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Giovedì 04 Marzo 2021

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19 febbraio 1950

I pittoreschi corsi mascherati dei tempi che furono

I pittoreschi corsi mascherati dei tempi che furono

Nei tempi andati, il primo accenno al carnevale imminente era dato dai negozi di noleggiatori di costumi per maschera, che venivano aperti (come adesso gli spacci di angurie) ad ogni angolo di strada. Botteghe vuote venivano affittate per l'occasione, e i vecchi abiti variopinti venivano attaccati a chiodi infissi alle pareti. Allora, il noleggio di un costume costava 50 centesimi al giorno per gli adulti e trenta per i ragazzi. Le mezze maschere, col velo in fondo che copriva la bocca, venivano vendute a trenta centesimi l'una.

Mancava un mese ancora a carnevale e già nelle case e nei ritrovi non si parlava d'altro. C'era chi rievocava i carri che avevano partecipato al corso mascherato dell'anno precedente, c'era chi faceva pronostici sulle mascherate imminenti. Cosa farà Guatalli? Cosa farà Salanti? Cosa farà Guindani? Erano quelli gli artigiani che costruivano i carri più macchinosi e più fantasiosi, e fra i nobili, c'era il marchese Trecchi che ci teneva ogni anno a rinnovare il suo primato e che non lesinava nelle spese pur di mantenersi questo invidiatissimo record... I corsi mascherati si svolgevano in tre giorni: alla domenica e al martedì, erano ammessi i carri allegorici; al lunedì, potevano circolare solo le vetture infiorate. Nei due giorni dei carri mascherati il getto era libero: aranci, «bianchini» (ch' erano gettoni a base di calce), coriandoli di carta; al lunedì, non erano ammessi che fiori e dolci fini. Una bazza per i ragazzi.

«Cagnette» ammaccate
Alcuni giorni prima degli ultimi di carnevale, gli organizzatori dei carri mascherati si recavano al comando dell'Artiglieria, che metteva gentilmente a loro disposizione i cavalli necessari: quattro per il carro vero e proprio e altrettanti per il grosso veicolo che lo precedeva e sul quale, mascherati e in costume, erano alcuni suonatori.

Già il giovedì grasso le strade erano piene di mascherine più o meno eleganti, che riapparivano poi la domenica, subito dopo mezzogiorno e riempivano le strade di risa e di canzoni. Alle 13 precise, uscivano i soldati, che venivano dislocati a coppia ad ogni imbocco di strada da Porta Milano a Porta Venezia per impedire il passaggio ad eventuali veicoli: tutto il corso doveva essere ad esclusiva disposizione dei concorrenti. I balconi e le finestre si affollavano; le strade si riempivano di gente che affluiva straordinariamente numerosa dalle campagne; i venditori di coriandoli, di stelle filanti, di confetti di gesso, di aranci, di trombette, di cappellini di carta cominciavano a fare affari d'oro; i malcauti ch'erano usciti con il mezzo cappello rigido (la vecchia «cagnetta») dovevano nascondersi più che in fretta sotto il turbinare dei proiettili che i passanti scagliavano per ammaccarlo, al fatidico grido di guerra: «la sconfitta della cagnetta!».

Una mascherata benefica
Alle 15, i carri si mettevano in movimento, sfilavano lentamente, lanciando coriandoli alla folla e ai balconi e ne venivano largamente ricambiati. Poi passano sotto gli occhi della giuria, che aveva sede sul balcone dell'albergo Italia-Cappello (corso Campi; quest'anno la tradizione sarà interrotta) quindi proseguivano il giro, che ripetevano tre volte. Al martedì, ultimo giorno di carnevale, altra sfilata, altro copiosissimo getto, poi la premiazione che, naturalmente, non accontentava nessuno. Grida, proteste, vituperi… che il giorno dopo tutti dimenticavano, quando andavano a Po o al Bosco per la tradizionale passeggiata seguita dalla non meno tradizionale merenda.

Il 1878, fu un anno particolarmente triste, di fame e di carestia e di tumulti popolari. E con tanta miseria in giro, parve a molti che lo spreco che veniva fatto in quegli ultimi giorni di carnevale costituisse un'offesa ai poveri. Ed ecco un impresario teatrale, che conduceva allora il vecchio Ricci (e proprio in quella stagione doveva rovinarsi per sempre per una serie di rappresentazioni sfortunate), il sig. Fortunato Orlandi, escogitare qualcosa ch'era insieme protesta contro lo spreco e soccorso ai poveri. Egli si fece allestire un carro raffigurante la bottega di un panettiere, quindi lui stesso ed alcuni suoi amici, mascherati da fornai, salirono sul carro e cominciarono a distribuire al popolo pane caldo a volontà e pacchetti di farina. Naturalmente, fu un successo trionfale. Il carro doveva ad ogni istante fermarsi per accontentare le centinaia di persone che tendevano le mani. Ma alle autorità, una iniziativa di questo genere non poteva piacere. Era una rampogna troppo grave... E al martedì successivo, non fu permesso al carro provvidenziale di fare la sua ricomparsa.

Prima ancora dell'altra guerra l'impianto dei fili per i tram elettrici diede un duro colpo a questa tradizione: i carri erano troppo alti, non potevano più passare. Poi sul mondo cominciarono ad abbattersi le tragedie belliche e politiche, e anche il corso mascherato è passato nei ricordi delle cose passate.


La fotografia era tanto sbiadita, che la riproduzione non può essere che incerta. Ecco, ad ogni modo, una visione di carnevale d'altri tempi: 1898, il carro degli arlecchini. La fotografia è stata presa da un balcone di Corso Garibaldi.   

18 Febbraio 2021