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Mercoledì 29 Gennaio 2020

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23 novembre 1956

Ha cucito ventimila abiti il decano dei sarti cremonesi

È il sig. Geremia Facchetti - In gioventù lavorò per tre anni a New York: l'America resta il primo amore

È il sig. Geremia Facchetti - In gioventù lavorò per tre anni a New York: l'America resta il primo amore

Il signor Geremia Facchetti è il decano dei sarti cremonesi. Ha ottantaquattro anni, cammina rigido ed impettito come un militare a riposo, indossa un austero abito grigio con la catena d'oro fra i taschini del panciotto. Di vestiti in settant’anni ne ha cuciti più di ventimila. Cominciò da ragazzo, apprendista presso un sarto di via Beltrami, Quinto Maestri: erano gli anni intorno alla breccia di Porta Pia. Imparò il mestiere, aprì bottega da solo. C'era soddisfazione, dice, a cucire, vedere la stoffa trasformarsi in una forma viva. «Ma era poco per il mio temperamento — mi guarda con gli occhi vispi,  sorride compiaciuto — nel 1907 partii per l'America».

Arrivò a New York su un grande bastimento verniciato di bianco. Non c'era nessuno ad attenderlo sulla banchina; marinai e viaggiatori andavano e venivano come punti da uno sciame di api: lui era solo con i suoi fagotti, tra la folla che lo sospingeva da ogni parte.

Poi d'improvviso apparve u n o strano personaggio, aveva un bizzarro berretto calcato sulle orecchie e bene in vista una scritta solenne che gli aprì subito il cuore: emigrazione italiana. L'uomo, un napoletano, lo guidò tra i quartieri della metropoli, si fermò soltanto in un bar di Brodway. «Qui va bene», disse. Il caffè era pieno di cremonesi: c'era lo scalpellino Ronca, il maestro di musica Fontana, Antonio Monti, lo scultore, il falegname Elvino Giussani.

E cominciarono i tre epici anni d'America del sarto Geremia Facchetti.
La figlia, di spalle, tace. Deve avere ascoltato già mille volte i discorsi del padre, con qualche frase d'inglese oscurato dagli anni, in mezzo ad un po' di lingua pura e di dialetto cremonese. Ogni tanto lo corregge, «ma papà, questo è stato dopo...». Il sarto le dà un'occhiata di stratta, riprende subito a raccontare.

Ai primi del '900 nell'America del Nord c'era aria di crisi e di disoccupazione. L'unica possibilità di trovare un posto era quella di offrirsi senza paga; i grandi sarti lo guardavano come se fosse matto, ma poi lo lasciavano lavorare. E una volta andò bene: un aiutante si era ammalato, il solito milionario pretendeva un frac in dodici ore, voleva sfoggiarlo in una serata di gala alla Quinta strada. Il sarto Facchetti si mise accanto al bancone a imbastire e a cucire, un punto dopo l'altro di fretta, e all'ora giusta il frac era finito. (Scena commovente: il padrone l'abbraccia, lo mette subito «a paga»; il milionario nella sua casa con le pareti di cristallo si pavoneggia negli specchi — Perfetto — dice, gli dà cento lire di mancia.)

E per tre anni il sarto Facchetti infilò aghi e fece frac nella Trentasettesima strada.

Poi con un amico decise di fare il grande passo — aprire una sartoria — Ma la moglie improvvisamente si ammalò e Facchetti fu costretto  a ritornare in Italia. Arrivò nel 1910 con una sedia a dondolo, ricordo di Brodway, e venticinquemila lire in tasca. «Mi sentivo piccolo cosi, mi stringeva il cuore, quando misi piede nella mia città senza luci, tra le case che conoscevo da quando nacqui e mi sembravano ancor più minute».

In corso Campi, accanto al «Politeama Verdi», dove c'è ora un negozio di profumeria, era in vendita la bottega del signor Cagnoli: il sarto l'acquistò e per vent'anni vi tagliò abiti. Ma il signor Facchetti non discorre volentieri di quegli anni: per lui l'America resta il primo amore; parla e parla e subito ritorna a dire dei grattacieli, della gente che cammina ordinata nelle strade, dei tram che non si fermano mai. Dopo il 1930 inaugurò una nuova sartoria al n. 25 di corso Campi. Ormai aveva numerosi allievi, gli affari andavano bene, ma non vi era più nulla di nuovo; anche la moda mutava solo nel numero dei bottoni della giacca.

Da qualche anno Facchetti non cuce più; guarda malinconico la sedia a dondolo portata a casa nel 1910 e racconta del ritmo di produzione di New York; nel primo pomeriggio poi esce di casa e lentamente, per il viale, arriva al Po, dove con gli amici gioca lunghe partite alle bocce. Ma ora le foglie morte d'autunno hanno coperto le piste bianche: non gli rimane che narrare la storia degli anni d'America.

21 Novembre 2019