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Domenica 25 Giugno 2017

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4 marzo

I furbetti del cartellino e il ‘pubblico’ da ripensare

I furbetti del cartellino e il ‘pubblico’ da ripensare

Una categoria di dipendenti pubblici, che non sente particolare attrazione per il lavoro, è identificata come quella dei ‘furbetti’ del cartellino. L’espressione fotografa una condotta legata all’uso della tecnologia negli uffici, che può essere descritta in maniera semplice: ogni impiegato è dotato di un badge, parola inglese che indica il tesserino per operazioni informatiche; quando il possessore fa ‘strisciare’ il documento nell’apposito congegno, attesta la sua presenza per la quotidiana fatica. La soluzione tecnica tende a scoraggiare la piaga dell’assenteismo, ma sono stati fatti i conti senza l’oste: per meglio dire, nessuno ha considerato il senso di solidarietà, di vicinanza, di affetto tra quanti affrontano il triste destino di prestare un’attività in cambio della retribuzione. Di qui, la scelta di rendere pan per focaccia ai sostenitori del controllo a oltranza: per esempio, alcuni condannati all’ingiustizia del lavoro, talvolta sacrificandosi per la causa comune, utilizzano il documento informatico di altri compagni di sventura, in modo da registrarli in servizio attivo. Costoro, invece, si allontanano dall’ufficio per dedicarsi a cose più serie e gratificanti, cioè una passeggiata in spiaggia, una partita di calcetto con gli amici, una capatina nel bar alla moda, una gita in barca, una sbirciata ai negozi sul corso principale, e altre amenità del genere. Tuttavia, le trovate dirette a scansare i fastidi causati dall’adempimento del dovere non sono in linea con il dettato della legge.
Onde la denominazione ‘furbetti’ del cartellino sembra appropriata alla bisogna. Il diminutivo ha duplice significato: qualifica, a un tempo, la modesta inventiva dei fannulloni e il disprezzo sociale verso gli stessi. Caratteristiche esplicitate dal vocabolo ‘furbo’ che, come si legge in un brioso e lucido Saggio sui sinonimi di Giuseppe Grassi, edito a Torino nel 1821, indica colui che «va per via d’inganno ad un mal fine». Niente che vedere, quindi, con ‘astuto’ o ‘scaltro’: anche costoro giocano d’ingegno nelle loro azioni, ma la scaltrezza è la cautela diligente nel provvedere alle cose dubbie, mentre l’astuzia denota la condotta che, per vie simulate, giunge a un fine, non sempre cattivo. Insomma, ‘furbo’ è dal latino furvus, nero; e con questa parola di colore oscuro solevano gli antichi salutare i furfanti. Essa ha per altra parte tanta analogia con la voce latina fur, che il furbo se n’intinge alcun poco, e pizzica ben sovente del ladro. Le divagazioni semantiche portano al nocciolo della questione, poiché i comportamenti descritti, che corrispondono a ipotesi di reato, hanno provocato la reazione dei cittadini, sempre meno tolleranti verso le disfunzioni degli uffici. Nella consapevolezza di incrementare gli strumenti per arginare il fenomeno, i governanti hanno approntato nuove norme sulla responsabilità disciplinare, dopo la dichiarazione di incostituzionalità di alcune disposizioni della legge-delega in materia. I punti essenziali della strategia di contrasto, forse, trovano d’accordo pure coloro che si sono indignati per il medico che abbandonava, senza alcuna giustificazione, la corsia dell’ospedale, per salutari incontri di tennis durante l’orario di lavoro. Oggi il dipendente imbroglione rischia davvero molto: se colto in flagranza, è sospeso dal servizio e dallo stipendio entro 48 ore. Nel tempo necessario alla definizione del procedimento disciplinare, percepirà un assegno di sostentamento. Una volta riconosciuto responsabile dell’illecito, potrà addirittura essere licenziato, con l’aggiunta di una sanzione pecuniaria pari ad almeno sei mesi di retribuzione, in relazione al danno di immagine provocato all’ente di appartenenza. La decisione dovrà intervenire comunque entro 30 giorni, ma quando la violazione non è accertata in flagranza, il termine sarà di 90 giorni. Il capo che gira gli occhi dall’altra parte, nonostante le pratiche elusive dei collaboratori infedeli, subirà identiche conseguenze, non essendo più ammessi conniventi pietismi. Conosco bene il funzionamento degli apparati pubblici e dubito dell’utilità delle risposte repressive, poiché i rimedi introdotti incidono sugli effetti e non toccano le cause del fenomeno. Nell’organizzazione amministrativa resistono incrostazioni di superati modelli, che i cultori della materia hanno scolpito nella formula: ‘Lo Stato ti paga poco, ma non vede se lavori poco’, cui si affianca la garanzia della perpetua conservazione del posto. A differenza delle aziende private, che hanno seguito una strada diversa e sono più attrezzate a raccogliere le sfide della modernità. Nell’era dell’informatica e dei robot, il lavoro pubblico dev’essere ripensato sotto molti aspetti, magari considerando il risultato della prestazione insieme con la variabile tempo. Il presente discorso, ancorché incompleto e approssimativo, mette in discussione i progetti della nostra società, che spesso abbandona i sentieri della selezione severa e trascura il merito nel conferimento degli impieghi statali e assimilati. La perdita del senso del dovere matura in contesti del genere, tacitamente accettando condotte e stili di vita immorali senza provare ripugnanza, secondo la logica perversa del ‘così fan tutti’. Non sorprende in questo clima avvelenato – osserva Bruno Forte, vescovo e teologo insigne - che i giovani provino disgusto per l'impegno sociale e politico e preferiscano rintanarsi nel privato della propria ricerca di vantaggi e di sicurezze per il futuro. A questa mentalità che riduce il male a banalità si può reagire in un solo modo, ritrovando il senso della serietà della vita, del suo spessore morale, della dignità unica e irripetibile dell'esistenza personale.
Francesco Nuzzo