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Lunedì 19 Agosto 2019

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TEATRALIA

L'odissea dei bambini profughi in fuga dalla guerra e l'agire poetico degli spettatori
Evros Walk Water 1 & 2 dei Rimini Protokoll

L'odissea dei bambini profughi in fuga dalla guerra e l'agire poetico degli spettatoriEvros Walk Water 1 & 2 dei Rimini Protokoll

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L’odissea dei bambini afghani, siriani, iracheni sono voci ascoltate in cuffia, è il concerto di John Cage, Walk Water che gli spettatori suonano in Evros Walk Water 1&2 di Daniel Wetzel e dei Rimini Protokoll, un gioco di ascolto ed azione destinato a fiorire dentro la sensibilità di ogni spettatore, chiamato non solo ad assistere, ma a fare, a partecipare a un viaggio musicale, performativo, poetico ed etico, contraddistinto da una leggerezza che commuove. La compagnia berlinese che ha fatto del teatro della partecipazione e dell’azione degli spettatori/attori non solo un’estetica, ma anche un’etica poetica e politica ha chiesto ai 24 spettatori per replica di essere testimoni e attori delle storie di 15 ragazzini, ospitati presso un centro d’accoglienza ad Atene. I racconti audio colgono e trasferiscono agli spettatori la vita quotidiana nella piccola casa nel centro di Atene, dove vivono quindici ragazzi sopravvissuti dapprima alle traversate a piedi dall’Iraq, dall’Afghanistan, dalla Siria, poi a quelle in mare su un’imbarcazione diretta in Grecia e infine alle brutali condizioni dei campi di detenzione della Grecia. Attualmente frequentano la scuola e sono alle prese con le prime fidanzate e con i videogiochi. Tra di loro non parlano dei traumi che hanno subito.

Evros Walk Water 1&2 di Daniel Wetzel immerge lo spettatore in una apparente normalità, i bambini giocano, si raccontano e chiacchierando del videogioco, piuttosto che della ragazza che cercano di corteggiare finiscono col raccontarsi e intervallano la leggerezza della normalità quotidiana alla narrazione della loro odissea di profughi, di bambini in fuga dalla guerra col sogno di una vita degna di essere vissuta. I bimbi non ci sono e sono gli spettatori chiamati a muoversi in un ring, a giocare con gli oggetti: una paperella, dei bicchieri di birra, una pistola, una catena che Cage usò per il suo concerto nello show televisivo I’ve Got a Segret. Ogni spettatore cambia posizione, sfiora l’altro e lo fa calpestando una cartina dell’Europa. Al centro dello spazio c’è un canotto, di quelli che i bimbi hanno usato per attraversare il mar Egeo e dalla Turchia approdare in Europa, dopo che la tratta praticabile dell’Evros è stata bloccata da una recinzione nel 2012

I ragazzini si raccontano in cuffia e le loro storie sono storie di viaggi interminabili, di torture, di separazioni di fratelli, di cellulari di mamma che suonano a vuoto. Eppure nell’agire e ascoltare quelle voci noi spettatori ‘naufraghi momentanei’ diventiamo testimoni, non possiamo più far finta di nulla, non c’è immedesimazione, c’è la distanza della voce e la vicinanza emotiva di un racconto fatto apposta per te, che ascolti solo tu e di cui alla fine ti senti responsabile: «Ora so» e verrebbe da dire che non fare nulla non è più possibile. Tutto ciò accade in un’atmosfera di leggera poesia, in cui la realtà è lì dura, spietata ma ci viene raccontata con le voci dei bambini che dicono la loro odissea, ma nello stesso tempo giocano scherzano, progettano il loro futuro, magari sognando di fare lo chef da Mc Donalds. Negli spostamenti da una postazione all’altra siamo a nostra volta migranti, l’uno di fianco all’altro, isolato dalle cuffie e dalle storie che ogni spettatore ascolta eppure membri di uno stesso destino, di una stessa condanna: fuggire dalla guerra per cercare una vita migliore o semplicemente per evitare la morte. In questa partecipata azione teatrale qualcosa scatta, malgrado tutto sia dichiaratamente raccontato, scatta un’empatia del cuore, costruita con la ‘freddezza apparente’ di una macchina teatrale ben congegnata e che spinge a fare per essere, a provarsi nel concerto di John Cage, una sorta di divertita via di fuga, una distrazione leggera, come leggeri e adolescenziali sono gli sfottò fra quei ragazzi, le telefonate via Skype per fratelli divisi dalla burocrazie in città lontanissime l’una dall’altra: da Göteborg ad Atene, nel segno di una distribuzione dei profughi sul terreno comunitario. Quella ‘passeggiata sull’acqua’ di John Cage conduce gli spettatori/attori a conoscere quei ragazzi in cuffia, in fondo a viaggiare con loro in spostamenti simbolici e certo meno traumatici, il tutto con una leggera poesia ed ironia che non sminuiscono la testimonianza, ma anzi la fanno lievitare, facendo stridere la crudeltà del racconto con la leggerezza del modo di narrarlo, esattamente come fanno i ragazzi nelle loro testimonianze registrate da Daniel Wetzel. Esperienza da fare. I ragazzi dei Rimini Protokoll rimangono nell’ombra a ricevere gli applausi, registi delicati e presenti per tutto il corso di Evros Walk Water 1&2.

Evros Walk Water 1&2 con le voci di: Abel, Aron, Ehsan, Jawad, Jined, Massoud, Moussa, Omer, concepito e diretto da Daniel Wetzel, drammaturgia Ioanna Valsamido, suono Peter Breitenbach, scene  Adrianos Zacharias, Magda Plevraki, oggetti: Guy Stephanou, Michalis Kloukinas, luci Martin Schwemin; traduzione  Elisa Calosi, Silvana Piermattei, voci fuori campo: Silvana Piermattei, Elisa Sartor, suono Panos Tsagarakis, Nikolas Neecke, Peter Breitenbach, produzione Rimini Protokoll, visto a Lumezzane, capannone Supernova, 27 marzo 2019, prima nazionale.

19 Aprile 2019