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Esce l’edizione integrale dei taccuini

Il diario del ministro-soldato Leonida Bissolati

Betty Faustinelli

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19 Febbraio 2014 - 12:37

Il diario del ministro-soldato Leonida Bissolati
«In questi giorni ho sentito il gran piacere di sentirmi e di essere sentito il soldato-ministro. Ho visitato tre punti di questo magnifico fronte — Monfalcone, il Podgora e il Sabotino — visitato sul serio fino alle ultime trincee. E ho parlato ai soldati...un vero discorso da comizio sotto il cannone! ». Il brano è tratto da una lettera che Leonida Bissolati (Cremona, 1857 – R om a , 1920) indirizzava da Udine il 18 luglio 1916 alla moglie Carolina Cassola.
Le lettere e una scelta di articoli giornalistici, discorsi e carteggi de ll ’uomo politico nel periodo della prima guerra mondiale (1914-18) alla vigilia e durante l’intervento italiano, e nei primi mesi del dopoguerra sono pubblicati in appendice al Diario di guerra. I taccuini del soldato-ministro 1915-1918 (pp.212, euro 16) da poco uscito per le edizioni Mursia, all’inizio dell’anno centenario della prima grande conflagrazione del secolo scorso. Il curatore, Alessandro Tortato (storico e musicista), ha pubblicato integralmente e senza modifiche o censure il Diario, annotato in undici taccuini tascabili, separandolo dalle lettere alla moglie, a differenza di quanto fatto da Ivanoe Bonomi nella prima e unica edizione precedente, quella Einaudi del 1934.
Leonida Bissolati Bergamaschi, nato da Stefano ( sac erdote, poi apostata e direttore della Biblioteca di Cremona) e da Paolina Caccialupi, coltivò fin dalla giovinezza sentimenti repubblicani e vivo interesse per i problemi sociali. Ma agli ideali mazziniani preferì ben presto il nuovo Partito socialista, divenne direttore dell’A van ti !, poi deputato (nel collegio di Pescarolo), via via maturando il distacco dalle posizioni più estremiste. 
Il suo itinerario andò a intercettare il disegno politico di Giovanni Giolitti, il presidente del Consiglio che dominò il primo quindicennio del Novecento italiano, e che si rendeva conto della necessità di allargare le basi dello Stato liberale, coinvolgendovi i socialisti e i cattolici, che ne erano rimasti ai margini o lo avevano fin lì avversato. Nel 1911 Bissolati, che sosteneva, con motivazioni sociali, la guerra di Libia, fu quasi sul punto di accettare la nomina a ministro. Non lo fece, ma le tensioni con l’ala massimalista prevalente nel suo partito portarono, al congresso di Reggio Emilia del 1912 all’espulsione sua (come del mantovano Bonomi) e alla costituzione del Partito socialista riformista. Allontanatosi dal neutralismo, anche sulla scorta del pensiero del socialista francese Jean Jaurès, e da una rigida interpretazione dell’i nt e rn azionalismo — ne dà conto Tortato nell’introduzione, e lo dimostrano l’articolo pubblicato da Bissolati su Azione social is ta il 15 agosto 1914 e il discorso pronunciato a Milano il 26 febbraio 1915 — l’uomo politico cremonese divenne uno dei principali esponenti, alla vigilia della grande guerra, di un interventismo non identificabile con quello nazionalista ma che si affermava, raccogliendo il lascito del patriottismo risorgimentale, rivendicando i principi della libertà a beneficio di tutti i popoli del multinazionale Impero austro-ungarico, non solo per la liberazione di Trento e Trieste e per l’allar gamento territoriale dell’Italia. Obiettivo, quest’ultimo, che per Bissolati non fu mai primario: non voleva, ad esempio, l’annessione del Sudtirolo (poi Alto Adige) né quella della costa dalmata, mentre riteneva a tutti i titoli italiana la città di Fiume.
Con l’Austria sarebbe anche stato disposto a trattare, ma su Vienna si allungava ormai l’ombra della Germania guglielmina e dei ‘signori della guerra’. All’Italia egli affidava il compito di «Nazione- guida» e garante dei popoli balcanici oppressi. Era questo un interventismo nel quale si ritrovavano sostanzialmente, con i socialisti riformisti, i democratici, i repubblicani e gli ex garibaldini, i radicali, una parte dei liberali. Il Diario incomincia a Udine il 27 maggio 1915, Bissolati aveva 58 anni e si era arruolato volontario nel battaglione Val d'Orco del 4° reggimento degli alpini con il grado di sergente (con il quale si era congedato dal servizio militare in gioventù). Suddivise in dieci capitoli, ritmati da annotazioni ora puntuali e laconiche, ora più ricche di contenuti e valutazioni politiche, le pagine del Diario consentono di accostare il Bissolati militare e ‘stratega’ (anche nelle considerazioni, altalenanti, sul discusso operato del generale Luigi Cadorna, comandante in capo), politico e diplomatico (interessanti le note del viaggio in Francia e Inghilterra del febbraio-marzo 1917), ma, non meno, la sua umanità nei rapporti con i soldati, il personale prodigarsi, ad esempio, nei confronti dei feriti. A sua volta colpito durante l’attacco austriaco al Monte Nero, nel giugno 1916 Bissolati fu chiamato a far parte del governo di unità nazionale presieduto da Paolo Boselli e nel quale entrarono, per supportare lo sforzo bellico, socialisti riformisti, radicali (il cremonese Ettore Sacchi) e l’esponente cattolico Fil ippo Meda, oltre ai liberali.
Bissolati divenne ministro per l’assistenza militare e le pensioni di guerra. Un incarico che gli verrà confermato da Vittorio Emanuele Orlando dopo il disastro di Caporetto (24 ottobre 1917), da lui vissuto al limite della disperazione: il diario non riprende che cinque giorni dopo. Emerge anche il Bissolati massone e anticlericale (sebbene talvolta presente alle Messe al campo) che considera il papa Be ned et to XV nemico degli interessi nazionali e osserva preoccupato la libera diffusione tra le truppe del testo della ‘Nota di pace’ pontificia del 1° agosto 1917 che invocava la fine d el l ’«inutile strage». Ministro al fronte, intensificò i contatti con Cadorna e lo stato maggiore (al generale suggerì tra l’altro di limitare la crudele prassi delle decimazioni), ma anche la consuetudine, quasi da monarchia nordica, e iniziata anni prima, fra l’esponente socialista e Vittorio Emanuele III, pure rimasto fra i soldati per tutta la durata del conflitto. Scrive Bissolati il 4 novembre 1917 da Padova: «Il Re mi chiama alle ore 16 a l l a V i l l a . Colloquio... Si è parlato sostituzione Cadorna...escluso il Duca d’Aosta (cugino del sovrano e comandante della Terza armata, ndr) per viste generose del Re (possibile abdicazione, ndr) in vista di sommissione agli Imperi...Proseguendo colloquio mi dice che si sarebbero fermati su Diaz».

Un anno dopo Bissolati è ad Abano quando, al Comando, gli viene annunciato: «Armistizio firmato – domani 4 alle ore 15 cessano le ostilità». Commenta: «La grande opera è compiuta. Sono occupate Trento e Trieste. La occupazione di armistizio si estende alla Vetta d’Italia (tutto il Tirolo compreso) tutta l’Istria e anche la Dalmazia! Possiamo mettere guarnigioni in ogni punto dell’Austria! Anche a Vienna...Per la fissazione delle linee definitive d’Italia io mi batterò affinchè non si vada oltre quel che è consentito dal diritto e dalle convenienti condizioni di una pace veramente giusta e durevole. Ma intanto (…) il nostro sogno è avverato, i nostri morti possono esultare». Con una conclusione che conferma i tratti peculiari del suo interventismo, lontano da un’esaltazione in se stessa della guerra: «E nel cuore profondo ho una grande tristezza».
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