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Mercoledì 05 Agosto 2020

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TEATRALIA

Mauro Ceruti: "Scontiamo il morbo della semplificazione"

Se nell'epoca della complessità va in scena la pandemia da Covid-19

Se nell'epoca della complessità va in scena la pandemia da Covid-19Mauro Ceruti: "Il vero morbo è la semplificazione"

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Lo scenario è quello di una pandemia globale. La terra patria – per dirla con Edgar Morin – si è trasformata in una sorta di O di legno in cui ognuno di noi è chiamato a giocare un suo ruolo, in primis a compiere quell’atto responsabile e individuale di non ampliare il contagio, rimanendo a casa. La O di legno di shakespeariana memoria non ha bisogno di scenografie, non ha bisogno di finzione, anzi la realtà ha superato la finzione. Come non pensare ai tanti film catastrofici: si veda l’orribile Virus letale con Dustin Hoffman e Kevin Spacey diretti da Wolfgang Petersen. Sul palcoscenico della viralità globale il Coronavirus mostra cosa voglia dire vivere in una società interconnessa. Ma al tempo stesso  risulta evidente come i meccanismi umani siano quelli di sempre e parole semplici assumano un peso e prospettive di pensiero inediti: paura, corpo, contagio, morte. La complessità della gestione, la consapevolezza che il fare e pensiero medici sono la testa d’ariete contro il virus e la malattia, ma queste da sole non possono nulla, se a sostenerle non è la comunità dei viventi, i cittadini con atteggiamenti che si richiamino a un senso di responsabilità individuale e collettiva. Di questo si parla, di questo si discute: di una complessità che spiazza e che chiede repentini cambiamenti di comportamento dei singoli e della collettività. Per cercare di capire cosa ci stia accadendo e quali possano essere le prospettive di un pensiero che sia non semplicemente consolatorio, ma in grado di spiegare si è chiesto al filosofo Mauro Ceruti, docente di Filosofia della scienza all’Università Iulm di Milano e teorico del pensiero complesso (il suo ultimo libro è Il tempo della complessità, pubblicato da Raffaello Cortina) di riflettere su quanto sta accadendo.

«Il nostro è il tempo della complessità: una condizione nuova e inedita, che ha bisogno di un cambiamento di visione, di un nuovo modo di pensare e di agire, di un nuovo paradigma – afferma - Ci siamo trovati a vivere in un mondo in cui tutto è interconnesso con tutto, al cui interno, ogni evento locale può comportare, almeno in linea di principio, conseguenze che possono amplificarsi rapidamente su scala globale. Ogni problema è fatto di tante dimensioni intrecciate, che non possono essere separate. Questo fa sì che una piccola causa locale possa avere grandi effetti, anche distanti nello spazio e nel tempo. Ciò fa sì che la complessità, l’intreccio di tanti fattori, renda l’imprevedibile all’ordine del giorno. E l’improbabile, probabile».

Certo che vivere l’improbabile come probabile diventa difficile e cambiare repentinamente ciò che siamo una fatica improba… soprattutto nelle abitudini di tutti i giorni, fino ad assumere atteggiamenti paradossali…

«Il riferimento va sicuramente all’incapacità di adeguarsi alla situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo, non cambiando il nostro modo di vivere».

Perché questi atteggiamenti, questo continuare come se nulla fosse?

«Cambiare nel pericolo è molto difficile, specie per chi non è più abituato a vivere nella difficoltà. Come chi sta annegando, rischiamo di trascinare sott’acqua ciò che ci può salvare. Di fronte al pericolo ci vuole l’apertura (delle braccia, se anneghiamo), e invece la paura porta alla chiusura, all’irrigidimento del confine da un nuovo modo di vedere le cose. Ci vuole collaborazione, e invece c’è isolamento. Ci vuole fiducia, e invece cresce la sfiducia».

Tutto ciò sta avvenendo drammaticamente a tutti i livelli. Non solo magari in quella che è stata definita la caccia al cinese, ma anche nei rapporti fra gli Stati d’Europa. Basti pensare alla decisione di Francia e Germania di bloccare l’esportazione di mascherine verso l’Italia…

«Ci vorrebbe collaborazione fra le nazioni, d’Europa innanzitutto, e poi del mondo intero. È indispensabile per combattere un pericolo comune, il virus, che non conosce confini. Eppure, si è visto che persiste la tentazione di nascondere i dati, quasi che fossero una vergogna, o una colpa. E come se fosse possibile lavare in casa i panni sporchi. Ma ormai siamo tutti legati allo stesso destino, definito dagli stessi pericoli, e da soluzioni condivise. Ormai il pianeta è la nostra unica casa, la casa di tutti. Come dice papa Francesco nella Laudato sì, dobbiamo riconoscere che ormai, lo vogliamo o no, abbiamo un solo mondo, comune, e dobbiamo e possiamo avere un progetto comune. In questi giorni ce lo rivela la nostra vita quotidiana, non è un discorso astratto».

In tutto ciò la paura è il tratto determinante delle nostre azioni?

«La paura è sia l’effetto sia la causa di questo tentativo di semplificare ciò che per sua natura non è semplificabile.  Porta a reazioni immediate, cioè senza mediazione adeguata fra i vari aspetti intrecciati del problema, alla ricerca del colpevole, del capro espiatorio. E così la paura porta alla chiusura, all’incapacità di ascoltare, al senso protettivo del confine, parola che peraltro proprio il virus non conosce. L’angoscia è generata dall’ignoto, dall’esperienza di non sapere da dove proviene il pericolo: un sentimento che induce alla chiusura o alla reazione aggressiva, alla rimozione del senso pericolo e talora addirittura all’attrazione incosciente e mortale verso il pericolo stesso. Ma così facendo la complessità cresce a dismisura, l’intreccio delle concause aumenta».

Si ha quasi l’impressione che non si riesca a sostenere la complessità e virulenza di ciò che sta accadendo. Ognuno si limita alla propria individualità. Che sia il singolo che non protegge sé e gli altri da sé, ma anche al confronto/scontro fra Governo e Regioni…

«Gli aspetti sono tanti e complessi. Ma mi permetta una provocazione. Il vero morbo del nostro tempo è la semplificazione, ciò vale per la politica, l’economia, la comunicazione, l’educazione».

Con questo cosa intende dire?

«Mai come oggi vale quel che ha scritto in versi il poeta Thomas Eliot: Dov’è la saggezza che abbiamo perduto nella conoscenza? Dov’è la conoscenza che abbiamo perduto nell’informazione?».

I giornalisti e il circo mediatico non possono essere la causa di tutto?

«Ed infatti non lo sono. Ma le persone sono esposte a un diluvio disordinato di informazioni, senza disporre di ombrelli e di criteri di selezione. Le conoscenze sono sempre più frammentate e non facilitano la comprensione e la decisione di fronte alla complessità dei problemi. Un diluvio continuo di informazioni indebolisce la riflessione pacata e saggia.  Prima si sottovaluta, poi si terrorizza, poi ci si affida ai tecnici, poi si cerca di afferrare gli umori prevalenti, eludendo così la propria responsabilità. Questo vale per tutti. Ma non dovrebbe valere soprattutto per chi ha più responsabilità: politici e comunicatori in primis. Nella frammentazione e nell’accelerazione delle esistenze, la saggezza non ha gli spazi e i tempi per maturare»

E tutto questo perché?

«Ancora una volta credo che sia necessario ampliare lo sguardo per cercare di capire atteggiamenti contemporanei. In gioco è il senso del limite».

Cosa intende dire per il senso del limite?

«Il modo in cui immaginiamo il presente e il futuro ha perso la misura istintiva del limite, oltre il quale si dà l’oltraggio del sacro, della vita, il peccato di Hybris, come lo chiamavano i filosofi della Grecia classica, che suscitava l’ira degli dèi, o il timor di dio, come lo chiamavano ancora i nostri vecchi. Oggi, il senso del limite svanisce nell’illusione di un controllo tecnico del mondo. E con ciò è rimosso il mistero che avvolge le nostre vite, ed evoca il problema del loro senso. Questo però torna, suscitato dall’imprevisto, dal volto invisibile del virus, con l’epidemia che minaccia la nostra illusione di avere il controllo perfetto delle nostre vite. Il virus che non riusciamo a prendere ci ricorda che la nostra realtà è quella di esseri mortali, nella stagione in cui pensiamo di aver esorcizzato il mistero della morte attraverso la tecnica, il benessere e il consumo».

L’impressione è che non si capisca quello che accade, non si riesca a mettere in fila il meccanismo causa ed effetto…

«È per questo che la sfida che stiamo giocando è anche una sfida educativa. L’ostacolo alla comprensione dei problemi non sta più solo nella nostra ignoranza: si annida anche e soprattutto nella nostra conoscenza. La specializzazione disciplinare ha portato numerose conoscenze. Ma queste conoscenze sono incapaci di cogliere i problemi globali, che sono multidimensionali, cioè complessi. L’università, la scuola, e anche la divulgazione, ci insegnano a separare le discipline le une dalle altre. Ma non ci insegnano a collegare. Continuano a disgiungere conoscenze che dovrebbero essere interconnesse. I modi di pensare che utilizziamo per trovare soluzioni ai problemi più gravi della nostra era planetaria costituiscono essi stessi uno dei problemi più gravi che dobbiamo affrontare. La sfida è di formulare i problemi come problemi complessi, cioè costituiti da una molteplicità di dimensioni intrecciate fra loro. E qui il ruolo più importante lo possono giocare giornalisti e insegnanti».

Qui sembra che lei torni al problema dell’eccessiva semplificazione. A un sapere tecnico che ha messo in ombra la complessità di una società sempre più interconnessa.

«E torniamo così al discorso di prima: il morbo è la grande semplificazione, è la povertà culturale. Trovo poco saggio e quindi mortifero creare un conflitto, una competizione fra salute e Pil. Bisogna riformulare i problemi. Allargare l’orizzonte e immaginare nuove forme di economia. Esistono modelli ed esperienze. Concrete. Quel che preoccupa è che solo pochi mettono in discussione un modello di sviluppo e stili di vita che ormai sono diventati essi stessi il problema, e non la soluzione. Speriamo ci sia tempo per rimediare. Anche se – ancora una volta – sembra rinunciamo a imparare dalle lezioni della storia. Come dice il saggio, quello che la storia pare insegnarci davvero è che non impariamo dalla storia».

Nella nostra riflessione il convitato di pietra fino ad ora è stato quello che sta accadendo. Qual è la sua opinione sulla gestione dell’emergenza Coronavirus?

«Il contenimento eccezionale messo in atto, tuttavia, non è eccessivo. Semmai arriva tardi. Ma non dobbiamo dimenticare che quello che stiamo affrontando è un problema totalmente nuovo. Non ci sono esperienze pregresse. Dobbiamo presto capire che per affrontare problemi nuovi dobbiamo cercare modi di pensare e di agire nuovi. E, come drammaticamente si vede oggi, ciò è umanamente difficile. C’è continua resistenza, verso l’inatteso, verso l’ignoto. E verso ciò che è complesso. Questo è un altro paradosso del nostro tempo».

Cosa più la colpisce di quello che sta accadendo?

«Sono pericolosi il disprezzo e lo scetticismo per le importanti misure di precauzione. Non sappiamo nulla del coronavirus. Ma sappiamo che il contagio è almeno da uno a due e che è rapido. In pochissimo tempo, senza drastiche misure di contenimento del contatto collettivo, potremmo arrivare a centinaia di migliaia di contagiati. E se è pur vero che i casi gravi coinvolgono “solo”, tra virgolette, il 10% o 15% dei contagia, già “solo” 100000 contagiati renderebbero totalmente inadeguate le terapie intensive su scala nazionale, già ora nei luoghi più coinvolti, come Cremona, oltre il limite della sostenibilità. Ma renderebbero inadeguate anche le competenze. Se non è facile costruire ospedali e attrezzature tecnologiche in pochi giorni, non è certo facile creare medici e infermieri competenti. E poi si ammalano medici e infermieri. Che sono già insufficienti in condizioni normali. E si stanno spostando terapie e interventi che poi saranno necessarie e si accumuleranno».

Che lezione trarre da quanto sta accadendo?

«Certo, questa è una lezione per il futuro, per quando saremo usciti da questa emergenza. Dobbiamo pensare con decisione e preveggenza alla formazione di un sistema sanitario che tenga conto di questi ormai “prevedibili imprevisti”. E soprattutto dobbiamo da subito riflettere sulla necessità di rigenerare il modello della sanità pubblica e l’intervento a questo scopo dello stato. Abbiamo la fortuna di avere avuto il sistema sanitario più evoluto forse al mondo. Banali e certo non disinteressate considerazioni sul privato negli ultimi anni lo hanno indebolito. Il privato non potrà mai fare quello che deve fare il pubblico. Lo tocchiamo oggi con mano».

20 Marzo 2020

Commenti all'articolo

  • Gianpiero

    2020/03/21 - 08:13

    Caro Mauro, non posso che concordare con la analisi che hai fatto. Conosco la complessità e ho capito che una delle discipline vincenti per gestirla al meglio è quella della 'capacità di correlazione'. Su questo il percorso educativo scolastico aiuta ancora poco, ancora meno lo si può sviluppare nel contesto di una attività lavorativa che privilegia le priorità di breve termine. Sono anche concorde sulla necessità di rifondare il modello della sanità pubblica. Qui, forse, si dovrebbe promuovere il percorso opposto: dalla complessità della burocrazia di oggi, che ne compromette la fruibilità nei giusti tempi, ad una semplificazione dell'accesso attraverso le tecnologie già applicate nell'ambito dell'Industria 4.0. Mi auguro che anche la Sanità intraprenda un percorso di trasformazione che la porti dallo stato evolutivo attuale di Sanità 2.0 ad uno stato di Sanità 4.0: una sanità fruibile e nei giusti tempi. Gianpiero Lorandi

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