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12 aprile 1987

Il suicidio di Primo Levi a Torino

Era stanco e demoralizzato Si è buttato dalle scale

Annalisa Araldi

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aaraldi@publia.it

12 Aprile 2021

Il suicidio di Primo Levi a Torino

TORINO — Un volo di quindici metri dalla tromba delle scale. Lo schianto sordo ai piedi della rampa, di fianco alla porta dell'ascensore. Così Primo Levi, uno dei simboli della cultura italiana e mondiale nel Novecento, ha sbattuto la porta in faccia alla vita. Aveva 68 anni, essendo nato il 31 luglio 1919. Da settimane, mesi forse, aveva perso la tranquillità di pensionato. Un delicato intervento chirurgico alla prostata aveva minato nel fisico un uomo ferito e provato nello spirito. Era apparso fugacemente al convegno su cristiani e cultura, una settimana fa. Pallido, gli occhi spenti, il passo svogliato. Da tempo ormai negava interviste.

Se n'è andato con un gesto di disperata follia, come Pavese in quell'agosto 1950. Ma non ha scelto i barbiturici. Sono le 10,20. Primo Levi ha appena ritirato la posta dalla portinaia dello stabile in corso Re Umberto 75: depliant pubblicitari e qualche rivista. Ricorda la donna, Iolanda Gasperi: «Il dottor Levi mi è sembrato normale; mi ha sorriso pallidamente. Da tempo era abbattuto». La Gasperi scende dal terzo piano, dov'è l'alloggio di Levi, al suo appartamento. Entra nella guardiola da cui controlla i passaggi. Passano circa cinque minuti. Ed ecco un tonfo sordo. La signora si precipita fuori. Davanti a lei una scena terrificante. Ai piedi della rampa delle scale, a destra dell'ascensore, il corpo accovacciato di Primo Levi, la camicia bianca e i pantaloni grigi. Il cranio è spappolato. L'uomo è volato giù a capofitto e si è accasciato al suolo di testa.

Sopraggiunge la signora Lucia Levi, la moglie dello scrittore. Ha la sporta della spesa in mano. Era uscita verso le 9,30. Un urlo disperato e lo scoppio di pianto mozzato sul nascere dall'orrore. «Lo temevo, lo temevano tutti — sono le sue prime parole — Primo era stanco della vita e demoralizzato, proprio a terra. Cercavamo di non lasciarlo solo, mai».

Il primo dei soccorritori a cercare di prestare inutilmente la sua opera è stato il dottor Francesco Quaglia, di 72 anni, odontoiatra, che è stato compagno di scuola di Primo Levi al liceo torinese D'Azeglio. Ha lo studio nello stesso palazzo. Anche lui ha avvertito il tonfo e l'immediato trambusto.

«Terribile — racconterà — per poco non ci resto. La moglie buttata al collo, a singhiozzare. Primo, Primo! Ma non c'era più nulla da fare. Appena mi ha visto, si è alzata e mi si è buttata al collo. Francesco, mi ha detto, era demoralizzato, stanco».

Nessun dubbio inquietante da chiarire. È stato suicidio. Un gesto voluto, che spegne una delle più vivide coscienze della nostra cultura. Nemmeno Auschwitz aveva potuto tanto.

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