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Mercoledì 29 Gennaio 2020

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1 novembre 1984

Indira Gandhi assassinata dai Sikh

Il figlio primogenito Rajhr nominato primo ministro

Indira Gandhi assassinata dai Sikh

Gli uomini della sua scorta personale l'hanno crivellata di colpi

Chi ha sparato era considerato tra le più fedeli guardie del corpo - Uno degli attentatori è stato ucciso, un altro catturato - Controversa la presenza di un terzo uomo - Indira è stata colpita da almeno dodici proiettili - Aveva già ricevuto molte minacce di morte - Rappresaglie nelle strade con sanguinosi disordini e linciaggi specie nella capitale - Il corpo sarà cremato sulle rive del fiume Jamuna, uno dei fiumi sacri dove fu cremato suo padre il Pandit Nehru (l'assertore della non violenza)

Il primo ministro  indiano Indirà Gandhi è stato abbattuto da due uomini della sua scorta, due sikh. Colpita da almeno 12 proiettili di mitra al petto, allo stomaco, all'addome e alle gambe, è spirata poco dopo mentre una équipe di dodici chirurghi tentava l'impossibile per strapparla alla morte in una sala operatoria dell'Ali India Institute of Medical Sciences. La fibra di Indira, come il suo carattere, era forte, ma non c'è stato nulla da fare.


I suoi nemici l'avevano definito l'unico monarca assoluto eletto democraticamente
Aveva 67 anni - Ha guidato con pugno di ferro l'India per quindici anni - Non aveva paura di morire: sperava però che il suo sangue avrebbe rafforzato il Paese

Appena ieri aveva accusato Islamabad di fomentare la rivolta nel Punjab, sovvenzionando gli scissionisti Sikh. Ma aveva aggiunto che «la fiducia è preferibile al sospetto» e che un «Pakistan forte e stabile è meglio di un vicino debole e instabile». Ventiquattr'ore dopo Indirà Gandhi, 67 anni, colei che ha dominato la politica dell'India e dell'intera Asia per quasi due decenni, è stata uccisa proprio dalle sue guardie del corpo Sikh. E pensare che in tanti anni di potere aveva sempre tenuto sotto controllo la situazione, liberandosi degli avversari più scomodi e fronteggiando con abilità tutte le crisi che avevano rischiato di travolgerla. Oggi non ce l'ha fatta ed è morta violentemente, proprio lei che era la figlia del grande apostolo della non violenza, il Pandit Nehru.

La politica ce l'aveva nel sangue e il potere era la sua vita, la sua passione, tanto che fin da piccolissima credeva di essere una Giovanna D'Arco. Saliva su un tavolo e arringava i domestici contro il dominio britannico, teneva comizi ad una schiera di bambole. Forse questi episodi sono falsi, ma è certo che Indira — nata il 19 novembre 1917 ad Allahabad nell'Uttar Phadesh — fu condizionata dall'esperienza del padre Jwaharial Nehru, rimasto 13 anni nelle buie prigioni inglesi. Di lì scriveva lunghe lettere politiche alla sua «Dolce allo sguardo» (questo significa il nome di Indira), che contenevano i principi ai quali si sarebbe ispirata la sua azione. Poi la mandò a studiare all'estero, in Svizzera e in Inghilterra, come quasi tutti i patrioti indiani.

Indirà Gandhi ha sempre dimostrato il suo scarso riguardo per i valori della democrazia formale, ha tollerato più che apprezzato il dibattito parlamentare e mostrato sfiducia nel sistema giudiziario, nella stampa e nei partiti politici. In due persone soltanto ha riposto la sua fiducia: i figli Sanjay (morto in un incidente aereo nell'80) e Rajiv (il primogenito pilota di linea) al quale Indira chiese di entrare nella vita politica, nominandolo segretario del partito del Congresso. In tanti anni di «regno» non ha esitato a ricorrere a qualsiasi mezzo, anche non ortodosso, pur di garantire un minimo dì coesione in un Paese di 700 milioni di persone, diviso ira caste e tribù, da 6 religioni, 15 lingue e 845 dialetti.

Ma ha avuto tanti, troppi, nemici. A cominciare da sua nuora Marenka, vedova di Sanjav, simpatizzante dei Sikh. Fu proprio quest'ultima, alla vigilia dell'attacco al tempio d'oro d'Amritsar, a dire di lei: «È come la nostra dea Kalì che beve il sangue, più ne beve e più diventa potente». Eppure, Indira Gandhi è sempre stata convinta di governare per il bene del suo Paese, tanto da non temere neanche gli attentati. E poco tempo fa, come se avesse avuto un presentimento della sua fine, disse: «Non ho paura di morire: non mi dispiace di perdere la mia vita al servizio della Nazione». Ed aveva aggiunto: «Non mi interessa vivere a lungo, basta che il mio sangue serva a rinforzare il mio Paese». L'India è un Paese che crede nella reincarnazione. Ora che se ne è andata, coloro che avevano fiducia in lei possono soltanto pregare e aspettare che torni di nuovo.

31 Ottobre 2019