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L'assedio di Crema

Un macabro gioco a palla del XII secolo

Gli episodi di crudeltà raccontati dal vescovo Ottone di Frisinga e dal ‘clericus’ Rahewino

Gigi Romani

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lromani@laprovinciadicremona.it

26 Aprile 2014 - 15:25

Un macabro gioco a palla del XII secolo
L’assedio di Crema e l’eroica resistenza opposta dal semisconosciuto (all’epoca di cui ci occupiamo!) castello padano sono stati oggetto di studio e di esaltazione soprattutto da parte della storiografia romantica e risorgimentale, che ha voluto leggere nella vicenda significati e intenti del tutto estranei ai protagonisti della stessa. Le cronache dell’epoca, nel segnalarci gli episodi, non mancano di darne anche un giudizio di natura morale e politica, molto distante dal nostro modo di vedere ed assolutamente inconciliabile con le categorie di giudizio di più comune impiego. Ovviamente tali giudizi, volti a far accettare all’opinione pubblica fatti ed episodi di oggettiva crudeltà e ferocia, trovano una loro spiegazione nella particolare contingenza politica e militare, entro cui erano inquadrati gli eventi. I cronisti, nel nostro caso il vescovo Ottone di Frisinga, zio dell’imperatore Federico Barbarossa, e Rahewino, forse un clericus, erano di parte imperiale e si trovavano di fronte al non facile compito di dover spiegare in maniera convincente l’inopinata battuta d’arresto del forte e ben addestrato esercito imperiale di fronte ad un insignificante (per i più!) castello padano e, allo stesso tempo, di dover giustificare dinanzi ad una assise di ecclesiastici (era stato convocato un concilio!) atti di inaudita ferocia, che mal si conciliavano con la tanto decantata pietas dell’imperatore. E bisogna riconoscere ai nostri due cronisti una notevole abilità nell’assolvere il loro compito, abilità che nulla ha da invidiare a quella dei migliori commentatori politici dei nostri giorni. Il mancato successo delle operazioni ossidionali era imputabile, secondo i nostri cronisti, a più fattori:
a) le difese naturali (la palude a nord dell’abitato);
b) le difese approntate dall’uomo (fossati, terrapieni, palizzate), atte a respingere ogni assalto e a contenere l’impeto degli aggressori;
c) le attitudini militari dei crema- schi, definiti «bellatores audacissi- mi», cioè «combattenti audacissimi».

E proprio il richiamo all’audacia ci consente di passare al secondo impegno assolto dai nostri cronisti e cioè la giustificazione degli episodi di esecrabile ferocia. Audacia non è infatti solo «sprezzo del pericolo» (e quindi valore positivo), ma anche «insolenza, disprezzo delle leggi e dell’autorità che le emana» (e perciò comportamento da sanzionare). E quegli episodi di crudeltà in fondo altro non erano se non azioni di rappresaglia previste, ed ammesse, dalle leggi di guerra, alle quali l’imperatore faceva ricorso come extrema ratio di fronte all’ostinata protervia dei cremaschi, che — pur trovandosi allo stremo — non cessavano dal fare pericolose sortite seminando morte tra gli assedianti, facendo prigionieri e danneggiando le macchine da guerra. In questo contesto si inserisce anche il gioco a palla annunciato nel titolo e compendiato in questi termini dai due cronisti (mi avvalgo della traduzione di Giuseppe Degli Agosti – Rahewino-Ottone Morena – L’assedio di Crema 1159-60, Crema 1992, pag.17): «C’era anche da vedere questo triste spettacolo: quelli fuori (delle mura), spiccate le teste degli uccisi, giocavano con queste come a palla e buttando da destra a sinistra le trattavano con crudele ostentazione e disprezzo e quelli dentro la città, giudicando disonorevole se facevano di meno, offrivano miserevole spettacolo e sulle mura senza pietà mutilavano nelle membra i nostri prigionieri». Chiaramente la rappresaglia, ancorché teoricamente legittimata dalla prassi militare e dalle norme vigenti in tempo di guerra, era stata, in questo caso, eccessiva: all’uccisione dei prigionieri senza formale senten- za di condanna si aggiungeva il vilipendio di cadavere, comportamento particolarmente odioso ed ingiustificato. Non meno condannabile è la reazione degli assediati: le mutilazioni inferte ai prigionieri sugli spalti è qualcosa di più dell’applicazione della legge del taglione; sembrerebbe quasi l’applicazione dello slogan in vigore qualche decennio fa: «a brigante, un brigante e mezzo»! Sicura- mente quando si imbocca la via della violenza, non è facile porre dei limiti; non lo era nel XII secolo e non lo è stato nel XX secolo, come dimostrano gli avvenimenti di cui siamo stati, e siamo, testimoni. Non sappiamo se gli argomenti messi in campo dai due autori abbiano sortito l’effetto sperato presso i contemporanei; al nostro sentire certi eccessi appaiono decisamente ributtanti e del tutto ingiustificabili!
Carlo Piastrella
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