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Aprire i teatri non basta.... Teatri aperti per una "comunità a venire"

Nicola Arrigoni

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29 Aprile 2021 - 23:09

Aprire i teatri non bastaTeatri aperti per una "comunità a venire"

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Riaprire i teatri non basta…. Non basta se veramente si considera l’esperienza della pandemia come una sorta di confine, di discrimine fra ciò che accadeva prima del Covid e quello che potrebbe accadere dopo. A parziale scusante si può ammettere che non ne siamo ancora fuori. Riaprire i teatri non basta, bisognerebbe pensare a costruire teatri aperti, laddove il verbo aprire presuppone uno spalancare le porte al fine che ciò che è esterno entri e ciò che sta all’interno esca. Infatti come osserva Marco De Marinis nel saggio/pamphlet, Per una politica della performance, edito da Editoria&Spettacolo (pagine 136, 12 euro) «il teatro può aiutarci, in quanto esperienza dell’alterità negli altri e in noi stessi, a superare ancora una volta concretamente e in pratica, l’idea di cittadinanza come comunità di soli cittadini, che sta mostrando ormai tutti i suoi limiti, per muovere verso un’altra idea, un’altra pratica di comunità, una comunità a venire».

Ed è in questa comunità a venire che si compie l’epilogo del saggio di De Marinis che ricostruisce con sintesi e precisi dettagli storici la parabola del teatro d’avanguardia dai primi del Novecento ai giorni nostri, inseguendo e stigmatizzando una invariante della rivoluzione del teatro, ovvero l’esigenza di farsi spazio aperto alla città, non luogo solo di fruizione di prodotti artistici, ma spazio in cui vivere il processo della creatività che nell’incontro e nella relazione diviene processo di comunità. In questa comunità a venire c’è tutto il senso di responsabilità che De Marinis indica come tratto distintivo, emergenziale di un ritornare alla vita dopo il Covid. «Nell’epoca della ricostruzione d. C. (dopo Covid) ci sarà bisogno di più arte, di più cultura, più sapere, più creatività rispetto a prima. E ci sarà ancora più bisogno di teatro, nonostante il fatto che, per ovvi motivi, proprio il teatro, e più in generale lo spettacolo dal vivo, rischino di divenire le vittime designate dell’età covidica». Immaginare un bisogno di più teatro e più arte non si limita ad essere solo un auspicio, ma nel pensiero di De Marinis si pone come un’esigenza, un’opportunità da non far sfumare, se solo si avrà il coraggio di porsi Al limite del teatro, citando un altro saggio di De Marinis dedicato alle «Utopie, progetti e aporie nella ricerca teatrale degli anni sessanta e settanta e pubblicato da Cue Press  (pagine 274, euro 22,99) cui va sottolineata l’opera meritoria di pubblicazione di alcuni capisaldi saggistici della treatrologia italiana.

Marco De Marinis fa riferimento – da storico e da pensatore – alle esperienze degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Dalla storia del Living Theatre, ad Eugenio Barba, passando per Jerzy Grotowski, Peter Brook e Giuliano Scabia – solo per fare qualche esempio – De Marinis va in cerca di una parabola di senso che trova nel teatro dei margini, nel teatro dell’inclusione una sua epifania per il recupero o la prassi di una condivisione di corpo e spirito che porti a una rinnovata communitas. Nello scenario di un teatro di comunità entrano anche i contemporanei Teatro delle Albe di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, Armando Punzo con la Compagnia della Fortezza, Ascanio Celestini e Pippo Delbono. In un certo qual modo dal volume Al limite del teatro fino al pamphlet, Per una politica della performance lo studioso media la propria esperienza di testimone di teatro, di studioso delle arti performative con la necessità di un proiettarsi in avanti, per dare risposta a un sentimento e immaginare una risposta all’implosione narcisistica e individualistica del nostro presente messa alla prova dalla complessità della condizione pandemica. Un po’ ovunque si va parlando di insostenibilità dei processi di esistenza e di produzione dell’Occidente, di crisi della rappresentatività civica invocando un cambio di direzione non solo di carattere produttivo, ma più in generale di pensiero, di prospettiva d’azione incoraggiando una maggior consapevolezza a frequentare la responsabilità del Noi piuttosto che assecondare la dittatura dell’Io. In questo senso le arti performative e la loro connessione con il potere offrono uno stimolo di riflessione e forse una prospettiva per un modo di reinventare la comunità.

Da qui la distinzione fra Performance della politica e Politica della performance. La performance della politica «è lo spettacolo del potere, è il potere in quanto spettacolo, rappresentazione ininterrotta» di una narrazione dello statu quo, del consenso che s’invera nei grandi riti degli spettacoli, delle feste e delle simbologie degli Stati. In questo contesto sono esemplari le strategie del consenso, messe in atto delle grandi dittature novecentesche. Con la politica della performance De Marinis non si limita a invertire i termini, ma indica la capacità della performance di fare politica, ovvero di farsi instrumentum civitatis, attraverso quello spazio separato, che ha voltato spalle alla città che è il laboratorio. Per questo i teatri della marginalità sociale, delle fasce deboli dell’humanitas rappresentano, in nuce, la potenzialità del teatro come spazio di labor, lavoro relazionale. L’asocialità del laboratorio, la priorità del processo sul prodotto/spettacolo è deflagrante. «La socialità così concepita, lungi dal negare ogni forma di comunità e di convivenza, risulta invece, sempre di più, una pratica necessaria di allontanamento dalla città reale e da tutti i suoi condizionamenti e limiti, per poter immaginare e anche animare la città futura, cioè nuove e più umane forme di socialità».

Considerando tutto questo sembra possibile affermare come oggi aprire i teatri non basti, come si debba lavorare ai teatri aperti. Nelle prossime settimane e nei prossimi mesi si assisterà a un pullulare di spettacoli, di festival, una sorta di bulimica abbuffata quasi che l’anno di fermo abbia portato ad un’astinenza insopportabile. Ma sarà veramente così? L’unica voce che non si è alzata, nelle pur legittime proteste dei lavoratori dello spettacolo, è quella del pubblico. Eppure si viene da una sorta di ossessione di engagement dello spettatore, di necessità di incoraggiare la partecipazione del pubblico in nome di un'apparente condivisione che tanto somiglia a quella sollecitata dai social, tanto insistita quanto fittizzia. Si è pronti a ripartire, a proporre spettacoli, magari prodotti durante il lockdown e messi nel frigorifero del teatro. L’aprirsi del sipario permetterà di togliere dal frizer le pietanze congelate… Tutto ciò come se nulla fosse stato, tutto ciò in ottemperanza alle regole della produzione per esistere. Questo può bastare? Come risponderà il pubblico? Tutto ciò rischia di riproporre l’ottica della produzione/capitalistica del sistema teatro pre Covid. Ma si sentirà poi la necessità, dopo la possibile ubriacatura da ripresa, di trovare un’altra prospettiva? Lo imporrà la crisi economica, convitato di pietra del futuro prossimo venturo? Lo suggerirà il sentire degli artisti? Lo imporranno le narrazioni del dopo/pandemia non per autocompiacimento, ma per l’urgenza di fare chiarezza sull’accaduto, di impedire che possa succedere di nuovo, a tutela del pianeta, a tutela del mondo dalle risorse finite e offeso dal virus antropico che si crede immortale? In tutto questo il rito marginale del teatro, la capacità di intessere relazioni, la fragilità dei corpi che si incontrano, toccano, si parlano sulla scena potrebbe essere il laboratorio di una comunità a venire che considerando i più deboli, i più fragili, la delicatezza del sistema Terra possa immaginare di essere non padrona, ma ospite del palcoscenico terracqueo.

Marco De Marinis, Per una politica della performance, Editoria&Spettacolo, Città di Castello, Perugia, 12 euro

Marco De Marinis, Al limite del teatro. Utopia, progetti e aporie nella ricerca teatrale degli anni Sessata e Settanta, CuePress, Imola, euro 22,99.

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