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18 dicembre

Lettere al Direttore

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emanzini@laprovinciacr.it

20 Dicembre 2017 - 04:00

IL CASO
Droga nello zaino, denuncia il figlio: brava. Basta mamme sindacaliste dei propri ragazzi
Caro direttore,
sul quotidiano di sabato 16 dicembre leggevo la notizia di una madre che ha denunciato il proprio figlio per motivi di spaccio, rinvenendo insieme alle forze dell’ordine parecchio denaro provento dello spaccio e un totale di 200 grammi di stupefacente. In certi Paesi come Cuba e Indonesia ne basta la metà per finire dritti dritti al patibolo.
Mamma coraggio ribattezzata subito. Macché, mamma con i fiocchi dico io. Era ora: finalmente una madre come si deve che davanti ad una cosa cosi brutta qual è lo spaccio non esita a denunciare il figlio. La prima che sento. Le altre invece? Mamme sindacaliste dei propri figli anche quando questi si macchiano palesemente di gravi reati. Spero che questa mamma dia l’esempio alle altre per fermare una piaga sociale tra i giovani che è quella dello spaccio. Brava!
Marco Pedrabissi
(Trescore Cremasco)

Appunto perché ha fatto una cosa diversa da quella che molte mamme hanno sempre fatto - ovvero giustificare e difendere a oltranza, anche contro l’evidenza dei fatti, il proprio figlio - è giusto definirla ‘madre coraggio’. Comunque la si pensi, credo ci voglia tanto coraggio per denunciare un figlio che ha sbagliato!

LA POLEMICA
La vera minaccia alla democrazia è la povertà
Egregio direttore,
recentemente l’Istat ha pubblicato il suo rapporto sullo stato del Paese e non pare proprio sia lo stesso dipinto dagli incensatori della ripresa economica targata Renzi-Gentiloni. Il rapporto ci dice che nel 2016 c’è stata una significativa e diffusa crescita del reddito disponibile (se riferito al 2015) ma anche un aumento della disuguaglianza economica e del rischio povertà o esclusione sociale. Gli italiani che rischiano di finire in povertà sono uno su tre, per la precisione 18 milioni e rotti. Di fatto una nazione a parte.
Detta della suddivisione geografica del fenomeno, che non rappresenta una novità, più poveri al Sud che al Nord, la cosa impressionante è che il 36,5% di questi nuovi potenziali poveri sono costituiti da famiglie con tre o più figli. In sostanza avere un figlio diventa una vera sciagura economica e questo spiega molto bene il calo continuo anno per anno della natalità. Sono notizie che dovrebbero far rabbrividire pensando a quale futuro spetterà alla nostra Italia se non cambieremo in fretta ma pare che la cosa non interessi a nessuno; infatti giornali e telegiornali parlano d’altro: la commissione (bluff) d’inchiesta sulle banche, gli immigrati che ‘bisogna aiutarli a casa loro’ ma l’Europa se ne frega, Brexit dove venivano chiesti 70 miliardi di euro alla Gran Bretagna (parola di Juncker) e adesso ci si accontenta di 45 (sempre lo stesso Juncker) e soprattutto l’affacciarsi del neofascismo perché esiste una vera minaccia alla democrazia rappresentata da un manipolo di ignoranti che leggono un comunicato in un centro di accoglienza per immigrati a Como inneggiando alla Patria Italia indossando capi di abbigliamento rigorosamente prodotti all’estero e poi CasaPound che si presenta con dieci persone mascherate davanti alla sede di Repubblica con fumogeni rossi.
No caro direttore penso che la vera minaccia alla democrazia sia il continuare a non rispondere ai problemi reali degli italiani e trovo molto sconfortante il vedere pontificare personaggi politici che portano in televisione e sui giornali le loro ricette per superare la crisi quando sono stati essi stessi i principali protagonisti della rovina del nostro Paese.
Io ho superato i 50 anni e posso dire che si stava meglio quando si stava peggio e non è un luogo comune perché ho sperimentato sulla mia pelle il progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro (la riduzione dello stipendio e in futuro una pensione che probabilmente servirà solo a sopravvivere), della sicurezza nella vita quotidiana (si figuri che a casa mia fino agli anni ‘80 non si dava nemmeno il catenaccio alla porta), della salute (quando si andava all’ospedale per un’operazione si rimaneva ricoverati per qualche giorno e non come oggi un andirivieni continuo per pre-ricovero, ricovero e successiva medicazione con tanto di slalom in mezzo agli uffici del CUP).
Insomma la democrazia per legittimarsi deve essere efficiente e come sosteneva Platone la repubblica deve essere sinonimo di sobrietà altrimenti passeremo dall’attuale fascismo d’avanspettacolo a quello vero e non credo che poi le forze dell’ordine preposte alla sicurezza dello stato democratico saranno così compatte nel difenderlo. La bandiera prussiana (e non nazista com’è stato scritto frettolosamente) esposta in una camerata di una caserma di carabinieri vorrà dire pure qualcosa.
Gabriele Marchetti
(Torricella del Pizzo)

Il caso di Nadia Toffa
Preghiere sui social. In alto i cuori!
Signor direttore,
la vicenda di Nadia Toffa si presta ad alcune riflessioni. La gente comune ha pregato per lei. Molta gente lo ha fatto ed io sono tra questi. E si badi che eravamo in molti a chiedere la guarigione senza sapere chi fosse Nadia Toffa. Non tutti guardano le Iene in tv. La gente infatti prega o auspica la guarigione per sensibilità, per un senso di fratellanza e di umanità che ci unisce per lo stesso fine con comuni intenti. E tutto questo è stupendo, dà una grande speranza sul futuro della convivenza umana. E mentre scrivo mi commuovo. La gente pratica l’amore fraterno in modo naturale. E sapete dove succede? Succede al computer. Già sui tanto demonizzati social... In alto i cuori! La speranza della guarigione appartiene a tutti, nessuno è escluso, occorre crederci. Non abbiate timori...
Claudio Maffei
(Fasano del Garda)

Sì al biotestamento
Quali civiltà e diritto? Solo un’aberrazione
Caro direttore,
da poche ore il biotestamento è diventato legge. Spannometricamente, il provvedimento dà la possibilità a tutti di ufficializzare in forma scritta (o attraverso un videomessaggio, nel caso in cui la condizione del soggetto non permetta una comunicazione diversa) la volontà di interrompere ogni trattamento terapeutico di fronte a malattie incurabili e terminali, compresa l’alimentazione.
Ovviamente tra i promotori della legge c’è viva soddisfazione e si parla di ‘atto di civiltà’, di ‘passo importante per i diritti del malato’ e che ‘avvicina il nostro Paese ad altri’, come se gli altri fossero a prescindere migliori del nostro.
È chiaro che non si tratta né di civiltà né di diritti. Si tratta sostanzialmente di un’aberrazione: il Parlamento italiano ha deliberatamente deciso di iniziare a disciplinare la morte di Stato, spazzando via il principio fondamentale (quello sì davvero esempio di civiltà) dell’inviolabilità e della sacralità della vita.
Le conseguenze che produrrà lo scardinamento di un principio fondante da parte di un Parlamento in procinto di essere sostituito da un altro, sono difficili da prevedere; ma in un momento storico in cui la narrazione politicamente corretta ci porta a processare talune pratiche come “civili” e “giuste”, non è così impensabile che il biotestamento rappresenti una sorta di testa di ponte per altre leggi mortifere. Come ad esempio l’eutanasia (scelta od imposta da una legge) per i malati terminali o incurabili: il caso del piccolo Charlie Gard dove fu la burocrazia a strappare l’infante alla famiglia che, al contrario, avrebbe voluto tentare un’ultima strada per salvare la vita al figlioletto attraverso terapie sperimentali negli Stati Uniti, è cronaca di pochi mesi fa e fornisce un’istantanea molto chiara di quali nefandezze è in grado di produrre l’assenza di sacralità o spiritualità.
Ma il mio rifiuto verso questa legge è suffragato anche da altre motivazioni. Perché sono gli elementi più deboli ad aver bisogno della protezione dello Stato ed i malati rappresentano perfettamente questa porzione di popolo. Lo Stato ha l’obbligo morale di proteggere i più deboli ed i più bisognosi, non di lasciarli morire di fame o di sete “a norma di legge”. Ecco perché la ricerca deve essere un aspetto su cui investire i propri sforzi, per dare maggior vigore e rinnovata speranza ai malati. Lasciarli morire facendo ricadere su di loro la decisione è tanto vigliacco quanto menefreghista. Trovare in questa pratica qualcosa di civile ed etico è davvero raccapricciante.
Non è un aspetto di secondaria importanza il fatto che tanto più ci si avvicina alla morte, tanto più ci si attacca alla vita. È una reazione assolutamente umana e normale. In virtù di questo, oggi che non siamo malati, come possiamo decidere razionalmente se, una volta malati, vorremo continuare la somministrazione di medicinali o se scegliere di morire? Nessuno di noi può dare una risposta certa e veramente libera, perché ogni decisione presa oggi sarebbe una scelta drogata dalla propaganda incessante che, su questi temi specifici e pietosi, ci tartassa generando in noi idee e percezioni distorte che potrebbero non corrispondere al reale sentimento che ognuno di noi potrebbe provare una volta calati in un contesto di reale malattia.
Il mio ultimo pensiero va a tutti i medici che presto o tardi si troveranno a dover fare i conti con questa legge e lasciar morire i propri pazienti per una scelta da loro fatta (magari anni prima e che non sono più in grado di cambiare nemmeno se volessero), andando contro la propria stessa vocazione e al giuramento di Ippocrate che, al contrario, li impegna ad astenersi dal recar danno od offesa ai malati, a compiere azioni corruttrici sul corpo delle donne e degli uomini e a non somministrare ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale e né a suggerire un tale consiglio.
Diego Storti
(Ostiano)

La radio si ascolta in auto
Crescono i premi in carburante
Gentile direttore,
la radio si sente quasi esclusivamente in automobile. Ne deriva che la stessa ci tenga a incentivare il suo utilizzo. Non a caso i premi che le emittenti radiofoniche riservano agli ascoltatori sono carburante. Poco importa se esse generano ricchezze ai petrolieri islamici e inquinamento.
Silvio Pammelati
(Roma)

L’avvistamento
Il lupo a Gerre? Presenza possibile
Egregio direttore,
(...) voglio intervenire in merito al doppio articolo pubblicato sull’edizione dell’11 dicembre, riguardante il presunto lupo osservato a Gerre de’ Caprioli. Premesso che dalle foto pubblicate non è affatto possibile una sicura attribuzione, è da rimarcare la presenza di alcune informazioni non corrispondenti alla realtà. Non si capisce per esempio dove trovi fondamento la frase: ‘Una presenza di lupi nel territorio della pianura padana interna... sembra quasi impossibile’. Non solo infatti il lupo è tornato nel Parco del Ticino, ricco di boschi, ma sono ormai parecchie le segnalazioni documentate in aree schiettamente agricole delle contermini pianure piacentina e parmense. L’anno scorso un esemplare munito di radiocollare è stato seguito dall’Appennino bolognese fino alla bassa piacentina, dove si è fermato alcuni mesi senza essere osservato, raggiungendo anche le rive del Po. Ancora pochi giorni fa un esemplare è stato investito alla periferia est di Parma. Diversamente da quanto si scrive, inoltre, la specie è assolutamente in grado di superare le barriere lineari costituite da autostrade e ferrovie, al pari di caprioli, cinghiali e istrici, pure giunti dall'Appennino del resto. Non mi pare poi potersi affermare che in golena i cinghiali sono ‘estremamente numerosi’, salvo non essere mai stati in golena. Si tratta infatti di qualche decina di individui, giovani compresi, lungo 60 km lineari di fiume. La comparsa di qualche lupo nel nostro territorio è oggi da ritenersi assolutamente possibile e, anzi, probabile. A questo riguardo credo che una corretta informazione non debba piuttosto esimersi dal sottolineare che il lupo non crea alcun pericolo per l’uomo (caso mai è quasi sempre vero il contrario), prova ne è il fatto che a fronte di una popolazione che in Italia è cresciuta fino a superare verosimilmente i 2.000 individui, dall’Aspromonte e dal Salento fino alle Alpi, non si è registrato nessun caso di attacco all’uomo.
Sergio Mantovani
(Cremona)

All’Istituto di Sospiro
Medici e fisioterapisti.  Un grazie di cuore
Egregio direttore,
vorrei esprimere il mio ringraziamento ai fisioterapisti dell’Istituto di Sospiro, dove sono stato ricoverato per alcune settimane. Un pensiero speciale all’equipe medica e alla capo sala Grazia per l’aiuto e la professionalità.
Marino Calcina
(Cremona)

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