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Domenica 27 Settembre 2020

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29 luglio 1993

La notte del terrore
Bombe a Roma e Milano

La notte del terroreBombe a Roma e Milano

ROMA — Tre attentati a pochi minuti di distanza a Milano e Roma, cinque vittime innocenti è il tragico bilancio della notte di terrore di martedì. Il presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, ha pronunciato un discorso fermo, proclamando che il percorso di rinnovamento della democrazia in Italia non dev'essere fermato dalla nuova strategia del terrore. Dalle prime indagini, oltre all'elaborazione di un identikit, emerge un particolare inquietante: è stato usato lo stesso esplosivo non solo sulle autobombe di Roma e Milano, ma anche per il furgone Fiorino che alla fine dello scorso maggio causò a Firenze, in via dei Georgofili, la morte di cinque persone. Sarà Bruno Siclari, procuratore generale antimafia, a coordinare il lavoro delle tre procure.

ROMA — Oscar Luigi Scalfaro, abito nero, pallido, scruta con calma la selva di microfoni e i giornalisti sudati. Le sue parole sono taglienti come rasoi: «Il fatto è politico, poi gli ingredienti sono molti. Il popolo italiano non si farà intimidire, il paese non si fermerà, neanche all'uscita di nomi di qualsiasi levatura».

Nel salone del Quirinale non vola una mosca, e Scalfaro sembra assaporare il silenzio, per capire se queste sue parole sono abbastanza chiare. Sono chiarissime, dirà nel pomeriggio nell'aula di Montecitorio il segretario del Pds Occhietto: «Suonano come un alto avvertimento e nello stesso tempo ci dicono da che parte dobbiamo volgere lo sguardo e da che cosa dobbiamo guardarci».

Scalfaro ha interpretato in modo netto i sentimenti di tanti, delle migliaia di persone scese in piazza, di tanti politici, e ha chiesto con energia, in questa giornata maledetta, che si faccia la riforma elettorale, che non ci si fermi un minuto. «I miei poteri di sciogliere le Camere e di chiamare gli italiani alle elezioni, ha detto, li conosco e li eserciterò al momento opportuno». Non prima, cioè, che il parlamento approvi definitivamente le due riforme elettorali.

Si chiude cosi, con una risposta secca, una delle giornate più nere della storia repubblicana. Una giornata iniziata a notte fonda, con i bagliori delle bombe.

«Possono sterminare anche noi, ma non si fermerà il cammino del popolo italiano». Scalfaro ha parole commosse per i caduti, e in particolare per l'extracomunitario, «caduto insieme a noi, con noi e per noi». Poco lontano, nella bolgia di Camera e Senato, è un ribollire di proclami, di sospetti e di accuse. «È la task force del regime in agonia», taglia corto Umberto Bossi. «Attenzione, la democrazia è in pericolo», dice Leoluca Orlando col suo consueto stile, «e questi terroristi hanno appoggi in questo parlamento». «Troppi ex potenti alla disperazione...», allude il pidiessino Tortorella. C'è poi il Miglio di sempre, che definisce «di serie C» i mandanti delle bombe «perché non spaventano nessuno». E circolano voci su 'forti timori' di Violante, presidente dell'antimafia, per possibili attentati in gestazione a Palermo. Su tutto svettano le proposte politiche per «uscire da questo tunnel», come dice Occhetto, e cioè «un traguardo certo» per le elezioni. In contemporanea arriva un'offerta di Mario Segni, attraverso una nota di Alleanza Democratica, per «un programma comune con Pds e mondo cattolico per chiedere agli italiani il governo del paese».

Il Papa in piazza San Giovanni

ROMA — «Questa notte mi sono svegliato verso l'una. Non sapevo perchè, adesso so perchè». Manca poco alle tredici. Il Papa, nell'afa romana, è appena uscito dalla sua Cattedrale, la basilica di San Giovanni in Laterano, colpita dall'esplosione, e fa questa confidenza.

Come è suo costume, preferisce reagire con un gesto, più che con le parole che possono essere equivocate. Per questo, all'uscita dall'udienza, si infila in macchina e si fa portare nei luoghi degli attentati: a San Giovanni in Laterano, prima di tutto, e subito dopo a quel che resta di San Giorgio al Velabro. Ad attenderlo c'è il presidente Scalfaro. Si sono parlati, in mattinata, per telefono, e non è escluso che l'idea di questo incontro fra il capo dello Stato e quello della Chiesa sui luoghi degli attentati, sia nata proprio da quella telefonata.

Il Papa entra in fretta nel portone semidistrutto, avanza tra i calcinacci e le macerie di quello che era uno dei più bei cortili del seicento romano. Stretto vicino a Scalfaro lo interroga sugli altri attentati, quello di Milano, soprattutto, e sulle vittime. Commenta con il presidente la morte dell'extracomunitario, Driss Moussafir. «In qualche modo, senza saperlo — dice il presidente —questa persona è morta per la nostra libertà». Davanti allo sfacelo Giovanni Paolo II dice a Scalfaro: «Sappia che ho pregato molto e continuo a pregare per questa Italia».

Poi, il Velabro. Ancora meno parole, forse più dolore. Il Papa non è potuto entrare sotto le volte dell’antica basilica romanica, pericolanti. Ma ha voluto raggiungere il portico distrutto, dove c'è il cratere della bomba. La Chiesa ha scelto di stare a fianco dell'Italia e della sua volontà di rinnovamento, in questo frangente. Lo ha detto anche il segretario della Cei, mons. Tettamanzi. Da una parte, osserva, il Paese «impegnato in un cammino di rinascita», dall'altra, «realtà che come autentiche schegge impazzite» sono impegnate a «creare baratri profondi, autentici crateri morali».

25 Luglio 2020