portogallo. L’Italia resta un Paese condizionato dalla lentocrazia dei burosauri.
Secondo le stime degli esperti, nelle grandi aree urbane il quadro peggiora ulteriormente: in Lombardia si sale a 7,2 mesi, pari a 220 giorni. Ancora più critico, viene sottolineato dalla Cgia, è il fronte della giustizia civile, in particolare per quanto riguarda le procedure di insolvenza. Il dato nazionale parla di una durata media di 36 mesi, ovvero 1.095 giorni, per arrivare alla liquidazione di un’impresa insolvente. Ma anche in questo caso le medie nascondono squilibri profondi. A Milano e in Lombardia, territorio cuore finanziario e produttivo del Paese, le imprese segnalano tempi che arrivano a 75 mesi, oltre sei anni: 2.281 giorni di attesa per arrivare a sentenza. Una eternità. Con tutta evidenza, si tratta di tempi decisamente incompatibili con le esigenze di un’economia moderna, che richiede rapidità nella riallocazione delle risorse e certezza delle regole. Il quadro non migliora se si guarda alla risoluzione delle controversie commerciali: servono in media 600 giorni, circa 20 mesi, per chiudere una disputa tra imprese. Ritardi che incidono direttamente sui costi operativi delle aziende, aumentano il rischio d’impresa e spingono molte realtà a rinunciare a far valere i propri diritti. Non esattamente quel che ci vuole per fare fronte alle dinamiche di un mondo in cui la competizione è totale, dove oltre alle competenze viene richiesta velocità di esecuzione oltre che rapidità nelle decisioni. Soprattutto in questi ultimi anni, in cui le tensioni geopolitiche generano crisi e chiamano gli imprenditori così come le pubbliche amministrazioni a reazioni e cambiamenti veloci e costanti se vogliono sopravvivere. Il sistema delle imprese, ma anche la vita dei cittadini, è invece nelle mani della lentocrazia, espressione ironica coniata a fine degli anni Sessanta del secolo scorso per mettere all’indice le lungaggini procedurali che rallentano non solo l’espletamento delle pratiche burocratiche ma, più in generale, il funzionamento della pubblica amministrazione. Secondo lo studio ‘Subnational Business Ready in the European Union 2025’, sulla base di un campione rappresentativo di oltre 1.216 imprese intervistate in Italia, l’alta dirigenza dedica in media il 12 per cento del proprio tempo alla gestione degli adempimenti normativi, una quota superiore di un terzo alla media dei Paesi ad alto reddito. Come spiegano ancora gli analisti della Cgia, nel dibattito sulla competitività delle imprese l’attenzione si concentra tradizionalmente su fisco, costo del lavoro e accesso al credito. Molto meno considerata, ma altrettanto decisiva, è la qualità della burocrazia. Il problema non è l’esistenza di regole — inevitabili in economie complesse — bensì il loro cattivo funzionamento. Una burocrazia inefficiente opera come un vincolo strutturale alla crescita, incidendo sui costi, sulle decisioni e sugli incentivi delle imprese. Il primo effetto è l’aumento degli oneri amministrativi: procedure lente, adempimenti duplicati, sovrapposizioni normative e incertezza interpretativa generano costi opachi e difficilmente prevedibili, che non possono essere pianificati ex ante come un’imposta. Questo spinge — come abbiamo appena visto — le imprese a destinare risorse ad attività difensive, sottraendole all’innovazione, alla crescita e allo sviluppo. Un secondo canale riguarda la cattiva allocazione del tempo e del capitale umano. La gestione della complessità burocratica assorbe energie manageriali che potrebbero essere impiegate nello sviluppo dei mercati, nella formazione e nella crescita dimensionale. Attenzione, però: la cattiva burocrazia non danneggia solo le imprese, ma colpisce anche gli stessi enti pubblici. Esistono così tante norme, spesso in contrasto tra loro, che chi deve decidere finisce per avere paura. Per proteggersi da possibili sanzioni personali, i funzionari pubblici tendono a moltiplicare i controlli allungando i tempi delle decisioni, senza che questo migliori effettivamente la qualità del servizio. In un contesto in cui la forma conta più della sostanza, spesso si preferisce seguire alla lettera ogni minima regola formale piuttosto che puntare al risultato finale o all’utilità per il cittadino. In questo clima, chi prova a innovare viene visto con sospetto e l’errore è considerato un rischio troppo grande da correre. Il risultato è che diventa difficile capire chi sia davvero il responsabile di un procedimento e ciò spinge ogni ufficio a pensare solo a salvare se stesso invece di collaborare. Le nuove tecnologie possono ben poco: se si digitalizza un modo di lavorare che già non funziona, l’inefficienza rimane e anzi diventa ancora più difficile da cambiare. E i burosauri, nella loro beata tranquillità, brindano.
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