Cerca

Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

IL CASO

«Ho perso tutto per una disattenzione»

Assolta dalla bancarotta Chiari, fondatrice di Hicari, abbigliamento per ciclismo

Francesca Morandi

Email:

fmorandi@laprovinciacr.it

09 Marzo 2026 - 19:35

«Ho perso tutto per una disattenzione»

Gli avvocati Luigi Maione ed Elena Monticelli

CREMONA - Il 15 dicembre scorso, i giudici l’hanno assolta dall’accusa di bancarotta ‘perché il fatto non sussiste’. Era lunedì. «Dalla sentenza ho cominciato a dormire». Ora c’è la motivazione (della sentenza). E lei, Maria Cristina Chiari, ancora si commuove accanto ai suoi avvocati Elena Monticelli e Luigi Maione. «Sono stati anni difficili», dice.

È la storia di una imprenditrice di successo e «perbene», che «per un inciampo, una disattenzione, non è più riuscita a risollevarsi». E l’azienda fondata nel 1989, la sua ‘creatura’, «è andata a gambe all’aria», ma non perché lei ne abbia dolosamente cagionato il dissesto, anzi. L’impresa è la Hicari International, leader nella produzione di abbigliamento tecnico per ciclismo, presente sul mercato italiano ed estero. «Abbiamo fatto forniture principalmente alle società sportive — racconta Chiari —. Un anno, abbiamo fatto una grossa fornitura ad una squadra di ciclismo professionale estera». Era una società sportiva polacca. «Io mi ero premunita di accertarmi che avessero la partita Iva comunitaria, loro mi hanno rilasciato la dichiarazione, in cui affermavano di averla. Siamo andati in fiducia. La società aveva fornito una partita Iva che poi si era dimostrata non comunitaria. Ciò aveva determinato un grosso debito con l’Erario». Nel 2011, l’Agenzia delle Entrate fa un accesso con riferimento a forniture effettuate ai polacchi. È «l’inciampo».

«L’Agenzia delle Entrate ha contestato la violazione delle norme tributarie», precisano gli avvocati. L’imprenditrice cerca di far fronte alle rate sino a luglio/agosto del 2017. «Nel 2017, io ero arrivata a pagare più di 10mila euro al mese; l’azienda aveva cominciato ad avere anche grossi problemi di liquidità, perché tutto quello che entrava veniva utilizzato per pagare le rate». L’amministratrice ripetutamente chiede all’ex Equitalia di venirle incontro, di dilazionare ulteriormente le rate per abbassare l’importo dei ratei mensili. Niente. E lei non riesce più a far fronte ai debiti fiscali. Nel frattempo, «c’è stato anche l’avvento di tutto il mercato asiatico che ha cominciato a occupare anche il nostro settore. Altri competitor si sono messi sul mercato». Il fatturato cala significativamente. Da qui, l’imprenditrice decide di chiudere l’attività. La dà a una sua dipendente. Lo fa per non lasciare in mezzo a una strada i lavoratori. Prima, però, paga tutti i fornitori e tutti i dipendenti con l’introito della vendita dei macchinari alla dipendente. Una parte dell’introito, invece, l’ha versata all’Agenzia delle Entrate.

Il 20 dicembre 2019, la Hicari viene dichiarata fallita. Il 12 dicembre 2022, arriva l’altra doccia fredda. «Ho saputo di essere indagata». L’imprenditrice lo sa dalla notifica della richiesta di proroga delle indagini. Il 15 dicembre 2025, l’assoluzione.

«Un caso emblematico — lo definiscono i legali — di come una persona che in assoluta buona fede intraprende un’attività, l’azienda va bene, poi, per problemi di gestione imprenditoriale tecnica, dovuta a motivi estrinseci aziendali, va incontro, inconsapevolmente, ad accertamenti fiscali che hanno ingenerato, in un momento in cui, concausa, peraltro è cominciata una crisi generale, a non avere la liquidità necessaria. Solo che, paradossalmente, per continuare onestamente a voler mantenere il lavoro dei dipendenti e ad adempiere alle obbligazioni fiscali, l’azienda va a gambe all’aria. E, poi, c’è anche il processo penale». «Al processo — proseguono gli avvocati — abbiamo dimostrato che la signora ha sempre pagato l’Agenzia delle Entrate, i fornitori e i dipendenti. Non è, questo, il classico caso di fallimento finalizzato a una bancarotta fiscale: fallisco, intasco al fine di evitare che l’Erario si rivalga su beni, conti correnti dell’azienda. Al contrario, la signora ha continuato a pagare. E questo ha determinato l’impossibilità di accedere al credito». Il «buco si è ampliato». «Morale della favola, la signora ha salvato le posizioni di tutti i dipendenti. Alcuni di loro si sono organizzati per acquistare i beni strumentali».

Attraverso i suoi avvocati, Chiari «vuole manifestare il suo apprezzamento per l’equilibrio e la professionalità del Tribunale di Cremona». Dopo l’addio alla sua ‘creatura’, ha trovato lavoro come impiegata in una azienda.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 400