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IL PUNTO

Ma adesso Draghi faccia il Draghi

Marco Bencivenga

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mbencivenga@laprovinciacr.it

28 Febbraio 2021 - 07:16

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Mario Draghi è sempre stato stimato dagli italiani. Qualche voce di dissenso c’era, è vero, ma a volte anche i giudizi negativi sono utili per rafforzare una leadership. Se ti critica Alessandro Di Battista, per esempio, significa che sei nel giusto. Oltre al physique du rôle («Lo vedrei bene in un mio film come presidente degli Stati Uniti», ha detto il regista Dario Argento), gli italiani hanno scoperto e apprezzato il coraggio dell’ex presidente della Bce nel luglio del 2012, quando osò sfidare i «poteri forti» e l’intoccabile Angela Merkel, pronunciando il celebre «whatever it takes» (costi quel che costi) per salvare l’Euro e l’Italia. Quel giorno il banchiere con lo sguardo hollywoodiano diventò ufficialmente SuperMario. Più di Balotelli e dell’omino con i baffi dei videogames. Tanta ammirazione si è ufficialmente trasformata in amore lo scorso 3 febbraio, quando il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha affidato a Draghi l’incarico di formare un governo tecnico-istituzionale che non si identificasse in alcuna formula politica. «Finalmente!», hanno commentato milioni di fans, stanchi di politici litigiosi e inconcludenti («First reaction: shock!», avrebbe detto Matteo Renzi, se non fosse stato lui l’artefice dell’ultimo ribaltone a Palazzo Chigi). La storia d’amore fra gli italiani e il nuovo presidente del Consiglio sarebbe stata perfetta, se l’uomo della provvidenza si fosse insediato il 14 febbraio, giorno degli innamorati.

Invece, Draghi - insensibile a ogni suggestione - ha prestato giuramento il 13. E anziché San Valentino si è trovato come santo protettore San Benigno da Todi: entrambi martiri, il primo è passato alla storia perché fu decapitato per aver celebrato il matrimonio impuro fra Serapia (una giovane cristiana) e Sabino (un legionario pagano); il secondo - ordinato sacerdote per bontà d’animo, rettitudine e senso di giustizia - morì per difendere la sua fede dopo aver affrontato con grande coraggio un’interminabile tortura. Vero è che mettere insieme Salvini e Zingaretti, o Di Maio e Berlusconi, è un’eresia superiore perfino alle nozze fra Serapia e Sabino, ma la cosa oggi più importante è che SuperMario non finisca per subire le torture e le sevizie dei suoi peggiori nemici: la classe politica, il potere dei funzionari e la burocrazia. Perché non succeda, il presidente del Consiglio ha una sola possibilità: fare il Draghi. Ovvero, il leader senza macchia e senza paura, che tira dritto forte della sua autorevolezza, delle sue convinzioni e... delle urgenze del Paese. La lotteria dei sottosegretari, da questo punto di vista, non è stata un buon segnale: le nomine hanno assecondato più il famigerato manuale Cencelli (ogni punto percentuale, una poltrona) che la logica della competenza. In compenso, la prima apparizione di Draghi al Consiglio europeo ne ha restituito l’immagine di uomo forte, considerato e rispettato a livello internazionale. Il diretto interessato non lo ha riferito (come ha brillantemente ipotizzato Massimo Gramellini sul Corriere, riaprirà bocca solo il giorno in cui lascerà Palazzo Chigi per dire «ho finito»), ma le cronache raccontano che abbia incalzato la presidente della Commissione, Ursula van der Leyden, ad accelerare il piano europeo delle vaccinazioni e ad avere una linea più dura nei confronti delle case farmaceutiche che centellinano le dosi anti-Covid (o, più probabilmente, le destinano a Paesi extraeuropei, disposti a pagarli dieci volte tanto). Ecco: con la terza ondata della pandemia pronta a travolgerci, il tema delle vaccinazioni oggi è il vero banco di prova dei poteri di SuperMario. Come ha detto Guido Bertolaso durante il suo forum nella redazione de La Provincia, «se l’aereo DHL con le dosi non arriva, si mandi un C-130 dell’Aeronautica Militare a prenderle», perché questa è la regola nei momenti di emergenza. Conta la sostanza, non la forma. Procurate le dosi e stracciate le Primule di contiana memoria, le vaccinazioni si facciano ovunque possibile e prima possibile. Negli ospedali, certo, ma anche nelle fabbriche (gli industriali hanno già dato la loro disponibilità), nelle scuole, negli stadi e nelle chiese. Perché solo la distribuzione di massa del vaccino può evitare il ritorno a un lockdown nazionale, la misura difensiva più liberticida (ma necessaria, se le altre non bastano) che ha già messo in ginocchio milioni di attività commerciali e produttive durante la prima e la seconda ondata della pandemia. Serve un colpo d’ala. Perché anche gli innamoramenti più intensi dopo un po’ svaniscono, se non si alimentano di nuovi contenuti («La piantina va innaffiata ogni giorno», ci ripetiamo sempre io e mia moglie) e fra San Valentino e San Benigno, fra amore e martirio, il passo è breve. Meglio non scoprire quanto.

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