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Una pagina di storia cremonese

Un saggio di Beatrice Tanzi sulla vita e le opere di Colombino Rapari

Il ‘pizzoncino’ di San Pietro

Gigi Romani

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lromani@laprovinciadicremona.it

25 Giugno 2015 - 16:06

Un saggio di Beatrice Tanzi sulla vita e le opere di Colombino Rapari

Per anni il suo nome è stato addirittura tramandato erroneamente e in molti testi lo si è citato come Ripari: a fare luce su Colombino Rapari, abate di San Pietro al Po dal 1549 al 1570 è ora Beatrice Tanzi, che in un saggio che riprende — arricchita e aggiornata — la sua tesi di laurea triennale all’Università degli Studi di Milano. Cognome ‘ingombrante’ («Mi ha dato briglia sciolta, mi ha aiutato solo per la parte dell’impaginazione», dice la giovane studiosa, attualmente iscritta al corso magistrale a Bologna), Tanzi indaga la figura di questo religioso, non troppo noto forse, ma di assoluto rilievo nella vita culturale e artistica dell’epoca. Influente, buon amministratore, apprezzato tanto come uomo di Chiesa quanto come letterato, Colombino fu in stretti rapporti con vari uomini illustri suoi contemporanei, dal cardinale Ercole Gstoria cremoonzaga a Marco Gerolamo Vida. Singolare la relazione con quest’ultimo che lo criticò aspramente per la gestione di San Pietro, ma che successivamente arrivò a definirlo il «nostro Pizzoncino» e spingerne (invano) l’elezione a rettore generale.

Non erano comunque anni tranquilli. Cremona — negli stessi decenni in cui era forte la presenza ebraica — era «il centro massimo del ‘luteranesimo’ lombardo», secondo la definizione di Federico Chabod ripresa da Tanzi. Barcamenarsi in questo periodo, arrivare ai vertici e rimanervi denotava non solo capacità personali, ma anche abilità diplomatiche. Dallo studio dei documenti d’archivio, in parte inediti, Tanzi rileva che «affiora una personalità di prim’ordine, custode dell’ortodossia negli anni complessi delle inquietudini luterane e,più in generale, eretiche, in una città particolarmente segnata da tali tribolazioni- Il contributo tangibile del religioso, in questo campo, è la stampa delle Allegationes, una raccolta di bolle, attestazioni, accuse e difese, decreti e sentenze per definire una ‘causa precedentiae’, sorta durante i lavori del Concilio di Trento, tra i canonici lateranensi (cui apparteneva Rapari, ndr) e i benedettini cassinesi».

Ma Colombino fece molto anche per le arti e lo sviluppo architettonico del monastero di San Pietro. Le sue committenze, sottolinea Tanzi, «sono improntate a scelte classiciste di grande gusto, moderate e mai estremiste. Il pittore prediletto è Bernardino Gatti detto il Sojaro, esponente di rilievo della maniera in Valpadana, legato a patroni di rango,da Francesco II Sforza ai Farnese, che propugna uno stile elegante ed eclettico, senza gli scarti sperimentali tipici della pittura dei fratelli Campi...». Consapevole dell’importanza del proprio ruolo e con una concessione alla vanità che anche all’epoca trova pochi riscontri, Rapari si fa addirittura ritrarre nell’Adorazione dei pastori.

Oltre al Sojaro, altri artisti incaricati da Rapari furono Giuseppe Sacca, i fratelli Giulio e Antonio Campi, i bresciani Cristoforo Rosa e Lattanzio Gambara. Aleggia poi il nome di Giulio Romano, la cui influenza è la testimonianza di come Mantova fosse probabilmente «un forte polo di attrazione per le scelte artistiche del monastero».

Ma oltre che committente di pittori, intagliatori e scultori — l’ancona lignea dell’altare maggiore resta il punto più alto della scultura manieristica a Cremona —, Colombino fu l’artefice della realizzazione di una roggia che attraversa per oltre quaranta miglia il territorio cremonese e che tuttora, in suo onore, si chiama Colombina.

Non è un caso se la chiesa di San Pietro sembra interrompere il suo momento di splendore a partire dal 1570, anno della morte di Colombino Rapari. Solo tre anni più tardi, parte della navata della chiesa sarebbe crollata e anche se nel periodo successivo gli abati continuarono «la tradizione di scelte figurative di alto profilo (...) sembra mancare però, negli anni successivi, una figura di tale carisma nella vita religiosa dei canonici cremonesi».

Beatrice Tanzi, Colombino Rapari. Arti figurative e inquietudini religiose a Cremona nel Cinquecento, pagine 112 più tavole, Edizioni Delmiglio.

Barbara Caffi

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