L'ANALISI
29 Novembre 2025 - 11:57
Erika Bacci, Alisea Capello, Benedetta Oleotti, Giulia Modosio, Adriana Busi e Paola Aguzzi
CREMONA - La Fiera in rosa. E quel colore, mai come ieri simbolo della forza delle donne, ha rapito la platea: ‘Non è un mestiere da maschi’, l’incontro che ha portato sul palco voci giovani, esperienze forti e un modo nuovo di raccontare la vita in allevamento. Quello della ‘pink generation’.
A coordinare il dialogo, la giornalista Claudia Molinari, che ha subito acceso la sala: «Quelle del Latte rappresenta una perla del settore: donne che hanno capito che fare rete è un presupposto per fare qualcosa di realmente impattante».
Una rete che nasce da vite diversissime, radicate in angoli differenti del Paese, ma tutte accomunate da una passione limpida, solida, concreta. Come quella di Alisea Capello, 21 anni: «Non ho aziende o animali, ma sono appassionata dell’ambiente agricolo sin dalle medie. Ho lavorato in caseificio, ho fatto stagioni nella frutta. Finita la scuola ho voluto stare in stalla: fecondo, faccio le flebo, faccio le corna ai vitelli. L’essere donna non mi ha mai ostacolata in niente, perché amare il proprio lavoro è meraviglioso».
Una dichiarazione semplice e luminosa, capace di restituire la normalità — e la bellezza — di un mestiere scelto, voluto, costruito pezzo dopo pezzo.
La stessa trasparenza cristallina arriva dalle parole di Benedetta Oleotti, 26 anni, oggi studentessa di Medicina Veterinaria: «Ero alle medie e uno dei mungitori dell’azienda di famiglia era andato in ferie. Ho aiutato, e me ne sono innamorata. In quarta superiore ho passato un anno all’estero, lontano dalla vitellaia: è lì che ho capito quanto mi mancasse. Sono tornata e continuo a lavorare col papà. Voglio imparare sempre di più.» Nel suo racconto c’è la verità di un legame che non si interrompe, neppure quando la vita ti porta lontano.
Dalla formazione alla gestione quotidiana, Erika Bacci, 29enne, impreziosisce il quadro: «Prima mi occupavo di alimentazione, ora gestisco parti, post-parto, robot di mungitura e gestionale. La mia passione nasce proprio dalle Fiere Zootecniche. Mia mamma aveva gli animali, ma non da stalla nello specifico: li ho scoperti qui e me ne sono innamorata io».
Le Fiere che formano, che orientano, che aprono porte: una costante che ritorna.
La voce di Giulia Modosio, 44 anni, regala una prospettiva potente sul cambio-vita: «Sono fresca di questo lavoro, iniziato giusto da dieci anni. Ho iniziato quando è nato il secondo figlio: facevo tutt’altro. Ho deciso di dedicarmi alla famiglia e aiutare in azienda. Ho dovuto imparare tutto, ma ero determinata. Oggi mi sono ritagliata un ruolo e credo molto nella donna nel mondo dell’allevamento. Voglio dare il mio supporto alla pink generation».
Una storia di svolte, di coraggio e di pazienza: scelte che portano a reinventarsi senza perdere essenza. E il cuore pulsa forte quando prende la parola l’Associazione QdL. Prima Paola Aguzzi: «È nata prima del Covid, da un invito a una di quelle cene a cui di solito vanno solo gli uomini. Ci siamo dette: perché non esserci anche noi? Da lì è nato tutto. Eravamo in dieci, poi un gruppo WhatsApp è diventato vera associazione no profit».
Un racconto che strappa sorrisi e applausi: la professionalità che cresce infilata fra messaggi vocali, turni in stalla e figli da portare a scuola.
Poi Adriana Busi, che porta sul palco la parte più intima del lavoro, con una profondità che tradisce il suo talento teatrale: «Entusiasmo e voglia di fare sono armi a doppio taglio. Il fare fagocita: si rischia di voler fare tutto, tra casa e azienda. Possiamo dimenticarci di chiederci come stiamo. L’entusiasmo si può offuscare. Serve competenza. Non dobbiamo occupare un posto: dobbiamo modellare l’entusiasmo perché la passione abbia un volto. Il nostro volto. Dobbiamo contare perché abbiamo consapevolezza del nostro ruolo, di chi siamo, di cosa vogliamo».
È il momento più profondo, quello che ferma la sala in un silenzio pieno.
Il confronto finale si allarga alle storie personali, alle fatiche, ai sogni, all’ostruzionismo maschile che ancora resiste in alcune realtà, ma anche alla gioia di crescere vitelli, di accudire animali, di trovare nell’allevamento non solo un mestiere, ma un’identità.
Ne esce un affresco sincero, mai retorico: la zootecnia raccontata dalle sue protagoniste, con una naturalezza capace di parlare a tutti. Lascia il segno. Perché non spiega solo cosa fanno le donne nelle stalle ma mostra come lo fanno: con competenza, ironia, resilienza, ambizione, lucidità. La forza gentile che cambia il mondo, anche quello agricolo.
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