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Venerdì 13 Dicembre 2019

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TEATRALIA

Padri evaporati in cerca di identità

Padri evaporati in cerca di identità

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Padri bambini? Padri lontani? Padri assenti? Padri che si sono persi perché troppo impegnati nel realizzare sè stessi, perché immaturi, perché insicuri del loro ruolo. Jacques Lacan ha parlato di ‘evaporazione del padre’, su Lacan, Massimo Recalcati ha costruito la sua azione di psicoanalista, con Recalcati l’attore Mario Perrotta ha deciso di portare in scena tre casi analizzati dallo psicanalista che ormai va per la maggiore, editorialista de «La Repubblica» e star televisiva, dopo le puntate della serie Lessico amoroso. In nome del padre di Mario Perrotta nasce dalla biografia dell’attore, dall’incontro con lo psicanalista e dalla voglia di raccontare il duro compito di essere papà. Perrotta che dopo essersi interrogato sul suo essere figlio nell’Odissea, oggi si interroga sul suo ruolo di padre, mostrando la liquidità di un ruolo che vive di domande e non più di certezze, che avverte la necessità di ridefinirsi, in delicato equilibrio tra ciò che si è, che si vorrebbe essere e gli errori compiuti dai propri padri che non si vorrebbero fare. Ciò che fa l’attore pugliese è offrirci tre ritratti di tre padri, tre mondi ed un unico scenario: il disorientamento in cui vivono i padri oggi, lontani dall’aura di severità e autorità dei loro padri, o forse loro nonni, tentati da una eccessiva prossimità filiali e in questi due estremi costretti a fare i conti con un senso di perenne inadeguatezza davanti alle domande di quei figli in cerca di certezze e risposte.

Può, allora, accadere che un operaio decida di andare dallo psicanalista, non sapendo bene il perché, per un suggerimento e per un’urgenza: trovare il modo di parlare con quel figlio che studia, che sta rinchiuso nella sua stanza, quell’estraneo che non gli appartiene, eppure sente profondamente suo. Può capitare che l’ego narcisistico di un padre giornalista faccia dell’isolamento dal mondo del proprio figlio hikikomori il tema della sua rubrica, ma poi pianga davanti a quella porta chiusa e si cerchi delle spiegazioni più che per capire, per rassicurare se stesso, anche mostrandosi disponibile ad accettare l’omosessualità del figlio. Da padre moderno e comprensivo… Può allora succedere che per la sua bambina il papà faccia tutto, anche vestire i panni di amico e confidente, andare con lei in discoteca, per controllarla e forse perché qualche pulsione verso quelle amiche ogni tanto emerge, spinge, inquieta.

In nome del padre propone tre storie intrecciate, ma in tutte e tre le confessioni paterne è sottesa una tensione, un non detto – per lo più legato alla sfera sessuale e degli impulsi – che rende sospese quelle figure di padri, li rende fragili, forse loro stessi un po’ più figli che padri, insicuri, bisognosi di risposte. I tre personaggi danno l’impressione – a tratti – di appoggiarsi ai figli, di cercarne la complicità per la loro sicurezza, messi con le spalle al muro dal fatto che l’imperturbabilità e l’autorità dell’antica figura del padre oggi non solo non siano più frequentabili, ma siano il lascito nostalgico di un linguaggio non più parlabile. Un padre uno e trino è quello che propone Mario Perrotta con il suo monologo, un entrare nell’uno per poi uscirvi e assumere i toni dell’altro, un cambiare di ‘personaggio’ che alla fine fa sì che i grandi interrogativi dell’educare, dell’essere genitore e del vestire il ruolo paterno emergano con prepotenza in tutta la loro drammaticità, necessità e urgenza nella consapevolezza che gli antichi codici, gli antichi modelli non sono più frequentabili, non servono più a muoversi nel mondo e soprattutto a intessere relazioni col proprio figlio o la propria figlia.

28 Febbraio 2019