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Tra fede e passioni più terrene

Il cammino interiore del padernese Spelta tramutato in versi

Gigi Romani

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lromani@laprovinciadicremona.it

06 Maggio 2014 - 12:49

Il cammino interiore del padernese Spelta tramutato in versi

''Nel silenzio della sera''
di Massimo Spelta
edizioni Carta e Penna, Torino
Pagina 71
€ 11,00

Incominica da una lirica di Aldo Palazzeschi (1885-1970), forse maggiormente noto come romanziere - significativamente intitolata Chi sono? - la raccolta poetica 2002-2013 di Massimo Spelta: Nel silenzio della sera (edizioni Carta e Penna, Torino, pp.71, euro 11,00). Dice l'autore, quarantenne di Paderno Ponchielli, ritenuto dai critici affine ai crepuscolari: “Questo libro è un po' la mia vita, un lungo cammino interiore tramutato in versi e scritto con il cuore”. Non è la sua opera prima; che, anzi, Spelta ha già ricevuto, nel corso degli anni, diversi riconoscimenti, pubblicazioni in antologie e riviste letterarie e, tanto per limitarci all'anno scorso, il “Premio alla carriera” e la nomina a senatore accademico presso l'Accademia d'arte e cultura “Il Rombo”. Il titolo della silloge ha la sua motivazione nel momento sorgivo della maggior parte delle liriche: appunto la sera che, ove si sappia custodirne il silenzio, scruta e raccoglie i sentimenti, le speranze, i dolori e i turbamenti della giornata e della vita trascorsa. Ogni composizione di Spelta reca in calce la data alla quale si aggiungono non di rado l'indicazione dello spunto e quello della successiva fortuna. Alcuni esempi possono aiutare a comprenderne lo spirito. In Portami con te (2002) l'autore chiede di essere condotto “nell'azzurro infinito dove mare e cielo si confondono”...e “nel buio profumato che le onde infrangono” e insieme, in apparente contrasto, di essere lasciato lì dove si trova “a vedere un tramonto, a sognare un'alba di tanti anni fa”. Il senso dello sconforto e della solitudine sembra originare Prima che io dorma (2003): “...ma ormai, sono come un libro vivente, che nessuno più legge e nessuno sa ascoltare”. Se già nel 2004 l'autore affrontava, nell'ambito di un concorso letterario dedicato all'anziano, il timore degli Ultimi anni, nelle liriche più recenti affiora il tema della morte, nella dedica a zie da poco scomparse: in una di queste, senza titolo, scritta nel 2013, Spelta sa cogliere e tradurre, da una stanza, l'esperienza dello stridore fra la luce, i colori e i rumori della vita e del mondo di fuori, filtrati dalla finestra, e “respiri, mani, lenzuola bianche” di una vita che si spegne, nella dolente e impotente attesa di chi sta al capezzale. In un'altra (Una voce dall'aldilà) la defunta è in “un sospiro”, in “un sussurro”, evocata da una fotografia sul comodino, dal ricordo dei colletti di pizzo, dal suono di un carillon, da un profumo di mughetto e mele cotte. Pensosità e introspezione, che risultano pervasive, non eludono l'immediatezza delle emozioni e le gioie dell'essere vivi, a partire dalle più semplici: il piacere del cibo e della cucina (perché Spelta è anche cuoco), gli incanti di un'alba o di un tramonto, il “concerto” degli animali, i colori della campagna, l'estasi di “un manto di stelle”, l'amore di una donna e il desiderio di paternità. Né trascurano, in uscita da sé, rimandi alle cronache e ai drammi del nostro tempo: l'inquinamento della terra, le macerie nell'alba grigia e i frammenti degli enormi grattacieli (le Torri gemelle?), l'oppressione delle donne “in alcune parti del mondo”, la polvere bianca (anche qui l'ossimoro: della disperazione, della morte e della gaiezza di un attimo), la strage dei carabinieri a Nassiriya. La fede che traspare, senza ostentazione, dai versi di Spelta (una lirica è dedicata alla Pasqua, due al Natale) sembra riassumersi nello splendido finale di Preghiera (2013): “Signore, stammi vicino, o sarò solo un nome scritto sulla sabbia, che il vento soffierà via”.

Gianpiero Goffi

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