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Martedì 26 Maggio 2020

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TEATRALIA

Il rito e il sacro nella tempesta della pandemia

Il rito e il sacro nella tempesta della pandemia

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«Non lasciarci in balia della tempesta»: è la preghiera di Papa Francesco in una piazza San Pietro irreale, lucida di pioggia. Quell’uomo piccolo, traballante, vestito di bianco si perde nell’immensità della piazza. In sottofondo le sirene che feriscono l’aria immobile di una Roma da tregenda, da Apocalisse. «Ci credevamo sani in un mondo malato», ammonisce il pontefice. E fin qui la cronaca, lo stupore dell’immagini. Ciò che va in scena – nella giornata mondiale del teatro, il 27 marzo (e chi se lo ricordava più!) è la potenza rituale della Chiesa, è la forza del rito, è lo stupore dell’immagine, è la costruzione di una rappresentazione che rende visibile e agita l’angoscia, la paura, il bisogno di sentirsi uniti eppure così distanti, abitanti della città e del mondo.

Il tempo è sospeso, lo è come sempre in teatro: il senso del tempo è dato dalla condizione in cui siamo, è nutrito dalla festa, dall’epifania di ciò che accade in scena e non dallo scorrere delle lancette dell’orologio. Lo sa chi va a teatro. Ci sono spettacoli brevissimi che sembrano durare un’eternità e che ti chiedono di guardare l’orologio ed altri che per emozione e potenza fuggono via in un istante, a tal punto che vorrebbe voglia di dire: «Attimo fermati, sei bello!». La percezione del tempo e della sua durata è soggettiva: sette anni e sette giorni hanno il medesimo peso nella Montagna Incantata di Thomas Mann. E allora quella piazza San Pietro vuota e livida, il muoversi solitario di Papa Francesco, il suo pregare la madonna Salus Populi Romani e il Crocifisso di San Marcello, cari alla città di Roma sono ancora porte spalancate sul tempo, questa volta il tempo della storia che diventa tempo del qui ed ora del teatro, del rito che si compie nella partecipazione del coro di astanti silenziosi e muti al di là degli schermi di televisioni, tablet e smartphone.

Ciò a cui si è assistito è theatron e drama insieme, è lo spazio della visione condivisa, è la forza dell’azione del rito, sono i gesti delicati e precisi del Papa, è il suo volto sofferente, ma anche concentrato nel suo essere attore di un dialogo (im)possibile fra immanenza e trascendenza. In questo racconto il passo del Vangelo di Marco dice lo smarrimento e la paura dei discepoli quando in barca sono sorpresi da una improvvisa tempesta. Il loro smarrimento è il nostro, in questo si compie la coralità del dire, la prossimità fra la fabula e la realtà, fra il racconto e la vita. «Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi», afferma il Papa. Ma «da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo», il Papa chiede che «scenda» su tutti, «come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio». E questo abbraccio è desiderio, è bisogno di un contatto dell’Uomo con Dio, dell’Uomo con l’Uomo, quel contatto che il Covid-19 ha congelato.

In questo senso ogni gesto, ogni respiro diventa segno: significato e significante al tempo stesso. Lo è l’essere ritto davanti al leggio nel fare esplodere sull’oggi il testo evangelico, lo è nel bacio al Cristo crocifisso, lo è nella benedizione con l’ostensorio in cui città e mondo sono un tutt’uno, come un tutt’uno è il pianeta, la nostra Terra-Patria flagellata dalla tempesta e dall’epidemia. Va così in scena il potere seducente della Chiesa, il mistero di una ritualità che si compie intima e solenne al tempo stesso, sfarzosa ed essenziale, come è ogni rito che si rispetti in cui gesti, parole e suoni dicono  non ciò che sono ma la forza in potenza del mondo che racchiudono, del simbolo che tutto abbraccia, che si apre alla consolazione del senso.

29 Marzo 2020