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20 marzo 1994

Massacrato dalla camorra il prete in jeans

Tre colpi di pistola al volto prima della Messa

Annalisa Araldi

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aaraldi@publia.it

20 Marzo 2021 - 07:00

Massacrato dalla camorra il prete in jeans

CASAL DI PRINCIPE — Chi conosce il macabro linguaggio della camorra sa benissimo che significato hanno quelle tre pallottole esplose sul volto di Giuseppe Diana: l'estremo disprezzo per una persona che ha osato sfidare il potere della malavita. Ma chi conosce i camorristi di Casal di Principe sa anche che ormai, in questa squallida cittadina del casertano, sfregiata in ogni angolo da colate di cemento selvaggio, nessun confine riesce più a fermare la ferocia dei killer.

Giuseppe Diana era un prete, da cinque anni impegnato sul fronte della lotta alla criminalità organizzata, e ieri l'hanno ammazzato nella sua parrocchia. Un'esecuzione fredda e bestiale, consumata a pochi metri dall'altare della chiesa San Nicola di Bari di Casal di Principe, dove don Peppino si apprestava a dir messa, come tutte le mattine.

Alle 7.20 ci sono pochi fedeli: un paio di suore e alcune vecchiette che recitano il rosario in attesa dell'omelia prevista per le 7.30. Don Peppino Diana, 36 anni, nato e cresciuto in questo dimenticato paesino del casertano, arriva un quarto d'ora prima dell'inizio della funzione. Parcheggia la sua «Golf» nella piazzetta antistante la chiesa e con passo deciso entra nella parrocchia da un ingresso laterale. Prima di recarsi in sacrestia e indossare l'abito talare, si ferma qualche minuto in uno studiolo, proprio accanto all'entrata principale. Due uomini gli si parano improvvisamente davanti e senza esitare un solo istante sparano ripetutamente. Uno, due, tre proiettili, tutti in pieno volto. Il parroco stramazza al suolo in un lago di sangue. I killer si dileguano nel giro di pochi secondi.

I boati delle pallottole esplose, le vecchiette sedute sui banchi della chiesa li hanno sentiti, ma hanno pensato che si trattasse di fuochi d'artificio sparati proprio in onore di don Peppino: ieri, 19 marzo, festa del papà e di tutti coloro che si chiamano Giuseppe. Il primo ad accorgersi di ciò che è successo è Augusto, il sacrestano.

«Don Peppino rappresentava la speranza di esser liberi dalla camorra. Questa chiesa era l'ultimo rifugio», commenta con la voce rotta dall'emozione Marco, 23 anni, studente in economia e commercio, uno dei tanti giovani impegnati nell'associazione cattolica guidata da Giuseppe Diana. Una comunità di ragazzi diventata in breve tempo il centro di mille iniziative culturali capaci di ridare un senso a questa miserabile vita di periferia. Quel prete era spesso vestito in jeans e maglioni colorati, non disdegnava di pronunciare dall'altare omelie in dialetto e i compaesani lo sentivano davvero vicino.

Ma don Peppino era impegnato anche nella lotta alla malavita della zona. Un'attività che tre giorni fa l'aveva portato davanti ai giudici della Dda di Napoli, in qualità di testimone, probabilmente per riferire dei patti di sangue stretti tra politici e camorristi presenti nei comuni della provincia di Caserta. E forse il suo assassinio è da collegare proprio a questo incontro: durante il colloquio si sarebbe parlato anche delle confessioni fatte dal camorrista Carmine Schiavone. Sulla scorta delle deposizioni del pentito infatti, sarebbero imminenti moltissimi provvedimenti giudiziari. Don Peppino era in prima linea contro la camorra. Lui, insieme ad altri sei sacerdoti di Casal di Principe, nel dicembre del '91 aveva firmato un documento contro l'intreccio tra malavita, imprenditoria e politica. A novembre dello scorso anno, in occasione delle elezioni amministrative, don Peppino era stato l'estensore di un altro appello. Il parroco aveva invitato «i camorristi a tenersi in disparte e non inquinare ancora una volta e affossare il paese che ormai ha solo bisogno di resurrezione». Il sacerdote, con l'appoggio di altri prelati, aveva anche sollecitato la «società civile» a scegliere candidati onesti. E per don Peppino, i candidati onesti impegnati nella imminente tornata elettorale erano quelli del cartello progressista. L'altro ieri sera si era incontrato con due di loro che stanno dando battaglia agli uomini dello schieramento opposto, tra cui l'avvocato Cipriano Chianese, in lizza per un posto alla camera nelle liste del biscione, inquisito e poi prosciolto per associazione camorristica.

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