Cerca

Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

TEATRALIA

Nella Padania (in)felix il teatro si faccia specchio di comunità

Gianluigi  Cavallo

Email:

narrigoni@laprovinciacr.it

14 Maggio 2021 - 13:55

Nella Padania (in)felix  il teatro si faccia specchio di comunità

Calendario dei post

La Padania (in)felix rialza la testa, ma lo sguardo punti lontano, o almeno ci tenti. Il flagello pandemico impone un cambio di passo, una convivenza col virus è inevitabile, mai nulla sarà più come prima… sono refrain di questa ennesima ripartenza che si affianca alla voglia di recuperare il tempo perduto, anche in teatro. Dalla provincia, dalla città di Claudio Monteverdi – l’inventore del teatro in musica – piace partire e non solo per una questione di appartenenza, ma perché è nella provincia teatrale che vive il tessuto che tiene in piedi l’impresa teatro, quei lavoratori dimenticati, considerati inutili, a cui è mancato il patentino di necessità nel lungo e non ancora terminato periodo di lockdown. E allora che nella Padania felix e non più infelix, territorio ferito più di altri dal virus, parta l’impegno responsabile di un teatro che sappia essere collante di comunità, rinascita del noi, in uno spazio assembleare in cui tutti possano riconoscersi, immaginare un futuro possibile, guardare in faccia anche gli aspetti più bui dell’anima. Dopotutto questo fa da sempre il teatro, non esperienza intellettuale solitaria, ma specchio in cui riflettersi insieme, luogo delle relazioni e dell’indicibile.

Per questo Macbettu di Alessandro Serra, in scena al Ponchielli, può essere letto comeuna sorta di manifesto artistico, che va al di là del qui ed ora, che chiede a chi pensa e fa teatro di osare, di credere fino in fondo al linguaggio potente del fare teatro. E ciò lo si dice partendo proprio da un lavoro come Macbettu che apparentemente basta a sé stesso, che non concede aperture di partecipazione, che è immagine che sta e ferisce, che sta e compiace, che sta e interroga. Macbettu ha in sé un valore che lo trascende e lo fa essere una sorta di dichiarazione di intenti e di estetica, in particolar modo in questo particolare momento di ripresa delle attività di spettacolo dal vivo. Si crede che non sia un caso che si sia deciso di aprire la sezione prosa del massimo teatro del territorio con uno spettacolo cupo, difficile, potente nel suo essere pensiero e non solo rappresentazione, forma che si fa narrazione.

A suo modo, Macbettu è un classico. Si dice questo perché il lavoro di Alessandro Serra e di Sardegna Teatro è nel suo cristallizzato compiersi sulla scena la dimostrazione di come il teatro sia rito, rito antropologico, rito sociale, rito estetico, rito culturale. Questa ritualità intrinseca alla tragedia shakespeariana deve aver sedotto la nuova direzione artistica del Ponchielli, firmata da Andrea Cigni, partita da un’antichità contemporanea, dalla pretestuosa natura di ogni messinscena.  Il termine pre-testo vuol dire andare prima del testo, in fondo trovare il modo di ridare forma a quelle prerogative della creatività teatrale che nel testo hanno il loro lascito scheletrico. E così Macbettu racconta di come il teatro d’arte, l’interrogarsi di regista, attori, scenografo sia la sfida continua a individuare l’indicibile, il rimosso, ciò che non vorremmo vedere di noi. Per questo Macbettu è una buona scelta per il ritorno a teatro, perché ci pone davanti alle insondabili visioni della creatività che aiutano noi spettatori a divagare, ovvero a spostarci in luoghi altri che si rivelano a volte inaspettati e sorprendenti.

E sempre nella Padania (in)felix, la regista Serena Sinigaglia è stata chiamata dalla direzione del teatro San Domenico di Crema a parlare delle Allegre comari di Windsor, nella riscrittura di Edoardo Erba, realizzazione scenica tutta al femminile, sorretta da una potente colonna sonora, regalata dalle arie del Falstaff di Giuseppe Verdi. Ma ciò che interessa e che ha affinità con le esigenze del teatro della ripartenza è quanto con passione incendiaria ha raccontato e va dicendo da sempre e praticando con costanza Serena Sinigaglia: «Il teatro avrà fine solo con l’estinzione del genere umano e non è detto che ciò non possa accadere – ha affermato -. Il teatro è relazione di uomini e donne, è palestra di comunità. Io credo che lo spettacolo sia l’ultimo tassello di un fare teatro insieme, di un costruire legami che nella messa in scena ha la celebrazione di un rito. Da ebrea e da laica dico: il teatro è come la Messa per i cattolici. Non sei cattolico perché vai a Messa, ma il rito dell’Eucarestia dovrebbe essere il momento culminante di un essere cattolico che si realizza nel fare e nelle azioni di ogni giorno. Ecco il teatro è la nostra messa laica».

In questo praticare quotidianamente il teatro c’è non solo la professione di fede, ma anche di azione politica e poetica di Sinigaglia e di Atir teatro che con il quartiere Gratosoglio a Milano hanno intessuto non solo relazioni. Atir Teatro è diventato fulcro vitale, piazza di incontro, platea di visioni. «Andare a teatro ti deve cambiare e non vuol dire che devi avere mille lauree e aver studiato per capire quello che accade in scena – dice provocatoriamente Sinigaglia -. Il teatro, quello che ti parla, è in grado di cambiarti, ti rimane dentro, ti instilla dubbi, ti fa divertire, ti trasforma. Ma il teatro è anche uno straordinario medium, è un mezzo che se praticato costruisce relazioni, fa anima, fa comunità. Il teatro è un medium, non un mass medium, ma semplicemente un mezzo che mette in contatto le persone, gruppi di persone, corpi e respiri».

In un certo qual modo da Macbettu di Alessandro Serra in cui la cultura sarda è radicamento comunitario, in cui si strizza l’occhio al teatro come rito, come concentrato di presenza, come partitura fisica, a Serena Sinigaglia delle Allegre comari di Windsor, il vecchio Shakespeare si contraddistingue quale terreno fecondo di immagini e di racconti.  In entrambi i casi è il teatro a raccontarsi come opportunità di comunità, come luogo in cui stare per svagarsi, ovvero per vagare in altri spazi e altri tempi, per riconoscere noi stessi e – come Alice nel paese delle meraviglie – andare oltre lo specchio per rinnovarci, scoprirci identità singole che si completano nello stare insieme, in un noi che non cancella l’io ma lo rafforza nel rispetto dell’altro… proprio come accade a teatro, dove il gioco regge se tutti crediamo che quella O di legno possa contenere gli sconfinati campi di Francia…

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 400

Prossimi Eventi

Mediagallery

VideoGallery