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STIAMO IN CAMPANA

Dentro la logica della guerra

Il conflitto aperto da Stati Uniti e Israele in Iran: così ci stiamo abituando al prevalere della forza

Mauro Cabrini

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mcabrini@laprovinciacr.it

06 Marzo 2026 - 05:25

CREMONA - L’attualità si impone: si ragiona della guerra aperta da Stati Uniti e Israele in Iran, nella sesta puntata di ‘Stiamo in campana’, rubrica online de La Provincia di Cremona e di Crema, a cura di Mauro Cabrini. E mentre il conflitto in corso spaventa il mondo allargandosi di giorno in giorno, con sviluppi al momento difficilmente prevedibili, avvicinandosi all’Europa e alzando contestualmente l’allerta terrorismo, don Paolo Arienti lo analizza dal punto di vista ‘umano’.

Partendo da quella logica del potere che il segretario di Stato della Santa Sede, Pietro Parolin, ha definito «pericolosissimo primato della potenza» e che, seguendo traiettorie a rischio, pare stia diventando quasi inevitabile se non, addirittura, accettata. Accettabile, in ogni caso. O comunque contrastata da voci isolate, come quella del premier spagnolo Pedro Sánchez.

«È del tutto evidente come ci sia una ragione bellica che sta dilagando: a scapito della diplomazia, del diritto internazionale e degli insegnamenti della storia. E mi spingo a dire che, purtroppo, prevale non solo tra i potenti, ma anche nel quotidiano. Sì, è vero, ci stiamo purtroppo abituando — è il pensiero di don Arienti, declinato evitando, però, di cedere alla rassegnazione —. Ed è una regressione che fa tornare l’umanità indietro di secoli rispetto a quanto abbiamo faticosamente costruito. Senza che nemmeno ci si renda conto di dove possa portare. Senza nemmeno valutare l’opportunità di un principio, quello della ‘pace disarmata e disarmante’ che Papa Leone e ha chiesto nella sua prima apparizione, che dovrebbe invece essere rispettato e dominante».

Sullo sfondo, non troppo, i timori dei nostri ragazzi. E il loro futuro. «L’importante — è la riflessione di don Arienti — è che abbiano la consapevolezza di essere cittadini di questo mondo. E la cittadinanza richiede coscienza».

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