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Mercoledì 16 Ottobre 2019

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20 settembre 1979

Cronache del 20 settembre 1870

Riflessioni e colloqui sulle nostre strade

Cronache del 20 settembre 1870

Il 7 novembre 1869, quattro giorni prima che nascesse il nipote omonimo, Vittorio Emanuele II giaceva gravemente ammalato nella tenuta reale di San Rossore. Chiese i sacramenti. Il sacerdote autorizzato dal card. Corsi, arcivescovo di Pisa, a conferirli, volle che l'infermo regolasse pregiudizialmente i suoi rapporti con la contessa di Mirafiori, sposandola col matrimonio religioso: e la cosa fu fatta in piena coscienza. Quale seconda condizione, il sacerdote chiese che firmasse una ritrattazione di tutti gli atti compiuti, durante il suo regno, contro i diritti di Santa Chiesa. Il re rifiutò la firma, dicendo che, come sovrano costituzionale, un atto politico non poteva essere compiuto se non col concorso di un ministro responsabile.
Si può dire che la cronaca estrema degli stati d'animo e delle posizioni di coscienza e di diritto che caratterizzano la questione romana sono raccolti in questo episodio: una coscienza religiosa e una coscienza civile separate fra loro stavano per dar vita all'atto finale della storia dello Stato Pontificio. 

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Nel dicembre 1869 veniva convocato il Concilio Ecumenico Vaticano primo, che il 14 luglio del 1870 proclamò l’infallibilità pontificia.

Il 7 agosto 1870 giunsero gravi notizie della guerra franco-prussiana. Vittorio Emanuele avrebbe dovuto, fin dall'inizio della guerra, accorrere in aiuto della Francia, nonostante che la esposizione finanziaria fatta da Quintino Sella nel marzo 1870 segnasse un disavanzo di 490 milioni.

Poco prima delle notizie del disastro francese a Worth gli giunse un telegramma di Napoleone III. L'imperatore non chiedeva nulla, ma faceva appello ai cavallereschi sentimenti del re nella critica situazione militare. Il generale Lamarmora affermò piangendo che non si poteva fare più nulla per la Francia. Invano giunse a Firenze il principe Napoleone dando all'Italia libertà di azione su Roma. L’impero napoleonico stava crollando.

Numerosi dispacci stranieri chiedevano contemporaneamente con ansia quale sarebbe stata la posizione del Regno d'Italia verso lo Stato Pontificio. Il ministro degli affari esteri Visconti Venosta inviò da Firenze il 29 agosto una circolare ai rappresentanti d'Italia all'estero, in cui si diceva sostanzialmente che «l’Italia si è sempre mostrata disposta a riconoscere nella questione romana degli elementi che bisogna conciliare, senza sacrificare l'uno all'altro: le aspirazioni nazionali d'Italia col diritto del popolo romano a regolare le condizioni del suo governo; e la necessità di assicurare l'indipendenza, la libertà e l'autorità religiosa del Pontefice».

Era dunque risoluta la volontà d'intervenire nella questione romana mediante la occupazione del territorio pontificio. Il proposito era confermato esplicitamente nel «Memnorandum» allegato alla circolare. In questo documento il Visconti Venosta spiegava, dopo una dettagliata storia dei rapporti franco-italiani, su quali basi sarebbe stata regolata la questione romana.

Il Romano Pontefice avrebbe conservato la dignità, la inviolabilità e tutte le altre prerogative della sovranità e, inoltre, la preminenza verso i re e gli altri sovrani.

Il titolo di principe e gli onori relativi sarebbero stati riconosciuti ai cardinali. La città leonina sarebbe rimasta «sotto la piena giurisdizione e sovranità del Pontefice». A questo punto interessante - si parla di «sovranità» territoriale del Pontefice - il testo spiegava che la città leonina faceva parte a se stante da Roma e che aveva una tradizione autonoma, indipendente da Roma, con caratteri propri di città santa.

Il Governo italiano garantiva inoltre la piena libertà delle comunicazioni del Sovrano Pontefice con gli Stati, col clero, coi popoli stranieri; le immunità diplomatiche dei nunzi e legati pontifici presso le Potenze e viceversa.

«Questi articoli — concludeva il memorandum — sarebbero considerati come un pubblico contatto "bilaterale" e formerebbero l'oggetto di un accordo con le Potenze che hanno dei sudditi cattolici».

Si notano chiaramente due importanti posizioni del Governo italiano, che non ebbero seguito: il riconoscimento del diritto di sovranità territoriale al Pontefice e le garanzie internazionali sugli accordi da prendersi.

Un'altra circolare inviata alcuni giorni dopo ai rappresentanti d'Italia all'estero (Firenze, 7 settembre 1870) è più sintetica e delinea l'urna dell'intervento italiano per tutelare i diritti dei romani a disporre dei propri destini, assicurando al papato «garanzie di indipendenza sovrana sulle quali si stavano prendendo consigli con le Potenze.

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L'8 settembre 1870 Vittorio Emanuele II rispose respingendo i propositi espressi nella lettera del re: Vittorio Emanuele aveva parlato di «inviolabilità del Sommo Pontefice», di «spirituale autorità», di «indipendenza della Santa Sede» in termini volutamente vaghi. Dopo qualche giorno il Presidente del Consiglio Lanza ordinò al generale Raffaele Cadorna, luogotenente generale e comandante del quarto Corpo d'esercito, di avanzare verso Roma.
La mattina del 20 settembre i cannoni italiani sbrecciarono Porta Pia, presso la quale, come in altri punti della città, le truppe pontificie fecero una resistenza sufficiente a dimostrare che era stata commessa una violenza.
Vi furono alcuni morti e feriti da entrambe le parti. Indi il generale Kanzler, comandante pontificio, ordinò di cessare il fuoco. Fu trattata la resa. Il Governo italiano aveva dunque compiuto una facile impresa militare, la cui importanza andava oltre l'acquisto territoriale: veniva abbattuto il millenario Potere temporale dei Papi nel nome dei diritti della nazione e dei popoli.

Gruppo Mazzolari

19 Settembre 2019