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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Il 2020 che se ne va e il grazie più grande

27 Dicembre 2020 - 07:43

Fra Conte e Zaia il consiglio di Pizzetti

Il direttore Marco Bencivenga

Diciamo la verità: non vediamo l’ora che finisca, ‘sto maledetto 2020. Tanti altri anni sono stati funestati in passato da sciagure naturali, tragedie per mano dell’uomo, lutti eccellenti, guerre fratricide e terribili carestie. Mai nessuno, però, prima della pandemia Covid 19 aveva colpito il mondo così in profondità, aveva portato morte e devastazione a ogni latitudine, cambiato abitudini e stili di vita dell’intera umanità, fermato l’unica macchina che sembrava inarrestabile, più forte di tutto e di tutti: l’economia dalle «magnifiche sorti e progressive». Tutto questo è successo invece in questo 2020 che come ogni anno bisestile portava con sé presagi funesti, a voler credere alla cattiva fama che fin dall’antichità accompagna tutti gli anni che hanno un giorno in più (il 29 di febbraio). Anno bisesto, anno funesto, avverte da sempre la vox populi. Ma la pandemia che più di ogni altro fattore ha reso tragico questo 2020 nulla ha a che fare con la scaramanzia e le credenze popolari. Piuttosto, si spiega con le gravi responsabilità di chi inizialmente - e per troppo tempo - ha nascosto al mondo la pericolosità del virus (la Cina); con gli errori nella gestione dell’emergenza commessi dai Governi dei Paesi che per primi hanno dovuto combattere un nemico fin lì sconosciuto (a partire proprio dalla nostra odiosamata Italia); con l’arroganza di chi si è sentito più forte di tutto, addirittura invulnerabile, prima di ritrovarsi in terapia intensiva o di esporre i propri connazionali al contagio, in nome di una distorta concezione della libertà.

Dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ad Angela Capozziello, l’improvvisata virologa di Mondello, passando per il senatore Vittorio Sgarbi e il premier inglese Boris Johnson, tutti quelli che hanno sottovalutato - se non addirittura ridicolizzato - la pericolosità del Covid 19 portano sulla coscienza i comportamenti irresponsabili di chi ha trovato facile sponda nelle loro incaute parole. Per fortuna, sull’altro piatto della bilancia c’è anche chi ha lottato, ammonito, curato, dato l’allarme, addirittura sacrificato la propria vita per salvare il salvabile. Certo, anche fra medici e specialisti (infettivologi, epidemiologi, pneumologi...) c’è chi ha trasformato la lotta al Coronavirus in un’occasione di autopromozione, frequentando i salotti tv più dei laboratori di ricerca e delle corsie d’ospedale. Ma si tratta di pochissimi casi, da contare sulle dita di due mani. Al contrario, la stragrande maggioranza dei camici bianchi e la totalità di infermieri e anonimi operatori sanitari ha profuso ogni sforzo possibile nei confronti di malati e contagiati. Per questa ragione, ora che ‘sto maledetto 2020 sta per finire ed è tempo di bilanci, è a loro che va la nostra riconoscenza, il grazie più sentito e più grande.

Sono loro - medici, infermieri e operatori sanitari - gli eroi di quest’anno bisesto che si era aperto con i terribili roghi dell’Australia, è stato macchiato da incredibili episodi di razzismo - su tutti la vigliacca uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte di un poliziotto bianco -, ha tremato di fronte alla terribile esplosione del porto di Beirut (oltre duecento morti e settemila feriti), ha assistito impotente a immani disastri ambientali in Siberia e al largo delle Mauritius e, ancora, nel corso di questi dodici, lunghissimi mesi ha pianto la scomparsa di tanti personaggi amatissimi: campioni dello sport come Kobe Bryant, Diego Armando Maradona, Paolo Rossi, Gigi Simoni, Pietro Anastasi e Mariolino Corso; uomini di cultura come Emanuele Severino, Christó, Giulio Giorello e Philippe Daverio; scrittori come Luìs Sepùlveda, Carlos Ruiz Zafón, John le Carré, Gianni Mura e Sergio Zavoli; artisti come Ennio Morricone, Gigi Proietti, Kirk Douglas, Juliette Gréco, Lucia Bosé, Stefano D’Orazio e Sean Connery. Un lungo elenco di croci cui ognuno di noi potrebbe aggiungere i nomi dei propri cari uccisi dal Coronavirus, mille e duecentotrentasette vittime nella sola provincia di Cremona, quasi due milioni nel mondo. Anche se qualcuno, dall’alto della sua ignoranza, si ostina ancora a dire che il «Covid non esiste», perché «è tutta una montatura».

Ecco: fra i tanti divari acuiti dalla pandemia (chi ha retto l’urto del lockdown perché poteva e può contare su uno stipendio garantito e chi è finito o rischia di finire sul lastrico; chi può garantirsi cure adeguate e chi no; chi ha «diritto di vivere» e chi invece è stato definito «vecchio, inutile e improduttivo»), un’autentica voragine ha diviso chi ha provato a capire, si è informato, ha studiato, si è adeguato, e chi - aggrappandosi a fake news, pregiudizi ideologici e improvvisati influencer - ha invece trovato mille alibi e mille scuse per continuare a comportarsi come se niente fosse. A ignorare ogni regola e precauzione. A vivere nella bolla del suo egoismo. Se medici e infermieri sono stati gli eroi del 2020, ai negazionisti della prima e dell’ultima ora va la maglia nera dei peggiori in campo. Una consolazione, però, c’è: anche nei momenti più duri, l’orizzonte non è mai tutto nero, non tutto è negativo. Magari la bottiglia è vuota per tre quarti - anziché mezza piena e mezza vuota, come vorrebbe la regola - ma almeno un quarto di buono c’è sempre.

E il buono del 2020 sta nell’averci fatto riscoprire alcuni valori autentici, dal piacere dello stare in famiglia all’importanza delle cose semplici, piccole ricchezze che prima della pandemia davamo per scontate e poi abbiamo scoperto essere invece un grande privilegio. Il 2020 che sta finalmente per finire, soprattutto, ci ha fatti scendere dall’inebriante giostra sulla quale tutti eravamo saliti, più o meno consapevolmente. Aver rimesso i piedi per terra è il miglior punto di ripartenza in vista dell’ormai imminente 2021. Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità (cit).

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