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Diritto di Critica - Dopo la battaglia (12 febbraio)

Betty Faustinelli

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bfaustinelli@laprovinciadicremona.it

20 Febbraio 2013 - 16:06

Diritto di Critica - Dopo la battaglia (12 febbraio)

Erano una ventina i ragazzi che hanno assistito a Dopo la battaglia di Pippo Delbono, un bel segno, la conferma che quando il teatro sa osare ed emozionare usando un linguaggio intelligente e poetico non c’è preparazione, non c’è età anagrafica che tenga perché il teatro è contagio, è portatore sano di pensiero. Leggere per capire.

FRANCESCA GALLI - Una grande scatola chiusa su tre lati, un color grigio topo di claustrofobico disturbo, alcune porte a spioncino che tanto ricordano quelle di una prigione o, peggio, di un manicomio. Questo è il palcoscenico su cui la creatura di Pippo Delbono, “Dopo la battaglia”, è stata rappresentata al Ponchielli il 12 febbraio 2013. Un vorticoso susseguirsi d’immagini, corpi, suoni, urla. Non esistono personaggi, non c’è trama in questo spettacolo. Quasi non esiste recitazione intesa nel senso comune del termine. Sono danze e musiche a dominare la scena, sono immagini proiettate sulla parete di sfondo, sono costumi e maschere a sfilare sul palco. E’ Bobò, attore sordomuto, il grande indossatore di maschere e icona dello spettacolo. La voce dominante e pressoché unica è quella di Delbono che irrompe a tratti, cupa e spigolosa, attanagliante, sullo sfondo di filmati terribilmente crudi: manicomi, malati, profughi morti nel deserto. Quella voce non si limita alla denuncia ma suscita intima angoscia, è irrispettosamente urtante. A momenti d’intensa partecipazione emotiva si alternano momenti di leggerezza, con un forte stacco, in cui la risata forse è eccessiva. Tutto questo crea qualche perplessità riguardo a quale sia davvero l’intento dell’artista. Scuotere? Denunciare? Fare spettacolo? Anche la scelta delle immagini proiettate e dei testi recitati da Delbono, tra cui campeggia una citazione del Purgatorio di Dante (l’invettiva contro la corruzione dell’Italia), risulta piuttosto elusiva. Gli argomenti sono dei più delicati ma sembrano quasi essere privati della loro singolare rilevanza e dimensione: sono accorpati, l’uno in fila all’altro, denunciati e poi liquidati. E’ di difficile comprensione questa volontà dell’autore, forse è così che deve essere. La danza e la musica sono i veri protagonisti dello spettacolo, gli unici che possono entrare e uscire a piacimento da quelle opprimenti pareti del palcoscenico. Struggente la musica del violino di Balanescu, straordinaria la danzatrice Maggipinto già componente della compagnia di Pina Bausch. E’ attraverso i corpi e i suoni che Delbono riesce brillantemente a portare in scena l’anima vittima della follia: una figura scossa da tremiti convulsi, terrorizzata, che tenta disperatamente di evadere dalla sua grigia gabbia ma non ci riesce e, senza alcuna pietà, viene ricacciata dentro.

DARIO CAMOZZI - E’ una messa in scena decisamente insolita quella che è andata in scena al Teatro Ponchielli di Cremona. “Dopo la Battaglia”, prodotto teatrale dell’attore e regista Pippo Delbono, mostra fin da subito agli spettatori lo stile duro ed estremamente crudo del suo ideatore: i dialoghi sono pressoché assenti, ma le musiche e, soprattutto, i gesti degli attori, rendono l’atmosfera carica di tensione e aspettativa. L’enfatizzazione della gestualità non sminuisce però in alcun modo il ruolo giocato dalle tematiche esposte da Delbono durante lo spettacolo. Una delle principali, che funge da colonna portante di una trama pressoché assente, è il particolare incontro fra il regista e un sordomuto, Bobò, che insieme a Pippo recita sul palco. I due si sono conosciuti la prima volta nel manicomio in cui Bobò era stato rinchiuso per quarantacinque anni della sua vita, e da allora recitano insieme. Nel corso dello spettacolo, fra le altre cose, Delbono si è impegnato a citare famose massime di personaggi storici, accompagnate da alcuni video decisamente significativi, al fine di coinvolgere il pubblico e sensibilizzarlo riguardo le condizioni in cui si trovano coloro che vivono nei manicomi. Sul palco, il regista e gli altri attori (fra i quali Bobò e altri disabili) danno luogo a un’ottima riproduzione di ciò che avviene all’interno di questi edifici: persone urlanti che corrono di qua e di là per tutto il palco, sfilate cariche di espressività da parte di un Bobò travestito ora prete e ora da signora. Un attore che, pur senza proferire parola, cattura l’attenzione e la simpatia del pubblico, che lo elegge a protagonista dello spettacolo. Il titolo dello spettacolo, tratto forse da una frase di Shakespeare (“durante la battaglia pensa a me”), rimanda lo spettatore alle conseguenze degli eventi, ad un domani misterioso e incerto che inevitabilmente ci attende e ci sfida. Un domani che bisogna riuscire ad affrontare e a vedere con positività.

 

MARTA COMPIANI — Luci sul pubblico mentre il palco va riempiendosi di persone, tra i generi più disparati. Nella grigia scenografia di una stanza vuota, quasi una cella, si trovano donne, uomini, un violinista, un pazzo. Ed è come trovarsi nella testa del regista: un viaggio nella follia e nella malvagità dell’Italia che volta le spalle ai crimini più terribili. Pippo Delbono racconta così la sua storia, in una coinvolgente e struggente pièce teatrale che mette in primo piano la quotidianità. Un attore d’eccezione e una tappa fondamntale nella vita del regista è Bobò, al quale per altro lo spettacolo viene dedicato. L’incontro con quest’uomo, avvenuto sulle porte di un manicomio, risulta quasi essere la salvezza per l’autore, che in quell’individuo vede una sorta di rinascita: quando lui stesso lo descrive, racconta infatti: «Bobò che cambia se stesso con i vestiti che indossa», «Bobò trasformista» lo chiama. Ed è ciò che infatti appare al pubblico. Un uomo che continua a cambiarsi d’abito, dall’elegante signore con il farsetto, alla donna in abito bianco con parrucca bionda che regge e sventola la bandiera d’Italia. Un’immagine comica e triste allo stesso tempo. Ma non è l’unica. Dopo la battaglia è uno spettacolo critico e a sottolinearlo sono i filmati proiettati sulla scena che raccontano le condizioni terribili dei malati in centri di recupero, le condizioni di un'umanità degradata che chiede giustizia e che grida “Non ho paura!”. Testi di autori come Alda Merini e Franz Kafka si susseguono raccontando con parole di fuoco la storia dell’uomo. Ma lo spettacolo parla anche con il corpo. Una donna ricoperta di creta in mezzo al palco, trema e si agita e scappa ma viene respinta da tutti i personaggi in scena, in una frenetica danza che la porterà a morire in un angolo, sola. Uno spettacolo forte, che ha portato il pubblico a chiedersi se è forse vero ciò che diceva Alda Merini, citata dallo stesso Delbono, quando diceva: «I matti erano matti nel profondo, alcuni molto intelligenti. I matti son simpatici, non così i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo. I dementi li ho incontrati dopo, quando sono uscita».

 

GIULIA D’AMATO — Spettacolo dalle sfumature drammatiche e anticonformiste quello messo in scena al Ponchielli. Nel suo Dopo la battaglia lo straordinario Pippo Delbono ci propone una visione della realtà contemporanea, mettendo in scena una rappresentazione dove la fisicità e l’emotività si scontrano con violenza e si fondono dando vita a una forte energia comunicativa. L’autore lancia un messaggio di denuncia, accusando la nostra società di negare l’accesso alla giustizia alle categorie sociali più emarginate. Un viaggio attraverso la detenzione, la follia, l’interiorità e l’esteriorità, che porta alla consapevolezza che, anche nella pazzia, esiste un modo di comunicare, se lo sappiamo ascoltare. L’elemento shakespeariano del folle, colui che mostra le cose come le vede, attraverso la dinamicità corporea e senza il filtro del pudore e del conformismo, è anche qui usato come chiave per la messa a nudo della realtà. Solo superando la soglia dell’autocontrollo e dando sfogo alle proprie emozioni, si possono denunciare le ingiustizie sociali e svelare la verità delle cose. L’autore interpreta attraverso monologhi energici e drammatici, sottolineati dalle note acute e taglienti del violino di Alexander Balanescu, il dolore di una mente schizofrenica segregata e isolata che, nonostante tutto, ha sete di libertà e felicità. La messa in scena è scarna e si avvale di soli tre colori che si ripetono anche negli abiti degli attori: le sfumature dal bianco al nero vengono spezzate da punti di rosso che accentuano l’intensità di gesti, parole, canto. È un’esperienza emotiva molto forte per il pubblico che vede trasformare l’intero teatro in un palcoscenico dove gli attori e i ballerini si muovono e interagiscono in modo spontaneo con gli spettatori, stabilendo anche un contatto fisico. 

DENIS GEREVINI — Applaudito calorosamente l’ultimo lavoro di Pippo Delbono, Dopo la battaglia, approdato al teatro Ponchielli di Cremona il 12 febbraio scorso. Delbono ci offre da subito un segno netto di ‘deus ex machina’, infatti la sua voce ci accompagnerà e guiderà passo per passo durante tutto lo spettacolo, leggendo e narrando. ‘Dopo la battaglia’ è un’opera in grado di emozionare in tutti i sensi, affiancando momenti struggenti e riflessivi a momenti esilaranti senza mai però scadere in battute prevedibili. I video delle inchieste, reali, proiettati dall’autore sullo sfondo suscitano profonde riflessioni nello spettatore. Questi momenti sono poi accompagnati da brani tratti da autori famosi che hanno vissuto a stretto contatto con le realtà portate in scena da attori, musicisti e ballerine. È proprio l’unione di tutte queste discipline a far sprofondare l’osservatore nel cuore dello spettacolo. La colonna sonora originale di Alexander Balanescu, sulle cui note danzano ballerine del calibro di Marigia Maggipinto e Marie Agnès Gillot, è in grado di trascinare lo spettatore in un vortice di emozioni e riflessioni. Dopo la battaglia non è solamente un’opera di denuncia verso la società dei giorni nostri ma anche un ringraziamento a Bobò, attore della compagnia, che ha conosciuto Pippo Delbono davanti alla porta di un manicomio in cui era stato internato. Altri cenni biografici dell’autore sono presenti durante lo spettacolo, come un video in cui viene rappresentata la madre. Le immagini e i riferimenti con i quali Delbono cerca di suggestionarci spaziano dalle dediche a Pina Bausch, alle citazioni del Processo di Kafka, a video di guerre civili del terzo mondo e a immagini di clandestini. Questa associazione di immagini così disparate ci fa riflettere su tutto. L’interpretazione di tutte le persone della compagnia è stata sublime, in grado di rendere lo spettatore incapace di distogliere gli occhi dal palco.

TANCREDI FUMAGALLI — Certe volte l’arte non ha bisogno di essere capita ma chi ne fruisce deve, in parte, limitarsi a sentirla. È come quando alla fine di un film di David Lynch provi a concentrarti di più sul significato di ciò che hai visto rispetto alle sensazioni ed emozioni che provi dentro. Stai sbagliando. È questo il caso della pièce di Pippo Delbono, un’opera complessa ed insolita in grado di mischiare sapientemente diverse tipi di arte, quali il cinema, la musica, la poesia e la danza che convergono insieme creando ‘Dopo la battaglia’. Mancano i dialoghi tra gli attori, manca l’intervallo per il pubblico, manca anche una storia di fondo, tranne l’accenno iniziale all’opera lirica che avrebbe dovuto essere. Mancano alcuni elementi tipici del teatro come lo conosciamo ‘noi’ ma indubbiamente quello che ha valore, ciò che lega tutto, dagli scritti di Frank Kafka alla musica di Verdi, dalla poesia di Yoko Ono a quella Pasolini, è il messaggio di esclusione e emarginazione sociale che Delbono e la sua compagnia vogliono trasmettere. La scenografia, tre minacciose e monotone pareti grigie spezzate soltanto da una porta blindata, e la follia inscenata dagli attori, che addirittura ballano con alcuni spettatori, rendono crudo ed immediato il significato di tutto il lavoro. La madre del regista era contrariata ad un suo ennesimo lavoro malinconico e non lineare, lui tenta di essere più gioioso e meno duro ma era giocoforza mettere in scena un ibrido come Dopo la battaglia per denunciare la delicata condizione della demenza senile ed in particolare dei manicomi italiani. Dentro l’assurda macchina di Pippo ci siamo anche noi, siamo noi la quarta parete di quel mondo strano, di quel mondo che consideriamo distante e spesso di limitata importanza. Siamo noi che dobbiamo spalancare le porte della conoscenza grazie all’informazione per eliminare pregiudizi, ignoranza e superficialità a discapito di una condizione che andrebbe non solo sentita ma, in questo caso, principalmente capita. “Delbono non fa (solo) balletto” ma in un gargantuesco miscuglio di suggestioni lancia un disperato urlo artistico che sarebbe davvero triste smarrire nella dimenticanza.

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