L'ANALISI
04 Marzo 2026 - 05:20
CREMONA - Siamo davvero noi a guidare l’innovazione, o siamo diventati solo il carburante di una macchina che non sappiamo più spegnere? Trent’anni dopo la sua morte, rileggere Jacques Ellul (1912-1994) non è un esercizio di archeologia intellettuale, ma un atto di autodifesa, anche rispetto all’IA. ‘La società tecnologica, il rischio del secolo’ scritto nel 1954 e ripubblicato oggi, appare una cronaca profetica del nostro presente, dove l’uomo sembra essersi ridotto a un semplice ingranaggio di un sistema che corre a velocità folle. «L’ambiente in cui l’essere umano vive non è più il suo ambiente. Egli deve adattarsi, come agli albori del mondo, a un universo per il quale non è fatto», scriveva, già allora fuori dagli schemi l’eclettico filosofo e sociologo nonché teologo. Un pensatore che ha saputo anticipare con precisione chirurgica le derive della società contemporanea.
C’è una persona su tutti a poterci aiutare a comprendere la sconcertante attualità di questo ‘anarchico cristiano’, la professoressa Elisabetta Ribet, pastora della Chiesa Valdese di Torino, dottoressa in teologia protestante all’Università di Strasburgo e membro del consiglio della Società Internazionale Jacques Ellul, considerata tra i massimi esperti mondiali dell’autore. Mette subito in chiaro un punto fondamentale: il problema non è la «tecnologia», ma la «tecnica». Ne parla con Paolo Gualandris nella videointervista online da oggi. «Se pensate che la tecnica sia solo l’ultimo modello di smartphone o un algoritmo di intelligenza artificiale - ammonisce -, siete decisamente fuori strada. Per Ellul, la tecnica è un sistema articolato che include tutto. È la traduzione dell’ossessione razionale dell’uomo di voler controllare ogni cosa, rendendo quantificabile persino il subconscio e mettendo ordine nel caos della natura».
A forza di fare uso di strumenti, spiega la professoressa, l’obiettivo dell’efficacia trasforma questo insieme in una vera e propria scala di valori. «In altre parole, l’efficienza non è più un mezzo per vivere meglio, ma il valore supremo a cui tutto deve essere sacrificato». Lo sconfortante risultato «è che quanto pensato e costruito al nostro servizio per migliorare la nostra esistenza ha finito per dominarci. La tecnica non è mai neutrale: modifica i nostri comportamenti, i nostri valori e, infine, la nostra stessa libertà». Il grande bluff del progresso è la promessa del risparmio di tempo. «La realtà che viviamo ogni giorno è l’esatto opposto - spiega ancora Ribet -. Ritmi sempre più serrati e un’esistenza scandita da scadenze asfissianti. Ellul descriveva questa condizione con un’immagine potente: l’essere umano è biologicamente progettato per muoversi a sei chilometri all’ora, ma oggi è costretto ad adattarsi a un universo che viaggia a mille».
Siamo diventati più fragili e costantemente sotto controllo. La professoressa Ribet evoca la leggenda del Golem: «L’essere umano crea quello che poi lo distrugge in qualche modo». In questo scenario, l’intelligenza artificiale e l’overload informativo non sono che le ultime tappe di una spirale in cui la tecnica crea problemi che solo la tecnica stessa pretende di risolvere, riducendo drasticamente i nostri spazi di manovra. Persino l’informazione ne risente: travolta da un calderone di notizie sempre più veloci e sempre meno puntuali, la verità viene spesso travisata o manipolata. Come possiamo, dunque, sopravvivere a questo sistema totalizzante? Ellul, da teologo e sociologo, non suggerisce una fuga nel passato, ma una forma di resistenza attiva. La via d’uscita risiede nel recupero dello spazio e del tempo. La professoressa Ribet richiama un concetto cardine della teologia paolina caro a Ellul: «Racheter le temps, riscattare il tempo», lo stesso verbo usato per la liberazione degli schiavi. Il tempo, oggi schiavizzato dall’ossessione per il risultato immediato, deve essere liberato attraverso la lentezza e l’analisi critica. È la filosofia della decrescita e della presenza consapevole: vivere nella modernità senza conformarsi alla sua logica alienante.
Il pericolo più insidioso, avverte Ribet, non è un dittatore in carne e ossa, ma quella che definisce «idolatria di delega». Ci affidiamo ciecamente a un sistema di strumenti, rinunciando ai nostri diritti e alla nostra capacità di scelta, pensando che la macchina sappia sempre cosa sia meglio per noi. È un’alienazione più profonda di quella politica, perché è invisibile e impersonale. In un’epoca che insegue una crescita illimitata entro i confini di un mondo limitato, il pensiero di Ellul è una sfida modernissima a riprenderci la nostra umanità. «Non si tratta di essere tecnofobi, ma di rifiutare di essere semplici ingranaggi», conclude la professoressa Ribet, spiegando che «la sfida è mantenere una terza via umana»: indicare la fragilità di un mondo che affida tutto alla tecnologia e riscoprire che la vera libertà nasce dove l’efficienza finisce. In conclusione, sebbene Ellul abbia scritto le sue opere principali decenni prima della rivoluzione digitale, la sua analisi si applica perfettamente all’era dell’intelligenza artificiale e della globalizzazione. La tecnica oggi crea problemi che possono essere risolti solo attraverso ulteriori soluzioni tecniche, intrappolando l’umanità in una spirale senza uscita.
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