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6 dicembre

Lettere al Direttore (1)

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emanzini@laprovinciacr.it

08 Dicembre 2017 - 04:05

IL CASO
Case popolari. Morosità record a Crema. Sono indignato
Stimato direttore,
sul numero de La Provincia dello scorso 4 dicembre, ho avuto modo di leggere la notizia riguardante lo sgombero, avvenuto a Crema, di un alloggio di edilizia residenziale pubblica. L’articolo, ben approntato, riporta alcune dichiarazione rese da un politico locale secondo le quali la lunghezza dei tempi per portare a compimento la procedura dell’escomio è «… uno standard dovuto ad una legge in vigore, risalente agli anni ’70 e non più attuale ...».
Agli operatori del settore il riferimento a questa legge degli anni ’70 giunge abbastanza nuovo, poiché la normativa che disciplina, in maniera organica, le cause e la procedura di decadenza degli alloggi Erp è del 2004 (tale normativa è stata più volte ritoccata e, più recentemente, rivisitata). Al di là di questo aspetto, è fuori di dubbio che l’offerta di alloggi pubblici è sempre più angusta, a motivo della mancanza di investimenti.
Aver saputo, attraverso il suo giornale, che il comune di Crema non ha saputo gestire, in maniera puntuale ed efficace, la riscossione degli affitti di alloggi di sua proprietà, con una morosità molto ingente (euro 500.000), provoca un certo sdegno, considerato che tale mancato flusso di denaro non ha consentito la sistemazione di molti alloggi, impedendo ai cittadini di poter fruire di un’abitazione a canone contenuto.
L.C.

Come può leggere a pagina 12, il Comune di Crema adesso corre ai ripari. Meglio tardi che mai.

LA POLEMICA
La giunta ha progetti su via Giordano, si decida col referendum
Gentile direttore,
i presidenti di 7 comitati di quartiere della città hanno chiesto all’Amministrazione soluzioni concrete per via Giordano. A dimostrazione di come la problematica sia considerata trasversale e la risoluzione stia a cuore nell’interesse di tutta la città, a prescindere dall’appartenenza politica. Credo che l’iniziativa vada valorizzata perché è la prima volta che i comitati non si occupano solo di problematiche legate al proprio quartiere ma hanno agito nell’ottica di considerare la città come un tutt’uno, dal centro alla periferia, dando un bel segnale di unità e condivisione.
Ma è evidente che l’Amministrazione non ha colto l’importanza della richiesta se pensa di liquidarla dichiarando che le soluzioni viabilistiche verranno ricercate e studiate all’interno della redazione del Piano urbano della mobilità sostenibile, il cui incarico, vedremo a quali costi, sta per essere affidato a tecnici esperti. Ma come pensa di essere credibile questa giunta che da una parte ammette di non avere ancora studiato soluzioni per via Giordano e dall’altra però ha già deciso, indipendentemente dal Pums, di stralciare subito la strada sud?
Questa decisione non dovrebbe essere presa in base agli esiti degli studi fondati su nuovi rilievi del traffico nell’ambito di una valutazione complessiva dell’assetto viabilistico di tutta la città? D’altronde l’amministrazione ha già adottato altre decisioni di dettaglio su singoli comparti modificando ad esempio la viabilità della zona Po, di via Brescia, del centro ecc. Quindi di fatto il Pums, che come strumento di pianificazione dovrebbe essere a monte di ogni scelta viabilistica della città, nell’ottica di questa Amministrazione, serve solo a recepire le suddette scelte politiche già fatte e a giustificare la mancanza di un progetto per via Giordano.
Questi presupposti rafforzano ancora di più la necessità di un referendum affinché i cittadini abbiano la possibilità di esprimersi in merito all’utilità di mantenere in vita l’unico progetto attualmente esistente per quel comparto.
E anche se la maggioranza sta cercando di ostacolare in tutti i modi il percorso, arrivando persino a votare contro in consiglio comunale alla proposta di adeguamento del regolamento del referendum alla normativa nazionale che dà l’opportunità, con notevole risparmio di risorse, di accorparlo alle prossime elezioni politiche e regionali, sono certa che, alla fine, la determinazione dei cittadini prevarrà sulla prepotenza di questa amministrazione, che spera di impedire il raggiungimento del quorum mantenendo un divieto ormai illegittimo nel regolamento, visto che nel merito della questione non ha più argomentazioni credibili da spendere.
Maria Vittoria Ceraso
(Cremona)

Disputa sul tesoro del duce
Oro di Dongo usato da un partito
Signor direttore,
essendo stato citato nella lettera di sabato 2 dicembre a firma del signor Noci, mi permetto di dire che nel 390 a.c. furono gli starnazzi delle oche sacre al tempio di Giunone sul colle del Campidoglio che salvarono Roma dalla sortita dei Galli e aprirono al periodo più grande e longevo degli imperi antichi. Penso che gli storici e gli appassionati di storia debbano sempre saper leggere con il giusto distacco i documenti, come gli scritti: ho semplicemente affermato che s.e. il cav. Benito Mussolini non ha mai percepito alcuno stipendio da presidente del consiglio del Regno d’Italia o per altro ruolo quale dipendente dello Stato del Regno d’Italia. Circa quanto citato dello ‘storico’ Sergio Noci al riguardo di somme trasferite in Paesi stranieri non posso che prenderne atto, a ragione che non possiedo le sue fonti informative. Mi preme solo sottolineare riguardo l’affermazione ‘che durante tutto il ventennio, attraverso suo fratello Arnaldo’, che Arnaldo Mussolini è deceduto il 21.12.1931, a poco meno della metà del ventennio! Da ultimo sono sicuro del colloquio citato dallo ‘storico’ in data 24.01.1944; fermo restando che pure i monelli non scolarizzati sanno che l’oro di Dongo ha contribuito anche a finanziare l’acquisto di una prestigiosa sede di un grande partito italiano che ai tempi non aveva alcuna dicitura di riferimento alla democrazia. ll diavolo fa le pentole, ma non i coperchi.
Fulvio Lorenzetti
(Crema)

Reddito di inclusione
Tempi biblici un’odissea per tutti
Egregio direttore,
le chiedo gentilmente spazio per denunciare la situazione che si è verificata il giorno 04 dicembre 2017 al Pois dalle 8,30 ora di apertura alle 9,30 ora dell’intervento dei vigili urbani che mi hanno allontanato con la forza perché chiedevo un appuntamento in data certa ai servizi sociali.
Come la cittadinanza sa anche da accattivanti spot televisivi il giorno 4 dicembre al Pois di Cremona è iniziata la procedura per richiedere il Rei, reddito di inclusione da parte, delle persone che ne hanno diritto. Nel locale stipato non si poteva né entrare né uscire, circa 70 persone in attesa di presentare la domanda oppure chiedere chiarimenti. Un assistente sociale ha preso la parola facendo agli astanti un narcotizzante predicozzo, dicendo che dovevano tacere, sedersi e ascoltare per il buon funzionamento dell’ufficio. Ha presentato l’operatore, così l’ha definito, attraverso il quale potevamo inviare la nostra domanda di accesso al Rei .
Costui inizia dicendo che in data odierna non può attivare nessuna domanda e inizia una tiritera sul comportamento del pubblico presente. Ci informa che come primo passo ci vogliono dei precisi documenti per inoltrare la domanda, ha una copia sola della lista quindi se ne va in un altro ufficio a fare le fotocopie.
Al suo ritorno distribuisce le copie e unitamente esplicita che nei giorni prestabiliti per i colloqui ossia lunedì e giovedì mattino non può ricevere più di 7 persone. Ci informa altresì che potevamo lasciare ognuno il nostro nominativo al centralino del Pois correlato di numero telefonico attraverso il quale ci avrebbe contattati per un colloquio. Questa procedura si chiama invito a chiamata. La discrezionalità assoluta di chi esercita questa funzione. Ho evidenziato che con un solo operatore per 2 giorni settimanali per non più di 7 persone per volta potevano passare dei mesi. La risposta è stata che probabilmente ci sarà qualcun altro.
E se prende l’influenza? La stessa risposta. A quel punto ho preteso anche alzando il tono di voce un appuntamento preventivo e certo. Non si poteva e quindi come soluzione alla mia reiterata richiesta hanno chiamato i vigili urbani, che dopo avermi identificato e intimorito mi hanno detto che se non mi fossi allontanato spontaneamente dal Pois dovevo seguirli al comando.
Mi sono allontanato con la consapevolezza che il pressapochismo e l’impreparazione correlati all’indifferenza di questa pubblica amministrazione si abbatte dolorosamente sulle persone e la loro rete familiare.
Mi chiedo e vi chiedo: se ci fossero 500 persone che hanno diritto al Rei progressivamente con questi metodi avrebbero l’opportunità di inoltrare la domanda più o meno tra un anno. Quando vengono emanati principi autocertificativi e si è in balìa di qualcuno che a sua insindacabile discrezionalità ti chiama per accedere a una misura che poi per legge è diventata un diritto, la sudditanza è già conclamata.
Luigi Vigorelli
(Cremona)

Sui campi di calcio
Sputare era vietato oggi è una moda
Signor direttore,
ai miei tempi remoti della scuola mi avevano insegnato che era un nostro dovere servire, amare e difendere la propria patria e rispettare la sua bandiera. Persino lo sputare per terra, oltre a essere una vomitevole maleducazione era ritenuto reato perché oltraggio al suolo patrio.
Oggi, ciò che ieri era un divieto è diventato un diritto, visto in che stato si è ridotta la nostra patria e il reato è diventato una moda sportiva che si vede frequentemente sui campi di calcio e burlescamente imitata dai ragazzini anche fuori dai campi di gioco per sentirsi futuri campioni di sputinaggine o di stupidaggine.
Pietro Ferrari
(Cremona)

Gentiloni sbaglia
Energie rinnovabili meno posti di lavoro
Gentile direttore,
lo scorso 5 dicembre l’attuale presidente del consiglio Paolo Gentiloni dichiarava ‘con rinnovabili più lavoro’. Nulla di più erroneo. Con le energie rinnovabili ci sarà meno necessità di lavoro. Gli individui, sostituiti dalle macchine, potranno passare così il proprio tempo a curare i propri hobbies quali, ad esempio, la musica, il cinema, e l’arte nel suo complesso.
Silvio Pammelati
(Roma)

A Milano 1.800 telecamere
La videosorveglianza qui è insufficiente
Caro direttore,
videosorveglianza, l’importanza della tecnologia a supporto della sicurezza, una cultura della tranquillità come politica integrata, un occhio sulla città, deterrente oppure palliativo? A parte le sacrosante pene certe per i malfattori, la butto lì, a Cremona contiamo 47 più 4 telecamere? Presenti in città (periferie?) vengono monitorate quotidianamente, sia per una sicurezza urbana che per la gestione delle aree critiche (manifestazioni, eventi, etc.), dalla polizia locale, presso la loro centrale operativa. Chissà se anche ‘integrate’ e a disposizione di tutti quei soggetti deputati al controllo della sicurezza cittadina!? Piuttosto, quanti saranno i privati dotati di una loro videosorveglianza? Tanti, pochi? E poi, all’ombra del Torrazzo, lo reputi ambizioso direttore, irrealizzabile, inutile quell’innovativo ‘percorso condiviso di sistemi di sorveglianza privati collegati con le forze dell’ordine’? Ebbene, nella Milano da 1.360.000 abitanti, le telecamere pubbliche installate sono circa 1.800. E a breve si firmerà un’intesa con la prefettura per realizzare una grande rete in comune tra privati e polizia locale. A Milano perché la gente ha paura e la percezione dell’insicurezza è in costante aumento, per non parlare d’altro. Sai bene che allorquando accade un grave episodio, può succedere di andare alla spasmodica ricerca di una telecamera privata che lo abbia ripreso. E a Milano ci vogliono provare. Da noi? Cremona, 72.000 abitanti, quali iniziative? Beh, allora ti incoraggio direttore, nel senso che da noi non ci arriveremo mai ad una soluzione così avanti nei tempi. E’ un magone il mio che vuol farsi sentire, perché neanche i bambini si fidano più della città. Se non c’è nessuno che li fa ricredere sulla sicurezza urbana, sulla capacità di controllare il luogo in cui si vive, sviluppano la passione per il fallimento, un avvenire senza futuro. Perché deludere l’innocenza? Spicciamoci, altrimenti ci vedremo costretti a dover vivere una quotidianità insopportabile.
E’ tutto, forse!
Giorgino Carnevali
(Cremona)

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