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15 aprile 1982

Inizio del processo Moro tra proteste e gazzarre

I brigatisti accusati dell’assassinio insultano e minacciano la Corte

Annalisa Araldi

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aaraldi@publia.it

15 Aprile 2021 - 07:00

Inizio del processo Moro tra proteste e gazzarre

ROMA, 14. - Il processo Moro è iniziato ed i brigatisti non hanno perso tempo per le loro vili ed ignobili proteste e gazzarre che suonano nuova offesa alle tante vittime della loro stupida ferocia.

L'ingresso della Corte d'Assise presieduta da Severino Santiapichi è stato accolto da gran parte degli imputati con un frastuono provocato dallo sbattimento dei «ferri» e delle catene contro le sbarre delle gabbie.

Il presidente Santiapichi ha letto una lettera inviatagli dalla vedova di Vittorio Bachelet, signora Maria Teresa, e dai figli Maria Grazia e Giovanni, i quali spiegano i motivi per i quali hanno deciso di non costituirsi parte civile. «La nostra fiducia nella giustizia — scrivono i Bachelet — è la stessa che il nostro caro ha sempre fermamente nutrito, pur nella consapevolezza di tante difficoltà e per la quale egli ha dato la vita. Non saremo presenti in prima persona, ma non per questo è meno forte in noi il desiderio che la verità s'affermi in piena luce nell’interesse di tutta la comunità del nostro paese, della libertà e della convivenza democratica. In questa speranza ci sentiamo vicini a lei e ad i suoi collaboratori con tutta la nostra solidarietà».

Il presidente ha anche letto uno scritto di Annamaria Moro, una dette figlie dello statista ucciso: anche lei illustra le ragioni per cui non si è inserita nel processo.

«Non mi sono costituita parte civile in questo giudizio — scrive Annamaria Moro — perchè qualsiasi riferimento alla prigionia e alla morte di mio padre mi è insopportabile. Per tale ragione non sono oggi presente in codesta aula. È doveroso da parte mia esprimere tutta la stima che ho per gli altri membri della mia famiglia e per la loro diversa e coraggiosa decisione. Quanto a me prego che mi si lasci al mio dolore, salvo che la mia deposizione non sia ritenuta assolutamente indispensabile».

La prima questione, precedendo quelle che faranno gli avvocati difensori e le parti civili, l’ha sollevata Mario Moretti, il capocolonna delle BR romane rinchiuso con un gruppo di compagni nella terza gabbia dell'aula. Moretti aggrappato alle sbarre si è rivolto al presidente e, parlando ad alta voce, ha detto: «Ho da dire qualcosa, mi stia a sentire. Con questo processo voi volete cancellare cinque anni di storia della lotta armata in Italia. Naturalmente sarà impossibile. Ricordatevelo. Volete però andare oltre: volere cancellare la memoria storica del proletariato, cancellare che cosa hanno significato per il proletariato questi cinque anni. Ed è forse per questo che ci avete sequestrato in carcere tutti i nostri documenti dattiloscritti, manoscritti, appunti, macchine per scrivere. Ecco, presidente, io sollevo la prima questione: restituiteci questo materiale».

Moretti non si è fermato qui, ha continuato con le sue idiozie: «La seconda questione gliela faccio subito, vogliamo che le gabbie siano soltanto nostre... perciò fate uscire i carabinieri che ci avete messo vicino... la loro presenza non è gradita impedisce ogni discussione, ogni ricostruzione della nostra identità politica. I carabinieri appartengono a voi, non a noi, riprendeteveli».

Moretti a questo punto ha detto di esigere una risposta immediata alle sue richieste e ha cominciato con il presidente un battibecco durato alcuni minuti.

Esattamente dopo un'ora l'udienza ha subito la prima sospensione. La Corte si è ritirata in camera di consiglio per decidere sulla richiesta di riunione dei due procedimenti (quello noto come Moro 1 ed il secondo conosciuto come Moro bis e relativo agli esponenti della colonna romana delle Brigate Rosse). L'istanza per la riunione dei Processi è stata avanzata dal P. M. Nicolò Amato «per ragioni — ha detto — di connessione soggettiva, oggettiva e probatoria». Alla richiesta si sono associati tutti i rappresentanti di parte civile mentre i difensori degli imputati hanno dichiarato che sulla questione intendono rimettersi alla volontà della Corte. Prima di entrare in camera di consiglio il presidente Santiapichi aveva dato lettura della presentazione di 27 costituzioni di parte civile.

Gli incidenti più gravi si sono avuti al termine. Moretti, il capo della «colonna romana», ha chiesto a gran voce al presidente della Corte quando avrebbe risposto alle sue richieste. «Vogliamo il materiale che ci è stato sequestrato in carcere, vogliamo le macchine per scrivere, vogliamo che i carabinieri escano dalle gabbie, vogliamo l'autodeterminazione, cioè decidere in quali gabbie stare per poter discutere tra di noi». Il dottor Santiapichi gli ha risposto che la Corte avrebbe deciso secondo le regole previste dal Codice. Al che la protesta si è estesa in tutte le gabbie, esclusa quel la dei «pentiti». Moretti si è rivolto al presidente con epiteti ingiuriosi, chiamandolo «buffone» e «pagliaccio». «Dividili e annientali! Questo è l'unico processo che sapete fare», ha incalzato l'imputato. Alle sue parole hanno fatto eco quelle di Franco Bonisoli, il quale ha gridato: «Avete paura di noi! Per questo ci volete sbattere fuori! Il processo ve lo fate da soli!».

A questo punto, visto che con i richiami all'ordine non otteneva nulla, il presidente della Corte ha disposto l’allontanamento dall'aula degli imputati più facinorosi. «Via tutti dalla terza gabbia» ha ordinato ai carabinieri mentre le grida si estendevano in gran parte degli altri recinti. Al che Bonisoli ha gridato: «Via tutti dalla prima gabbia!» alludendo ai «pentiti» che essa ospita. Un altro imputato, Franco Piccioni, ha minacciato: «Se ci allontanerete dall’aula, noi faremo bombardare l’edificio!». È intervenuto anche Bruno Seghetti urlando: «Al presidente della DC è stato permesso di assistere al suo processo!».

La confusione a questo punto è stata generale. Anche il presidente ha cominciato a gridare dicendo: «Non permettiamo che questo dibattimento sia intralciato!». Ma la sua voce è stata sovrastata dall’«Internazionale», intonata da quasi tutti gli imputati. Il coro dei criminali è durato circa un minuto. La sua conclusione è stata accolta da un lungo applauso da una parte del pubblico, composto da familiari ed amici degli imputati. Il presidente ha messo fino alla baraonda sospendendo l’udienza per consentire ai difensori nominati d’ufficio di studiare le carte processuali.

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