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Martedì 24 Novembre 2020

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21 ottobre 1956

Varsavia circondata da truppe sovietiche
Il soldato disperso

Varsavia circondata da truppe sovieticheIl soldato disperso

Le notizie che, concise e drammatiche, sono giunte nel corso della notte da Varsavia, attraverso i dispacci dei corrispondenti delle agenzie giornalistiche, lasciano abbastanza capire che nella Polonia è in corso una vera crisi politica di regime e che si è evitato sino ad ora qualcosa di ben più grave soltanto a causa della presenza di forti contingenti corazzati sovietici.

Il punto centrale dell'improvviso dissidio tra i capi comunisti polacchi e quelli sovietici riguardava la rielezione del nuovo Politburo polacco. Infatti a Varsavia aveva preso il sopravvento una corrente «liberale» del P.C., che reclamava la riammissione di Gomulka nel Comitato centrale ed una maggiore «sovranità» dei Paese; un'altra corrente era invece capeggiata dal maresciallo Rokossowski, l'ex ufficiale sovietico divenuto ministro della Difesa e Comandante Militare Supremo della Polonia nel 1949.

Avendo il Politburo polacco proposto l'allontanamento di Rokossowski, giungevano a Varsavia improvvisamente (mentre il Politburo era riunito), Kruscev, Molotov, Kaganovic e Mikoyan, mentre le truppe, corazzate sovietiche venivano indirizzate verso la capitale.

Il soldato disperso
Sulla lapide di un piccolo monumento ai Caduti che sorge sull'unica piazzetta di Resine Lago era inciso anche il nome del soldato Alessandro Tonet, un giovane che le ragazze ricordavano come vigorosa figura di giovanotto capace di portare sulle spalle sacchi di grano. Era partito a vent'anni — nel 1941 — per la guerra nell'Egeo; di lui, dopo l’8 settembre 1943, non s'era più saputo nulla ed il suo nome venne scolpito sulla lapide. Chi avrebbe mai potuto pensare che nell'autunno del 1956, dopo 15 anni di assenza, il soldato Tonet sarebbe tornato a casa?

È una patetica storia di questi giorni, forse troppo patetica perché scomodasse i grandi settimanali a rotocalco impegnati invece a parlare dei nuovi divi del teleschermo in giacca di damasco. Nessun cineasta si è del resto premurato di ritrarre la scena terribile quando è sceso dal treno — alla stazione del Brennero — un uomo vestito con un rozzo cappotto militaresco, in testa un cappello tondo, un uomo che guardò con occhi da allucinato suo fratello che lo abbracciava. Tentò di dire qualcosa, forse di chiedere di sua madre e balbettò parole russe che nessuno capì; venne poi sorretto da mani pietose prima che cadesse: vecchio, malato, immagine squallida e dolorosa di una incredibile Odissea, il soldato disperso entrava in Italia portato a spalle. Il suo viso scarno e sparuto, i suoi occhi allucinati, la sua figura tremante sembravano come un tragico avvertimento: quello dei morti che non sono mai morti nelle steppe della Russia.

Nel silenzio completo, tra l'oblio della Nazione impegnata a seguire le vicende di due pazzi a Terrazzano, il soldato disperso di Resine Lago è tornato a casa e sua madre — che l'aveva salutato giovane baldanzoso nei suoi vent'anni — ha abbracciato un «vecchio» scheletrito, un figliolo che aveva lo sguardo assente e che tremava come per chiedere misericordia... Forse un giorno daranno la medaglia d'oro al soldato Tonet, simbolo della sofferenza e della disperazione dei reduci: sono le medaglie al valore per aver vinto la barbarie.

Il soldato Tonet è infatti l'ultimo martire che viene in Patria a ricordare al mondo civile che la guerra non è ancora finita perchè non ancora finito è l'odio, il campo di concentramento, il lavoro forzato. Viene a porre ancora una volta il tragico interrogativo: quanti «dispersi» ci sono ancora in Russia? Il soldato Tonnet, sino a due mesi fa, non esisteva per i sovietici: il suo nome si trovava negli elenchi presentati prima a Ginevra e poi direttamente a Mosca dalla nostra delegazione che cura la ricerca dei dispersi. Il Cremlino aveva come al solito risposto: «nessun prigioniero italiano si trova ancora in Russia». Ma il soldato Tonet era vivo, in condizioni fisiche disastrose, una larva d'uomo che quando giunse a Berlino — all'Ospedale della Croce Rossa — aveva perduto la memoria ed era in preda ad una grave crisi psichica. I medici gli riscontrarono persino vecchie fratture di costole dovute a bastonate; dissero che la lontananza dalla Patria, il lavoro forzato, la solitudine, le mancate promesse di rimpatrio, avevano quasi distrutto le facoltà razionali del reduce!

Quanti soldati Tonet ci sono ancora in Russia? Quanti prigionieri italiani i sovietici hanno distrutto nei lavori bestiali, hanno fatto impazzire per fame e per terrore? Perché il Governo sovietico non vuole almeno dire dove sono sepolti i soldati italiani del l'A.R.M.I.R.? Migliaia di soldati; dove sono finiti? Il Cremlino ha avuto dallo scorso giugno l'elenco di 800 prigionieri italiani «documentati»; perché non vuole rispondere? Quando mai nella storia umana — se non nei periodi barbarici degli Assiro-Babilonesi e dei Tartari — si è visto un popolo che nega ad un altro il rispetto, il culto dei morti e che detiene a forza dei prigionieri dopo anni dalla fine della guerra?

Il dramma dei dispersi in Russia è un problema umano che qualifica meglio di ogni altro argomento i limiti barbarici di una dittatura che ha superato i crimini nazisti contro gli ebrei. In questi giorni è stato inaugurato il nuovo cimitero inglese di Cassino, costruito dagli italiani per 5 mila soldati del Commonwealth; è stato concluso un accordo italo-tedesco per la definitiva sistemazione dei Caduti italiani in Germania e dei tedeschi in Italia, con particolari opere monumentali commemorative dove più operò la tirannia: a Dachau, Floseenburg, Hersbruck, Neungamme; ministri brasiliani nel cimitero di San Rocco a Pistoia, e generali americani in quelli di Nettuno ed Anzio hanno la scorsa settimana esaltato la pietosa opera degli italiani per la custodia dei loro Caduti.

Che dire della Russia? Del persistente diniego ad ogni richiesta di informazioni; del costante rifiuto a dire almeno dove sono sepolte le divisioni dei militari italiani? Il soldato Tonet, affamato, maltrattato, ridotto ad uno scheletro e sconvolto nella mente, ultimo reduce da quell'inferno maledetto da Dio e dagli uomini ragionevoli, è una terribile denuncia. Poiché il soldato Tonet, già prigioniero dei tedeschi e dai loro deportato in Austria e quindi in Alta Slesia, non poteva giuridicamente essere rifatto prigioniero dai russi. Essi hanno quindi commesso un delitto uccidendo con lento martirio questo soldato. Un delitto che è il simbolo dei crimini di massa compiuti dai russi contro centinaia di migliaia di prigionieri.

Le madri, le povere madri dei dispersi, non potranno che ottenere da Dio — prima o poi — con le loro sofferenze e le loro preghiere, l'immancabile giustizia umana e divina.

Fiorino Soldi

19 Ottobre 2020