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Gli eserciti del libero comune Parte 2

Gigi Romani

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lromani@laprovinciadicremona.it

23 Gennaio 2014 - 13:42

Gli eserciti del libero comune Parte 2
Gli eserciti cremonesi, gli armamenti, le battaglie le tecniche. Questi i temi trattati nella tesi di laurea di Damiano Franzosi. L’autore però non si sofferma solo sui fatti, sulla storia, analizza anche i rapporti giuridici che legavano il cittadino-soldato al libero comune, e questo ente poi all’impero. Questa rubrica pubblica in due puntate un estratto del lavori di Franzosi.
SECONDA PARTE


«Garantire una cavalleria all’altezza delle necessità belliche era una delle principali preoccupazioni del comune cremonese. Per questo motivo imponeva un certo numero di cavalcature in base al censo del cittadino secondo il sistema, presente anche in altre città, delle cavallate. I milites potevano usufruire di un risarcimento, da parte del comune, delle cavalcature perse in battaglia. Fu proprio per evitare frodi sui risarcimenti e assicurarsi una buona qualità dei cavalli procurati dai cavalieri che il comune creò la carica del superstantes equorum (responsabile dei cavalli). Costui doveva controllare che i cavalli fossero all’altezza degli standard richiesti e che nessuno cercasse di ottenere un risarcimento per perdite inesistenti. Il servizio militare prestato dagli uomini non era gratuito, veniva infatti corrisposta loro una paga. Quest’ultima variava in base al numero di giorni di servizio e al tipo di truppa alla quale si apparteneva. In genere i cavalieri ricevevano una paga più alta che variava anche a seconda al numero di cavalli con i quali si prestava servizio. Gli uomini d’armi cremonesi avevano la tendenza, quando arrivava il momento di partecipare alle operazioni militari, ad unirsi in piccoli gruppi denominati societates. I cittadini così riuniti partecipavano insieme alle campagne. Lo scopo era, con molta probabilità, quello di unire le forze (cibo, cavalcature, animali da soma) e di proteggersi a vicenda sul campo di battaglia. L’inizio delle operazioni era segnalato dal suono di una campana (le fonti riportano la frase «quam fuit pulsata schellam», ovvero «quando suonò la campana»). Al segnale, gli uomini, dovevano, suddivisi per quartiere, recarsi al punto di raccolta prestabilito, di solito la piazza del duomo. Era in questo luogo che veniva montato, una volta estratto dalla chiesa dov’era custodito, il carroccio. Quest’ultimo era un grande carro sormontato da un albero dal quale sventolava il gonfalone della città. Il carroccio aveva una funzione simbolica e una tattica. Rappresentava, in primo luogo, la città: perderlo durante uno scontro con gli avversari era una grave onta e talvolta significava la sconfitta. 
Da un punto di vista più pratico le sue funzioni erano altre. Fungeva prima di tutto da punto di riferimento per le truppe che lo sfruttavano per mantenere lo schieramento compatto. Inoltre nei pressi del carroccio si trovava il personale di “pubblica utilità”: medici, sacerdoti, falegnami, fabbri e notai. Se tutti i cittadini erano tenuti a prendere parte alle operazioni militari alcune persone erano espressamente invitate a non parteciparvi. Si trattava principalmente dei funzionari comunali, principalmente i massari. Costoro si occupavano della gestione delle finanze cittadine e la loro importanza per la vita del comune era tale che degli statuti, compilati tra il 1239 e il 1245, vietavano ai massari di partecipare a qualsiasi tipo di operazione militare per evitare che la loro lontananza dalla città, o peggio ancora la loro cattura (o morte), fermasse le normali attività cittadine. Con la sconfitta di Vittoria nel 1248 si chiude, per quanto riguarda l’Italia settentrionale, il sogno imperiale di Federico II. In seguito alla morte dell'imperatore, il governo di Cremona cambiò mano diverse volte: basti ricordare nomi quali Oberto Pallavicino, Amato degli Amati e Buoso da Dovara tra quelli di coloro che si sono succeduti, in schieramenti diversi, alla guida della città. Dagli anni Settanta del Duecento Cremona visse un periodo di relativa tranquillità, per quanto riguarda la politica interna. Proprio in quegli anni salì al potere la società del Popolo, partito politico di colorazione principalmente guelfa. In questo modo Cremona, dopo più di cinquant’anni di fedeltà alla causa imperiale, finì per cambiare radicalmente schieramento. Dal punto di vista dell’impegno militare le cose però non cambiarono. Cremona coordinava infatti, insieme a Milano, l’azione del partito guelfo nel nord Italia e l’obbiettivo principale era, in quegli anni, quello di espandere il guelfismo nell’area padana».
Damiano Franzosi

La curiosità
Questi anni di scontri sono documentati dai registri dell'Officio della Gabella Magna, ufficio che gestiva le finanze comunali. Da questi documenti si evince che tra il 1280 e il 1316 il comune di Cremona ingaggiò numerosi stipendiari forestieri, ossia soldati di professione, provenienti da altre città, disposti ad offrire i propri servigi dietro compenso. Tale aumento di mercenari era dovuto proprio ad un acuirsi dell'impegno militare: le operazioni, che di solito avevano un andamento stagionale, ossia venivano avviate in concomitanza con la bella stagione, quindi da aprile a settembre, tesero in quegli anni ad estendere la propria durata anche nei mesi autunnali e invernali. La città non era quindi in grado, con i suoi soli cittadini, di soddisfare le sue necessità belliche. Inoltre proprio in questi anni vi fu una specializzazione tattica delle fanterie, composte da uomini armati di lance lunghe, balestre e pavesari (un tipo di scudo di grandi dimensioni 4 dietro al quale si proteggevano i fanti). Tale specializzazione richiedeva un tipo di addestramento che non sempre era a disposizione della milizia cittadina. Furono probabilmente fanti di questo tipo quelli che Cremona, intenta a scontrarsi con Parma, ingaggiò nel marzo del 1308. Risalgono a questo periodo alcuni documenti che testimoniano l'arruolamento di cinque conestabilarie, ossia formazioni di mercenari guidate da un conestabile. Questi gruppi potevano avere un numero di effettivi variabile, dalle poche decine al centinaio, certamente erano comunque gruppi piuttosto piccoli rispetto alle più ben note grandi compagnie mercenarie che spadroneggiarono sul finire del XIV secolo in tutta Italia.
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