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Domenica 29 Novembre 2020

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2 agosto 1958

La terribile peste del 1630 diffusa dai lanzichenecchi

Fu la giacca di un lanzichenecco indossata da un barbiere di Montodine a trasmettere il mortale morbo

La terribile peste del 1630 diffusa dai lanzichenecchi

CREMA, 1. — La calata dei lanzichenecchi nel 1628 fu apportatrice della peste di cui parla anche il Manzoni nei «Promessi Sposi». Quando i lanzichenecchi, dopo aver combattuto contro il Ducato di Mantova, ripresero la via del Tirolo la gente tirò un sospiro di sollievo: nessuno pensava che mentre quella canaglia s'allontanava erano restati dietro la loro marcia i germi del morbo terribile, che in breve scoppiò, a segnare nella storia della Lombardia una delle epoche più dolorose.

Anche il cremasco fu travolto nella tragedia della peste. La prima vittima della terribile peste dell'estate del 1630 fu un barbiere di Montodine, che, avendo medicato in Pizzighettone un soldato ebbe da lui in regalo una giubba. Il barbiere, indossatala, rimase infetto di peste e ne morì in pochi giorni. Accorsero ai funerali i parenti, i quali, come era di uso, terminate le esequie, banchettarono in casa del defunto. Pochi giorni dopo i commensali morirono. Il grave fatto dovette suscitare molta impressione, tuttavia per non allarmare e sottrarsi ai rigori delle leggi sanitarie si sparse la voce che erano morti d'indigestione. Intanto il contagio da Montodine si propagò fulmineo: Crema dispose di opportuni provvedimenti per difendersi, ma invano. E la peste infierì terribile in città e nei paesi. Si calcola che perissero oltre diecimila persone: circa un quarto della popolazione cremasca.

La peste era nell'aria, e si aspettava da un momento all'altro uno di quei segni che di colpo portavano un povero diavolo dalla vita alle porte dell'eternità. Ogni paese scelse un lazzaretto ed un campo per seppellirvi i morti che crescevano a ritmo continuato, sì che era difficile trovare seppellitori coraggiosi. Crema ebbe il suo lazzaretto a S. Maria, mentre a San Bartolomeo si seppellivano i cadaveri. Tuttavia la tragica calamità scoprì gli animi dei buoni come dei tristi: occasione ai primi di carità ed eroismi, ed ai secondi di ruberie e delitti. Scellerata fu la condotta del podestà Giovanni Molino, che introducevasi nelle case dove la peste aveva sterminata la famiglia e, senza preoccuparsi di eventuali eredi, arraffava i beni dei morti. Grave delitto che pero non andò impunito. Venezia, informata, mandò a Crema immediatamente Antonio Veniero per una inchiesta. Il Molino, prima che Veniero giungesse sul posto, se la svignò sconfinando per la via di Cereto. Invitato a comparire in giudizio, fu processato a Venezia e condannato. Fuggito poi dal carcere riusciva a rifugiarsi a Milano chiudendo miseramente i suoi giorni nel monastero di S. Ambrogio.

L’estate del 1638 fu contrassegnata anche dalla tragica fine di Francesco Tensini, assassinato nella propria carrozza con tre colpi di pugnale. Francesco Tensini, guerriero, scrittore, architetto famoso, era nato a Crema da famiglia popolana e nel 1580, diciassettenne, accusato di delitto, venne bandito dagli Stati Veneti. Buttatosi alla carriera delle armi, trovò la sua strada. Egli stesso nel suo libro sulle fortificazioni compensò la storia della sua vita militare: «Potrei, qui, senza nota alcuna di vanità e d'ambizione, fare una passatella intorno al corso della mia vita ed alle imprese ove mi sono ritrovato: dicendo che nell'età di anni diciassette fui prima nella guerra di Fiandra e di Frisia, dove fattasi tregua me ne passai a quella di Giuliers, di Elsazia e di Boemia, dappoi a Silisburgh, ed in Svevia, indi in Piemonte, finalmente nel Friuli. Nelle quali guerre ho visto diciotto assedi, sono stato quattro volte assediato, essendomi trovato in più battaglie, in diverse imprese, assalti ed incontri. Portai prima tre anni la picca in Fiandra in servizio della Maestà Cattolica e fui suo ingegnere in quelle parti: dappoi capitano di duecento Valloni, e luogotenente generale dell'artiglieria dell'imperatore Rodolfo II; fui cinque anni al servizio del duca di Baviera, ed ora (1624) mi ritrovo condotto da questo mio serenissimo principe di Venezia come suo personaggio». Il cavalier Tensini, divenuto anche ricco, acquistò una proprietà a S. Maria della Croce, ove abbellì il suo palazzo di un orologio di sua invenzione che, come dice il Canobio «aveva un moto perpetuo dalla caduta di una sorgente e per artifizio di macchine mostrava in nove parti le ore». Alla sua memoria Crema eresse un busto in bronzo posto nell'interno della porta maggiore della chiesa di S. Benedetto.

01 Agosto 2020