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Il re è nudo: inarrestabile il suicidio dei partiti

Le dimissioni del segretario provinciale dem diventano il detonatore di una riflessione più ampia: organizzazioni svuotate, leadership autoreferenziali e incapacità di rinnovarsi davanti a una società che cambia. Dalla crisi locale affiorano i nodi strutturali della democrazia e il declino delle forze politiche tradizionali, con una crescente fuga degli elettori dalle urne

Paolo Gualandris

Email:

pgualandris@laprovinciacr.it

11 Gennaio 2026 - 05:30

Il re è nudo: inarrestabile il suicidio dei partiti

Il re è nudo. «Ma non ha niente addosso!» urla un bambino alla fine della notissima fiaba dello scrittore danese Hans Christian Andersen 'I vestiti nuovi dell'imperatore'. La sua è la voce dell'indifferenza alle sovrastrutture della società che lo circonda che smaschera la finzione collettiva e dice la verità. Per la cronaca: poi la verità del bambino circola, la gente assiepata lungo le strade ride di lui, ma il re si ostina a completare il percorso con tanto di servi a reggergli l'invisibile strascico. Analogamente, ha avuto del coraggio Michele Bellini, giovane segretario provinciale del Pd dimissionario a neppure un anno dall'elezione. Poteva andarsene inventando una delle mille scuse che si usano in questi casi per non lasciarsi terra bruciata alle spalle. Invece no: «missione impossibile» quella di rinnovare il partito, scrive nella lettera inviata agli iscritti del partito per spiegare il senso della scelta. Spetterà ora a militanti e dirigenti scegliere come superare l'impasse. Almeno tre le strade possibili. Vedere nella sincerità di Bellini un atto di coraggio e mettersi al lavoro per modificare lo stato dell'arte; fare prevalere l'orgoglio di parte rifiutandosi di ammettere i propri errori e reagire con un'alzata di spalle proteggendo la propria comfort zone; rifugiarsi in considerazioni astratte e fumose evitando diplomaticamente di prendere posizione. Insomma, la stessa verità possa essere percepita come una liberazione, una minaccia o un'occasione per fare della retorica. Vedremo che cosa accadrà. Di certo vi è che quanto accaduto riflette non solo la crisi del Pd, ma del concetto stesso di partito, come insegnano i duri scontri a cui abbiamo assistito in Fratelli d'Italia a livello provinciale e, in particolare, nel Cremasco.

Fa effetto dover registrare le fibrillazioni che investono entrambi i principali partiti dei due fronti, Fdi nel centrodestra e Pd nel centrosinistra. E non è che i loro compagni di coalizione ne siano del tutto esenti. È il chiaro indicatore della crisi dei partiti come li abbiamo fin qui intesi che si riverbera sulla credibilità del sistema e che porta a una grave, progressiva e apparentemente inarrestabile fuga dalle urne. Accade quel che Aldo Moro ventilava come rischio già mezzo secolo fa: «Un partito che non si rinnovi con le cose che cambiano, che non sappia collocare e amalgamare nella sua esperienza il nuovo che si annuncia, il compito ogni giorno diverso, viene prima o poi travolto dagli avvenimenti, viene tagliato fuori dal ritmo veloce delle cose che non ha saputo capire e alle quali non ha saputo corrispondere». Al di là delle questioni locali, che vedremo in seguito, per dirla con le argute parole del filosofo Massimo Cacciari, va preso atto che «la politica non conta più nulla nel capitalismo globalizzato», che la sua capacità di influenzare la società «va decadendo a vista d'occhio». Sempre secondo l'ex sindaco di Venezia, «in una fase precedente, quella in cui molti di noi sono nati, la politica rivestiva ancora una sua autonomia per una ragione molto semplice, perché la globalizzazione ancora non era avvenuta nei termini in cui è avvenuta oggi. Quindi la politica radicata territorialmente aveva un certo potere rispetto al capitalismo locale». Mentre oggi «il sistema capitalistico è globalizzato e travalica ogni potere territorialmente determinato e quindi anche quello della politica». Le democrazie sono state tutte nazionali e la difficoltà di fare una democrazia europea sta nelle cose. Bisogna inventarsi cose nuove, bisogna essere eretici, un po' utopisti. Con la crisi delle democrazie e l'affermarsi dei populismi, svanisce il ruolo dei partiti intesi come organizzazioni di massa e parallelamente aumenta in misura equivalente quello dei leader. Colpa anche dei partiti «pigliatutto», definizione coniata dal giurista Otto Kirchheimer per fotografarne lo snaturamento e l'annacquamento dei valori ispiratori nella forsennata ricerca di nuovi elettori. Generando così un deperimento che li ha portati a ridursi, per dirla usando una definizione del sociologo e politologo Ilvo Diamanti, a «partiti senza società», che dunque hanno perso una sacralità riconosciuta perfino dalla Costituzione Italiana. All'articolo 49 recita: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale», e locale si può aggiungere senza tema di smentita. E che altro è se non un «partito senza società» una formazione diventata, usando le stesse parole del traghettatore mancato Bellini per motivare le sue dimissioni irrevocabili, «un partito degli eletti»? È la più pesante e politica delle motivazioni che adduce, l'altra è la mancanza di una consapevolezza condivisa di una dimensione provinciale. Lasciando dirigenti e militanti del Partito Democratico al loro nuovo travaglio interno del quale stiamo dando conto con approfonditi articoli, va constatato che se Atene piange Sparta non ride, come riconosciuto dallo stesso Alessandro Portesani, candidato sindaco del centrodestra di Cremona sconfitto per una manciata di voti: le questioni poste possono riguardare l'intero panorama politico cremonese. All'indomani dell'uscita della notizia del terremoto nel Pd ha scritto: «Le dimissioni di Bellini non sono solo una notizia interna al Pd. Raccontano un sistema di potere trasversale che indebolisce il centrodestra, lo rende subalterno e confuso nei ruoli, e allo stesso tempo ferisce i valori e l'identità di tanti militanti democratici». Il riferimento è alla mancata coesione del centrodestra su alcune nomine e su vicende legate alle partecipate. Quella di Portesani è una richiesta di riflessione collettiva sullo stato di salute della politica cremonese. Questione non di poco conto se, come è vero, di cremonese c'è poco o nulla ai tavoli che contano a livello regionale e nazionale. Un territorio che non sa fare coesione al momento di imporre la propria presenza là dove conta, figlia di una politica più attenta alle piccole vittorie che volta a individuare una strategia per il futuro. Una divisione che, la storia recente lo insegna, lascia tutti a bocca asciutta. Il re è nudo, ci vuole qualcuno che lo dica al pubblico festante davanti al... nulla. Sapranno, i nostri politici, inventarsi qualcosa di nuovo, come invoca Cacciari?

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