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Mercoledì 29 Gennaio 2020

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22 novembre 1974

La premiata «mascalcia» Mombello

La «casa» venne fondata nel 1820

La premiata «mascalcia» Mombello

Costantino Mombello, 68 anni, abitante in via Genala, è uno degli ultimi maniscalchi che vivono nella nostra città ed è anche l’unico superstite di una famiglia che ha mandato avanti, per oltre un secolo e mezzo, una rinomatissima «mascalcia», forse la più apprezzata dell’area provinciale.

In via Marmolada, che un tempo si chiamava via Traversa, la «bottega» dei Mombello era una costruzione caratteristica ed inconfondibile, sulla cui parete frontale spiccava la dicitura «Casa fondata nel 1820». Era un titolo d’onore, dissacrato con l’edificio dalle ruspe, per lasciare spazio ad un alveare architettonico contemporaneo. Un piccolo sacrilegio, perpetrato dalla standardizzazione.

La «ditta» nacque a Gussola nel 1820. Durante la prima guerra mondiale si spostò brevemente a Cincia de' Botti e nel 1918 approdò finalmente a Cremona, dapprima nell'accennata via Traversa e dal 1942 in via Genala.

All'inizio del nostro secolo, in provincia di Cremona c'erano circa diecimila cavalli. L’avvento della motorizzavo ne li ha letteralmente decimati. Il viale del tramonto equino ha comportato la quasi totale scomparsa dei maniscalchi: quarant'anni fa erano circa quattrocento gli artigiani cremonesi che esercitavano questa professione, intercalandola alla battitura decorativa del ferro. Attualmente le «mascalcie» sono più di venti ed i titolari di queste «botteghe» superstiti considerano la ferratura equina come una eccezione estemporanea, quindi una parte assai marginale della loro attività.

L'unico rimasto fedele, in modo esclusivo, a questa folcloristica forma di artigianato, è probabilmente Costantino Mombello. Il suo amore per i cavalli finisce col commuovere. Non ha più una «bottega» vera e propria ed ha dovuto adattare a laboratorio un angolo del cortile della sua casa. Il lavoro non è continuo, come un tempo, ma lui è incrollabile.

Su tutto della tua professione: che lo zoccolo di un destriero deve essere curato in modo particolare, affinché non insorgano infezioni; che la ferratura deve essere calibrata e «personale», anche per correggere eventuali difetti degli appiombi; infine che ogni ferro di cavallo deve essere modellato a mano, in base alle caratteristiche dello zoccolo che deve servire, non viceversa.
Non c'è spinta utilitaristica nella sua attività, soltanto amore.
Probabilmente ferrerebbe i cavalli senza compenso, per la sola soddisfazione di farlo.

Nelle mani che battono il metallo ci sono competenza, vigore e fede; c'è soprattutto la convinzione di un uomo, che non vuole arrendersi allo strapotere meccanico e che, nel suo limpido romanticismo, ricorda coloro ai quali è legata la conquista della terra cremonese: un'impresa memorabile, che fu il frutto del coraggio, dell'umiltà e della tenacia di tutta una gente.

21 Novembre 2019