L'ANALISI
25 Gennaio 2026 - 05:00
Tre frame tratti dal video girato durante la brutale aggressione avvenuta giovedì 16 gennaio davanti allo Sraffa di Crema
Uno sguardo sbagliato, la voglia di fargliela pagare, l’agguato con la complicità del branco amico, esplode la violenza, le botte, lo spray al peperoncino: quindici contro uno, si mette molto male per la vittima, che riesce a fuggire mentre nelle sue mani compare un coltello. È la drammatica sequenza rigorosamente filmata (come da copione: invece di intervenire per provare a calmare gli animi si ‘gira’ e si posta) che ha spopolato nelle chat studentesche, di un dramma sfiorato ed evitato per pura fortuna alle pensiline degli autobus davanti all’istituto Sraffa di Crema. Il tutto pochi giorni dopo l’omicidio per accoltellamento di un 18enne in una scuola a La Spezia, al ferimento di un 17enne a Sora, in provincia di Frosinone, davanti al liceo artistico e al 16enne colpito con un’accetta da un coetaneo a Perugia.
È la cosiddetta ‘generazione lame’ che prende campo, si allarga, diventa perfino cool: se non hai in tasca o nello zaino un coltello sei uno sfigato, un signor nessuno, una vittima predestinata. Un fenomeno in crescita che allarma le prefetture italiane e interroga il mondo della scuola. «Giriamo con il coltello per difenderci», si giustificano quando vengono pizzicati. Debole, molto debole come spiegazione.
La comparsa di coltelli tra giovanissimi, addirittura tra ragazzini di 11 o 12 anni, non si può liquidare con analisi semplici o con stereotipi mettendo sul banco degli imputati le famiglie, l’immigrazione o, più facile ancora, con un «sono ragazzi violenti». Si tratta piuttosto del sintomo di un malessere profondo, che riguarda sia l’individuo che la collettività. In queste ore si assiste ad analisi dei soliti noti, c’è chi propone soluzioni più disparate. Al di là delle riflessioni di scenario, la domanda principale è: che cosa posso fare io, oggi, subito?
Come spesso accade, una prima, significativa, risposta arriva proprio dai diretti interessati: i ragazzi stessi. All’indomani dell’omicidio di La Spezia abbiamo interrogato il mondo scolastico sull’ipotesi di impiegare i metal detector nelle scuole, idea per altro rilanciata e precisata proprio in queste ore dal ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che annuncia una circolare in proposito. Scettici i dirigenti scolastici e i rappresentanti dei ragazzi. In particolare, Rebecca Frate, vicepresidente della Consulta provinciale degli studenti, risponde con una disarmante semplicità alla domanda che ci siamo posti: va capita l’importanza di educare alla cultura della denuncia.
Segnalare in famiglia, agli insegnanti o ai dirigenti i compagni di scuola che sbagliano portandosi appresso una lama non è delazione, cioè una soffiata motivata da lucro o vendetta, ma un atto di coraggio dal potente senso civico. Toccherà poi alle istituzioni decidere se e come intervenire, intanto noi, intesi come singoli, la nostra parte l’abbiamo fatta. «Non sono una spia», «non sono un infame» è la più diffusa giustificazione nel restare inerti. Sbagliata e autoassolutoria.
Ai ragazzi, spesso a digiuno delle cose della storia italiana recente, vale la pena di ricordare un esempio riferito ad anni più bui dei nostri, in cui il Belpaese era alle prese con il fenomeno del terrorismo. Il suo nome era Guido Rossa, operaio e sindacalista della Cgil all’Italsider di Genova assassinato il 24 gennaio 1979 durante gli anni di piombo dalle Brigate Rosse. La sua colpa fu di aver avuto il coraggio di denunciare un altro operaio, Francesco Berardi, che aveva lasciato per scopi propagandistici volantini con le deliranti risoluzioni strategiche dell’organizzazione che stava insanguinando l’Italia. Berardi fu condannato al carcere dalla giustizia italiana, Rossa alla morte da quella brutale delle Br. Il suo sacrificio segnò una svolta nella lotta al terrorismo rosso, fece capire che non si trattava di ‘compagni che sbagliano’, come molti sussurravano, ma assai meno eroicamente di semplici assassini.
Un cambio culturale che segnò l’inizio della fine delle Br. Chiediamoci, ragazzi: Guido Rossa era un eroe o un infame? Il coraggio di un singolo, la svolta per un intero Paese. Oggi, in una situazione e in contesti fortunatamente meno drammatici, la domanda è la stessa: che fare se non mi va di restare passivo davanti ai ragazzi con le lame, che comunque sono e restano una minoranza, per quanto facciano ‘rumore’? Parafrasando un antico detto romano, si può affermare: se vuoi la sicurezza, prepara la sicurezza. Basta il coraggio di una semplice segnalazione. E qui si inserisce il ragionamento sull’ipotesi di impiegare i metal detector nelle scuole come reazione al fenomeno.
«Sarebbe un fallimento educativo», sostengono quasi in coro i dirigenti scolastici cremonesi. «Studente arrestato per aver un compasso nello zaino», ironizza con efficacia un post comparso sui social. I problemi legati a questa iniziativa sono effettivamente molti e vari. A partire dalla fattibilità e dai costi: non si possono organizzare gli ingressi nelle scuole come quelli dei tribunali. Immaginiamo solo le lunghe code di studenti a inizio giornata. Impossibile e sbagliato ‘militarizzare’ con postazioni fisse gli istituti, sarebbe diseducativo per davvero oltre che perdente. Un approccio ideologico alla questione è sbagliato, il sì o il no non possono essere netti.
C’è una via di mezzo efficace, come è dimostrato dall’esperienza della Campania, e in particolare dell’istituto Marie Curie di Ponticelli, dove si era intuita l’entità e la gravità del fenomeno già due anni fa, quando un primo coltello venne sequestrato a uno studente. Proprio qui, grazie a un’intesa con il prefetto, l’istituto ha fatto da apripista, con le pattuglie di polizia e carabinieri che in diverse occasioni sono arrivate fuori scuola per fare i controlli con i metal detector portatili. Due o tre volte l’anno, senza preavviso, non una presenza massiccia e costante.
«Se questa misura scoraggia anche un solo alunno dal portare un coltellino in tasca - spiega la dirigente Valeria Pirone- vale la pena adottarla. E dopo l’epilogo che c’è stato è ancora di più necessaria. È triste che si debba arrivare a questi provvedimenti con un morto a terra». Il pensiero, ovviamente, va ad Abanoub Youssef, il 18enne accoltellato da un compagno di scuola a La Spezia, che ha fatto emergere a livello nazionale il problema.
«Ora i ragazzi mi ringraziano, perché con i controlli si sentono più sicuri» - sottolinea orgogliosa Pirone -. All’inizio erano spaventati dalla divisa, ora si sono abituati e accolgono i controlli serenamente. Sono pochissime verifiche all’anno, che ritengo sufficienti». Pensiamoci, parliamone con i nostri ragazzi, cresciamoli con la consapevolezza di non essere un’isola nel mare delle tempeste della violenza e della prevaricazione. Perché, come abbiamo visto, ancora una volta i ragazzi nel bene e nel male, ci fanno da specchio e interrogano gli adulti: a stigmatizzare la violenza giovanile e ad auspicare misure di ‘sicurezza’ sono coloro che con i loro linguaggi propongono la logica della forza e della derisione dei deboli. Da certe autorità politiche ai predicatori mediatici. È la società adulta che propone questi modelli. Aiutiamoli a rifiutarli.
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