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Gli eserciti del libero comune Parte 1

Nella tesi di laurea di Damiano Franzosi analizzato uno dei periodi più gloriosi di Cremona In un Medioevo di potenti la città sempre pronta a difendere le sue libertà

Gigi Romani

Email:

lromani@laprovinciadicremona.it

16 Gennaio 2014 - 12:00

Gli eserciti del libero comune Parte 1
Gli eserciti cremonesi, gli armamenti, le battaglie le tecniche. Questi i temi trattati nella tesi di laurea di Damiano Franzosi. L’autore però non si sofferma solo sui fatti, sulla storia, analizza anche i rapporti giuridici che legavano il cittadino-soldato al libero comune, e questo ente poi all’impero. Questa rubrica pubblica in due puntate un estratto del lavori di Franzosi.
PRIMA PARTE


«Durante il XIII secolo e i primi decenni del XIV Cremona ricoprì un ruolo di primo piano, dal punto di vista politico ed economico, all’interno dell'area padana. In questi cento anni Cremona conobbe due periodi di particolare fortuna politica: uno comprese gli anni tra il 1213 e il 1250, mentre il secondo quelli tra il 1270 e il 1311. Durante il primo Cremona fu un caposaldo del partito imperiale, capeggiato da Federico II, impegnato in quegli anni a sottomettere il nord Italia alla sua autorità. Nel secondo periodo invece Cremona, passata nel frattempo allo schieramento avversario, quello guelfo, ricoprì il ruolo di centro coordinatore, assieme a Milano, di tale partito nell’Italia settentrionale. L’alleanza con l’imperatore, il quale utilizzò Cremona come sua ‘capitale di guerra’, comportò per i cremonesi un forte impegno militare. Tra il 1213 e il 1218 Cremona fu alle prese con una guerra contro Milano e Piacenza, a causa di questioni riguardanti dispute di vecchia data relative al possesso dell’Insula Fulcheria (le terre a ovest di Cremona che erano state donate alla città da Matilde di Canossa). Il periodo nel quale l’esercito cremonese venne mobilitato numerose volte fu sicuramente quello delle grandi campagne militari condotte dall’imperatore nel nord Italia. Nel 1226 e 1228 i cremonesi, insieme agli eserciti delle altre città alleate con Federico II, combatterono nel contado bolognese, contribuendo alla distruzione di alcune fortificazioni, delle quali ricordiamo Piumazzo, mentre nel 1233 il podestà cittadino, Guglielmo di Andito, famoso per sue doti di leader militare, guidò, in pieno inverno, gli uomini d’armi cremonesi in una campagna nella val di Ceno contro i fuoriusciti piacentini. 
Nel 1236 l’esercito cittadino si recò insieme all'imperatore a Vicenza per aiutare il suo alleato Ezzelino da Romano. L’anno successivo è ricordato dalle cronache cittadine per una campagna che interessò principalmente il territorio di Brescia. Dopo un lungo assedio venne preso il castello di Montichiari. In campo erano scesi sia l’esercito imperiale che quello anti-imperiale, guidato dai milanesi. Le due forze passarono alcune settimane in una situazione di stallo, studiandosi a distanza di sicurezza, evitando uno scontro vero e proprio. L’imperatore decise allora di smobilitare il proprio esercito. In realtà si trattò di uno stratagemma per sbloccare la situazione: i milanesi, vedendo i contingenti di Federico II ritirarsi verso Cremona decisero a loro volta di smobilitarsi ritirandosi verso Milano, passando per il contado di Bergamo. Federico in realtà aveva mandato a casa solo alcuni contingenti e aveva tenuto con sé la maggior parte della cavalleria e un contingente di fanteria costituito dai cremonesi. Furono proprio i questi ultimi a distinguersi nella battaglia che seguì poco dopo, il 27 novembre, a Cortenuova. Il segretario di Federico II, Pier delle Vigne (famoso per la sua triste vicenda narrata nel XIII canto dell’Inferno di Dante) in una lettera scritta per celebrare la vittoria ottenuta scrisse: «fidelis Cremona cum sociis civitatibus secures sanguine saturavit » (ovvero: «la fedele Cremona, con i suoi alleati, saziò di sangue le scuri»). La fanteria cremonese era infatti famosa per l’utilizzo, sul campo di battaglia, della manaria (o mannaia) una sorta di grossa lama (simile appunto alla scure) montata su delle lunghe aste. Un'arma temibile, oltre che per l'aspetto minaccioso, per la sua principale funzione: colpire i cavalieri in sella ai loro destrieri e azzoppare questi ultimi. La vittoria del 1237 non venne però sfruttata appieno dagli imperiali e gli anni successivi furono segnati dai fallimenti ».
Damiano Franzosi
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