L'ANALISI
30 Gennaio 2026 - 13:51
Nel pomeriggio del 20 luglio 1969, in un paese dell’entroterra siciliano, i riti e le abitudini della sera si fermano per alcune ore. La casa viene rassettata con la meticolosità delle grandi occasioni, gli ospiti arrivano e si riuniscono davanti alla televisione: stanno per assistere allo sbarco sulla Luna . È una scena paradigmatica: la modernità che entra in salotto, la provincia profonda che si scopre contemporanea, la memoria di un bambino che, in quel salotto, registra ogni scarto e lo conserva come una prova. È questo lo spirito che anima il libro “Tutto d’un fiato. Tra memorie, indagini e sentimenti” il nuovo libro di Benedetto Sanna , pubblicato dal Gruppo Albatros Il Filo . Il leitmotiv della sua autobiografia è la costruzione di una visione del mondo : un io che si racconta e nello stesso tempo ascolta gli altri, perché l’identità nasce sempre dall’urto con le vite altrui. La Sicilia è il punto di partenza, il lavoro svolto nel corpo della Polizia di Stato è il campo d’azione, il presente è il luogo in cui i ricordi acquisiscono finalmente un senso nuovo. Il libro è guidato dai sentimenti, positivi o negativi che siano, che filtrano attraverso le vite e attraverso i fatti. Sanna scandaglia l’animo anche quando incontra la sua parte più opaca , quella che produce violenza e sopruso, quella che si traveste da rispetto e genera paura. In questa scelta c’è una tensione etica evidente: capire non significa assolvere, significa nominare con precisione ciò che spesso si lascia nel non detto. Il racconto dell’infanzia ha il timbro di un realismo incantato. Le superstizioni e i riti curativi convivono con la religiosità popolare, le parole dialettali diventano coordinate emotive. Il bambino osserva la guaritrice del paese con la soggezione che si riserva alle figure capaci di muovere forze invisibili. Le scene legate ai riti contro il “malocchio” sono potentissime, perché svelano la necessità umana di attribuire un senso al dolore , di renderlo governabile , di trovare una forma di cura anche dentro la suggestione. Le stagioni , nel racconto, funzionano come una struttura narrativa. L’inverno del braciere, le formule da ripetere nella notte di Natale perché “funzionino”, l’estate degli argini del Fitalia e delle campagne di agrumi, le passeggiate sul corso e le soste al “serro” come educazione al desiderio e alla misura. Anche la piccola economia del paese entra in campo: un uomo senza mani con il suo carretto di “calia”, noccioline e caramelle, la piazza come teatro, l’attenzione ai dettagli che restituisce un’intera comunità senza nostalgie da cartolina. Poi il bambino diventa adulto , la traiettoria prende velocità e si sposta sul lavoro in Polizia, per la quale Sanna diventerà Direttore dei Reparti Speciali. La Sicilia delle contraddizioni diventa scenario operativo: indagini, responsabilità, pressione e decisioni sempre più difficili. In “Londra-Corleone” un diplomatico inglese arriva per vedere da vicino il luogo simbolo della mafia e della sua mitologia, e Sanna racconta l’incontro con una lucidità che vale come lezione: esiste un’attrazione internazionale per il mistero, ma esiste anche un quotidiano fatto di fatica, di osservazioni, di competenze, di persone che non vivono dentro un film. Il passato di un paese , anche quello più segnato, si lascia capire quando si guarda alle sue relazioni , alle sue genealogie , alle sue paure . Quando la narrazione entra nei delitti e nei nomi, il libro evita l’enfasi e preferisce l’analisi. Il ricordo dell’uccisione di Boris Giuliano per mano di Leoluca Bagarella apre una riflessione sul traffico di stupefacenti e sulla sua capacità di risucchiare i giovani, vista dall’interno di un tempo che cambia. Poi arriva uno dei passaggi più significativi sulla psicologia dell’intimidazione: in aula, Salvatore Riina costruisce un messaggio attraverso una finta difficoltà di ascolto. Non è una minaccia esplicita, è una prova di potere, è un modo per ripristinare gerarchie con lo sguardo e con il tono. Sanna mostra quanto la violenza organizzata viva anche di rituali sottili, di segnali, di allusioni. Accanto ai grandi nomi c’è la cronaca della sopraffazione quotidiana. Un imprenditore riceve una richiesta estorsiva di trecentomila euro, vive il terrore, chiede protezione. È qui che emerge il punto di vista dell’autore: la giustizia in Sicilia non è un concetto astratto, è una pratica fatta di pazienza, presenza, responsabilità verso chi ha paura. Dal punto di vista stilistico, Sanna costruisce un andamento che somiglia a una confessione sorvegliata e a un taccuino di servizio. I capitoli si aprono spesso con epigrafi che chiamano in causa Sant’Agostino, Ficino, Schopenhauer, quindi mettono in dialogo la cronaca personale con una riflessione più ampia . La lingua resta chiara, concreta, attraversata da dialoghi e da battute che riproducono la temperatura reale delle situazioni. Il dialetto entra con misura e viene spiegato, come a non voler escludere nessuno dalla lettura. Anche la scelta del titolo trova conferma nella scrittura: i passaggi scorrono con ritmo serrato, alternano leggerezze improvvise e gravità, senza perdere il filo emotivo. È un modo di raccontare che parla al presente, perché ricorda quanto sia necessario nominare la mafia , descriverne le tecniche, riconoscerne i riflessi nella vita economica e nelle abitudini sociali, quindi difendere la parola pubblica dall’assuefazione e dal silenzio. Una linea importante riguarda il ruolo delle donne . Sanna parte da un dato inquietante, l’aumento degli episodi di violenza di genere, e sceglie di leggere l’ipocrisia sociale che la rende possibile, quella distanza tra dichiarazioni e comportamenti che trasforma le parole in alibi. Il lavoro restituisce un altro livello: colleghe e collaboratrici, professionalità che tengono in piedi l’operatività, fatiche spesso invisibili. In un episodio di ordine pubblico, una “barriera” di donne incinte blinda un ingresso e sposta l’equilibrio della scena, costringendo chi comanda a misurarsi con la realtà dei corpi e con le conseguenze di ogni decisione. Il presente arriva con il Covid e con una pagina tra le più esposte del libro. La scelta di vaccinarsi viene raccontata come gesto di fiducia e di tutela, poi un episodio drammatico, che vede protagonista il figlio dell’autore, incrina le certezze e trasforma per la prima volta il futuro in un luogo di paura. Nel capitolo conclusivo, “Il mondo che cambia”, lo sguardo si allarga ancora : Sanna racconta il fenomeno delle migrazioni attraverso le visite agli “hot spot”, restituisce il quadro operativo che interessa l’intera isola di Lampedusa durante uno sbarco, constata infine che l’indifferenza non sia più una posizione possibile . Il libro si chiude con Pirandello e con una domanda che resta senza risposta: «Aveva ragione?» . Sanna consegna al lettore il compito più serio, quello di non fermarsi alla superficie. Il passato delle persone comuni, quando viene raccontato con questa densità, diventa uno strumento per comprendere il presente . E alla fine, il respiro del libro coincide con il nostro: tutto d’un fiato, fino all’ultima domanda . Resta la sensazione di un archivio umano consegnato con generosità: l’infanzia e le sue credenze, l’adolescenza e le sue scoperte, le indagini e la loro solitudine, la famiglia e la sua vulnerabilità. Il lettore viene chiamato a prendere posizione, non su un’idea astratta, ma su un’esperienza: che cosa riconosciamo di noi negli altri, quale prezzo paghiamo quando smettiamo di ascoltare, quale futuro costruiamo quando ci rendiamo consapevoli della responsabilità della memoria.
La responsabilità editoriale e i contenuti di cui al presente comunicato stampa sono a cura di NEW LIFE BOOK
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