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30 dicembre

Lettere al Direttore (2)

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emanzini@laprovinciacr.it

01 Gennaio 2018 - 04:00

Le foto dei lettori

Caro direttore,
mentre passeggio sulla sponda del fiume osservo l'acqua che scorre veloce e tutto il cielo cammina insieme ad esso e spesse volte nella nostra vita le cose assomigliano e passano proprio come lo scorrere del fiume, anche le circostanze più avverse che ci sembrano complicate le superiamo e in un attimo esse si trovano alle nostre spalle, così possiamo andare avanti e ci aspettano cose nuove: il Po, il cielo, le nuvole, una cosa sola.
Salvo Liuzzi
(Cremona)

Ne parlo con...

Basta acrobati in Parlamento
Adesso serve una legge contro i cambi di casacca
Esimio direttore,
è ora di finirla di assistere un giorno si e l'altro pure, al disgustoso ‘salto cella quaglia’ che vede protagonisti quei parlamentari eletti in un partito e che trasmigrano come se niente fosse da una formazione all’altra. Degno di nota è stato il partitucolo di Angelino Alfano, l’Ncd, che staccandosi da Forza Italia appena dopo le elezioni politiche del 2013, ebbe e l’ardire di sostenere un governo di sinistra guidato da Matteo Renzi prima e da Paolo Gentiloni poi.
Deve esser stato uno schiaffo non indifferente per quegli elettori che in buona fede li hanno votati, un vero e proprio tradimento. Durante questa legislatura sono stati più di 500 i parlamentari che hanno tradito cambiando la casacca, l’ultimo dei quali è stato l’odiato Gianfranco Librandi, ex Forza Italia, ex Scelta Civica e ora, udite udite, addirittura nel Pd, un vero acrobata della politica. Questi individui sono disposti a tutto pur di essere rieletti, macabri balletti immorali al limite della decenza che si ripetono puntualmente sopratutto alla fine di ogni mandato parlamentare. E pensare che basterebbe una legge per vietare questo vergognoso trasmigrare tra un partito e l’altro. Se qualcuno decidesse per un motivo o per l’altro di farlo, automaticamente il loro mandato dovrebbe decadere all'istante.
Andrea Zecchini
(Camisano)

Lavorare nelle feste comandate
Il problema non è quello, ma avere un posto
Signor direttore,
Adesso uno dei problemi principali del mondo del lavoro, molto più che di lavoro (soprattutto per i giovani) non ce n’è, sembra essere (quasi una questione di vita o di morte) il problema di dover lavorare nelle feste comandate, in determinati settori, in particolare del commercio.
Mi chiedo cosa potrebbero argomentare quelle categorie di persone, di lavoratori, che in silenzio, con spirito di abnegazione, con umiltà e con il senso del dovere, del sacrificio e del servizio, lavorare la domenica, lo hanno sempre fatto.
Ne cito alcune a caso: medici, infermieri, giornalisti, giornalai, cuochi, ristoratori, baristi, lavapiatti... e chissà quanti altri sono in ballo la domenica, non certo per ballare, ma per quella cosa che una volta si chiamava, (e che per alcuni ancora sussiste): spirito di servizio.
Claudio Maffei
(Fasano del Garda, Bs)

L'INTERVENTO
Elezioni, sappiamo già fin d'ora chi le perderà: la politica
Per conoscere il finale di una campagna elettorale ricca di appelli quanto povera di programmi attendiamo le Idi di marzo.Ci riflettano i fautori degli estemporanei tribunali del popolo con gogna e patibolo che crescono col ‘nuovo’ che avanza. Avanza, in verità, insieme all’implicita riduzione di settant’anni di storia politica al banale consuntivo di corruzione e malaffare che sta facendo del paese il set di un’ossessiva e spesso impropria caccia al ladro. Che il nostro ceto politico presenti un’intollerabile percentuale di corrotti da punire e di incapaci da licenziare è un dato di fatto. Ma è pure un dato di fatto che il beneficiario della situazione è un Movimento di cui, più che le capacità operative, sono al momento evidenti i volubilissimi e incerti propositi su temi cruciali come euro, Europa, fisco o immigrazione.
Sconcerta dunque la remissività culturale con cui gli eredi politici di quei settant’anni appaiono oggi incapaci di autodifesa più alta rispetto a miopi calcoli personali su interessi di poltrona, corrente, vitalizio e collegio. Ammettiamolo: il re è nudo. Larga parte del nostro ceto politico, pur sferzata dalla frontale sfida dei 5 Stelle, appare inadeguata a difendere le ragioni storiche e ideali, e non meramente personali, della propria presenza sulla scena nazionale. Non uno scatto d’orgoglio, nessuna rivendicazione di quarti di nobiltà che, in questo caso, non sarebbe arroganza ma atto di fedeltà ideale a più decorose stagioni politiche.
Quell’Italia dell’altro ieri, di democristiani e socialisti, di repubblicani, comunisti e liberali che oggi, anche per cinismo e inadeguatezza di eredi, scivola nel buco nero di un’infastidita rimozione, ha operato decisive scelte di sviluppo, macinato idee, nutrito la politica col vitale alimento del mondo della cultura e della ricerca. E, soprattutto, nelle sue fasi più incisive, ha praticato la gestione della cosa pubblica come dimensione tecnica altamente professionalizzata e refrattaria alle velleitarie pressioni dei padroni politici di turno.
Nulla di simile, al momento, si vede all’orizzonte. Da un lato avanza un Movimento che, nella pretesa di essere alternativo a tutto e tutti, pare ignorare che la politica, come la vita, è un costruire nel costruito. Non manca tuttavia di palesi e occulti azionisti sulla destra come sulla sinistra del sistema. Vedremo. Dall’altro lato c’è una classe dirigente che sconta decenni di mancata formazione e selezione meritocratica via, via sostituite da logiche di convenienza clientelare. Che s’imponga un vasto ricambio di generali e truppa è evidente. Ma ne esistono le condizioni? In effetti di autoriparazioni ai limiti del miracoloso la storia ne ha conosciute.
La Chiesa del ’500, scorticata dalla requisitoria morale di Lutero, reagì e fece di una sfida potenzialmente mortale l’occasione di una straordinaria rinascita. La diagnosi circa il male che divora il Paese in fondo è nota da tempo: madre di gran parte dei guai, crisi bancarie comprese, è una pervasiva presenza dei partiti in grado di deviare e strumentalizzare a proprio vantaggio gran parte dei meccanismi sociali e istituzionali. Della corruzione dei singoli si parla fin troppo, del vizio di sistema che la rende possibile si parla, guarda caso, pochino. Ma come rimettere in sicurezza il Paese senza un serio piano per decontaminarlo dalle forme di presenza impropria via via assunte dalla politica? Difficile dire se e come -coi grillini al potere- le cose cambierebbero.
La natura del movimento è a dir poco composita per l’eterogeneità dei materiali convogliati. Comunemente catalogato alla voce ‘populismo’ è tale solo per qualche proposito, costituzionalmente impraticabile, di mollare al diretto giudizio popolare patate bollenti e altamente tecniche come la permanenza nell’euro. Ma il loro programma di governo parla tutt’altra lingua. Non quella del populismo ma del suo storico avversario: quella sinistra giacobina che pone lo stato al centro di tutto e sopra a tutto.
Dunque, più Stato e meno mercato in economia, anche pubblicizzando società private. E, quanto al resto, par di capire che vogliono più ‘cittadino’ e meno ‘persona’, almeno nel significato che l’umanesimo cristiano liberale ha nel tempo impresso alla parola ‘persona’. Sul decisivo terreno dell’educazione scolastica è infatti evidente che il Movimento punta a costruire un materiale umano a sua immagine: libertà di scelta educativa ridotta, sostegno tolto alle scuole non pubbliche, competenze digitali e Internet come luogo totale della formazione. Arretra quel po’ di residua cultura umanistica che è ultimo baluardo e palestra di educazione al libero pensiero critico.
Dopo di che la strada al ‘Rete pensiero’ è spianata. Che questi giacobini vengano scambiati per populisti ci ricorda dunque che a questo mondo raramente le cose sono quel che, a prima vista, sembrano. Il popolo che nella Parigi del 1789 accorreva alla presa della Bastiglia pensava di avere trovato la sua rivoluzione e i suoi vendicatori. Come finì lo sappiamo: biennio del Terrore e poi Bonaparte che nel Codice Civile si affrettò a blindare il sacro diritto alla proprietà privata con adeguate pene corporali a chi sgarrava. E i poveri? Più poveri di prima, ovviamente.
Ada Ferrari

Candidature per le regionali
Non mi garba il Pd che usa il ‘Cencelli’
Signor direttore,
il giorno 27 dicembre in questa rubrica il Signor Giorgio Cicognini, in risposta ad una mia lettera riguardante le candidature alle regionali del Partito Democratico, sostiene che la mia assomiglia molto a quelle scritte da persone che si sono auto candidate per cariche pubbliche e bocciate. La sottoscritta non ha mai puntato a cariche pubbliche ed è una semplice elettrice di sinistra, insoddisfatta come tanti e tante di come conduce la battaglia politica il Pd. Quindi mi risulta incomprensibile l’affermazione del signor Cicognini e proprio non comprendo quale sia il retropensiero che l’ha spinto ad affermare cose surreali. La questione da me sollevata e per giunta condivisa dal direttore di questo quotidiano, è quella di candidare persone che stanno svolgendo il ruolo di consiglieri comunali ed assessori ed in corso d’opera vengono candidati ad incarichi più prestigiosi del tipo consigliere regionale nella fattispecie.
Questo fatto non inficia il proseguimento ed il completamento dei 5 anni del consiglio comunale stesso, ma mi sembra una mancanza di rispetto nei confronti di quegli elettori che hanno designato costoro nel ruolo stesso di consigliere. Che questo modo di agire sia svolto da un partito di sinistra è peggiorativo. Non mi sembra che nella scelta delle persone candidate per le regionali si sia osservato il metodo della gavetta. Nella scelta delle quote rosa, ad esempio, la signora candidata mi risulta che sia alla prima esperienza come consigliere comunale e quindi è equiparabile, prendendo a prestito quanto dice il Cicognini, ad una novizia della politica .
Ho più l’impressione che anche stavolta si sia usato il solito metodo del manuale Cencelli al fine di riequilibrare e non scontentare le logiche della correnti, in proposito la corrente orlandiana. La cosa non mi garba perché questo metodo è riduttivo rispetto alla selezione vera che un partito democratico dovrebbe svolgere.
Gina Giugni
(Cremona)

Brexit realistica
Via il tunnel. Torni a essere un’isola
Signor direttore,
trovo realistica le decisione del Regno Unito di uscire, come da geografia, dall’Europa; trovo invece pazzo quel tunnel sotto la Manica, di cui non ci diranno mai i costi, altrettanto, e inutilmente, pazzeschi.
Penso inoltre sia bello che torni ad essere isola, o, se volete, pluri-isola.
Gianfranco Mortoni
(Mantova)

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