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IL PUNTO DEL DIRETTORE

La pandemia, SuperMario, il Cavaliere e il nostro giorno zero

Marco Bencivenga

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mbencivenga@laprovinciacr.it

21 Febbraio 2021 - 06:59

La pandemia, SuperMario, il Cavaliere e il nostro giorno zero

La dottoressa Francesca Mangiatordi

Fu il Giorno Zero. Era il 21 febbraio 2020, un anno fa oggi, e ci ha cambiato la vita. Non suonasse blasfemo, potremmo dire che ha pure cambiato il calendario: se fino a dodici mesi fa A. C. e D. C. significavano “soltanto” Avanti Cristo e Dopo Cristo, ora si potrebbero contare anche gli anni Ante Covid e Dopo il Covid, perché l’esplosione della pandemia da Coronavirus ha modificato per sempre usi, costumi e abitudini dell’intera umanità come nessun altro fattore era mai riuscito a fare dalla notte dei tempi. A partire dal Giorno Zero del 2020 - esattamente un anno fa oggi - tutto è mutato sul pianeta Terra. Perfino la nostra identità e il nostro modo di relazionarci agli altri: eravamo abituati a guardarci in faccia e a stringerci la mano; ora invece stentiamo a riconoscerci da dietro la mascherina e ci salutiamo con il gomito. A distanza. Ma i cambiamenti vanno ben oltre la nostra immagine e il galateo: a ogni latitudine interi comparti economici sono stati azzerati (si pensi ai viaggi, agli spettacoli, al turismo, allo sport, a ogni attività che prevedeva una partecipazione di massa), 110 milioni di persone sono state contagiate, quasi due milioni e mezzo sono morte. Ed è mutata la gerarchia dei Paesi «fortunati»: al primo posto della classifica ora non figurano i più grandi e i più ricchi (Stati Uniti, India, Brasile, Regno Unito, Francia, Spagna, Italia, Turchia, Germania e Colombia, i dieci più colpiti dal virus, nell’ordine), ma - al netto di qualche probabile omissione sui dati reali da parte di Cina e Corea - ora spiccano quelli che hanno limitato i danni, favoriti dal clima e dall’isolamento (il Canada, l’Australia, alcune regioni africane e una miriade di isole sperdute nei mari più lontani). 

In tutto, secondo i dati del Johns Hopkins Institute, il virus ha contagiato 192 Paesi su 193 ufficialmente riconosciuti dall’Onu a livello globale. E dopo Wuhan, la culla del virus, per un po’ proprio la provincia di Cremona - insieme a Lodi, Bergamo e Brescia - è stata l’epicentro mondiale della pandemia. Una vera ragione perché ciò sia successo non è stata ancora scoperta: di sicuro hanno influito l’iniziale sottovalutazione del rischio dopo l’allarme cinese, tanta impreparazione del sistema sanitario e delle autorità preposte, un’età media della popolazione molto elevata e un dinamismo socio-economico che ha finito per diventare un boomerang. Ma niente spiega fino in fondo l’accanimento del virus proprio contro la nostra comunità e le province più vicine. Il rovescio della medaglia racconta che proprio qui, fra Milano e Cremona, i medici hanno imparato a gestire gli effetti della pandemia, a isolare i «positivi» e a curare i malati più gravi, tanto da fare scuola nel mondo. Il prezzo da pagare è stato altissimo e nessuno dovrà mai dimenticarlo, anche se non è ancora il tempo dei bilanci e dei monumenti, perché il «Coviddi che non c’è» è ancora qui, fra noi. Alla faccia dei negazionisti che ancora blaterano di inutile allarmismo e gridano al complotto. A un anno di distanza il virus è mutato, si è moltiplicato in numerose varianti. Come ha spiegato giovedì il super esperto di emergenze Guido Bertolaso a La Provincia, da nemico invisibile si è trasformato in un guerrigliero, «che appare e scompare, cambia aspetto, sembra sconfitto e poi invece ti colpisce alle spalle». Un anno dopo il Giorno Zero tutte le speranze sono affidate al vaccino, oltre che all’aumentata capacità di cura delle strutture sanitarie: grazie alla diffusione di massa dei test, oggi si può scoprire di essere positivi , ma restando tranquilli, senza il terrore di finire intubati in terapia intensiva. O di morire da soli, lontano da tutto e da tutti. È un passo avanti, ma non basta. Distanziamento, uso della mascherina e lavaggio frequente delle mani restano le prime forme di autodifesa dal virus, insieme alla rinuncia a un po’ della nostra libertà individuale e collettiva. In attesa di ritrovare un po’ della normalità perduta - anche se niente sarà più come prima - possiamo segnare sul calendario altri due piccoli giorni zero: a livello nazionale la nascita del Governo Draghi, l’esecutivo di emergenza carico di speranze, di consenso e - contemporaneamente - di una responsabilità senza precedenti; a livello locale, il passo indietro di Giovanni Arvedi, il capitano d’industria che ha saputo portare il nome di Cremona nel mondo aggiungendo l’acciaio (e le nuove tecnologie necessarie per produrlo) alle storiche materie prime del territorio: il torrone, il latte e il violino. Il Cavaliere non lascia, non si ritira a vita privata («Resterò presidente di Finarvedi», ha precisato nell’intervista esclusiva rilasciata a La Provincia per annunciare la sua scelta) ma all’alba degli 84 anni che compirà il 28 agosto dà un’accelerazione al passaggio generazionale, consegnando definitivamente nelle «buone mani» del nipote Mario Caldonazzo l’Acciaieria che ha fondato nel 1973, quasi mezzo secolo fa. Per Cremona tutta - non solo per il mondo economico - si tratta di un passaggio epocale. La speranza diffusa è che all’ospedale Maggiore che è stato la trincea del Covid possa presto nascere «il nuovo Arvedi». Magari un fiocco rosa, una bella bambina, capace di raccogliere il testimone del Cavaliere e diventare fra pochi anni il volto della quarta rivoluzione industriale: digitale, green, innovativa. Per Cremona sarebbe davvero un bellissimo Giorno Zero, da segnare in rosso sul calendario.

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