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Martedì 07 Aprile 2020

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8 febbraio 1974

Un precursore cremonese del "Principe,, di Machiavelli

Galleria storica: Cabrino Fondulo

Un precursore cremonese del "Principe,, di Machiavelli

Niccolò Machiavelli, vissuto a cavallo tra il Quattrocento ed il Cinquecento, scrisse che il potere deve essere conquistalo «con la virtù e con la fortuna, ma anche con le scelleratezze».  

Il suo modello fu Agatocle, tiranno di Siracusa, che fece rivivere nel personaggio di Castruccio Castracani; la sua categorizzazione teorica si avvalse di altri punti concreti offerti da Ciro e da Annibale, da Ezzelino da Romano e da Cesare Borgia.

È tuttavia certo che Machiavelli ignorava le vicende del cremonese Cabrino Fondulo, vissuto un secolo prima di lui: in caso contrario, lo avrebbe sicuramente incluso nella galleria dei precursori della sua dottrina, anche se l'ingloriosa fine del Fondulo gli avrebbe forse suggerito delle conclusioni meno drastiche ed immanenti.

Nato a Soncino nel 1370, Cabrino ebbe modo di distinguersi già nella prima giovinezza, quando uccise il marito della donna che stava insidiando. Due anni dopo, capeggiò ad Offanengo una rivolta contro la guarnigione viscontea: la cosa gli valse un'accusa di cospirazione, in seguito alla quale venne rinchiuso nelle prigioni ducali di Milano e fu condannato a morte. Grazie all'aiuto di uno dei carcerieri — che pugnalò subito dopo, per evitare di pagargli il compenso — riuscì comunque a fuggire, raggiunse il «castelletto» della famiglia Barbò, presso Trigolo, e trucidò nel sonno il conte Anselmo e la moglie Beatrice, che riteneva responsabili della delazione che l'aveva condotto in carcere. Compiuto il misfatto, varcò i confini del ducato e si rifugiò a Viadana.

Per alcuni anni, visse poi di intrighi e di ricatti, ma rimase nell'ombra; il suo ritorno alla ribalta avvenne soltanto dopo la morte di Gian Galeazzo Visconti, di cui aveva un sacrosanto terrore: arruolatosi nell'esercito che Ugolino Cavalcabò aveva assoldato per conquistare Cremona, ne divenne ben presto il comandante, in collaborazione con Giovanni Ponzone che, presa la città, una notte cadde «inspiegabilmente» dall'alto del Torrazzo. Le redini militari del presidio furono perciò interamente del Fondulo.

Da quel momento Cabrino intensificò la lotta per giungere sempre più in alto.

Il primo impegno dell'avventuriero fu quello di consolidare la sua posizione. Per cancellare ogni testimonianza delle precedenti scelleratezze, durante un banchetto il Fondulo fece avvelenare tutti quelli che aveva usato come sicari; poi fece spargere la voce che erano morti di peste.

Si diede, quindi, anima e corpo, a rafforzare strategicamente il territorio circostante: fece costruire un fortilizio a San Giovanni in Croce ed espugnò Soncino, allora assoggettato alla famiglia Barbò, i cui componenti si rifugiarono nel castello di Pumenengo: Cabrino conquistò anche questa fortezza, portò in catene a Cremona i tre figli di quello stesso conte Anselmo che aveva ucciso a Trigolo ed infine, una mattina, se ne sbarazzò, facendoli gettare dalla più alta finestra del Torrazzo.

Sarebbe ingiusto affermare che l'avventuriero di Soncino fu soltanto un uomo di stragi, di imboscate e di intrighi. Durante il suo dominio si ebbe a Cremona l'apertura di uno «Studium» — una scuola superiore, paragonabile all'attuale Università — che avrebbe anche potuto soppiantare l'analoga istituzione di Pavia. Il primo rettore dell'Ateneo fu Alfonso Spedano, che si circondò di illustri docenti.

Cabrino Fondulo morì però come un disperato: negli ultimi giorni di vita aveva maturato la certezza di possedere un'anima ed aveva il terrore di ciò che sarebbe avvenuto dopo l'ultimo respiro. Il monaco di San Celso, che lo ebbe in «cura» prima del capestro, scrisse sugli «annales» del convento che il condannato «aveva paura di morire perchè era certo di andare all'inferno»; urlò la sua ossessione tutta la notte e dovettero trascinarlo alla forca come fosse un cencio. La boria e l'antivirtù di un tempo erano scomparse, lasciando tutto lo spazio alla miseria di uno squilibrato, che non ebbe neppure la dignità di tener fede al «credo» che aveva professato per tutta l'esistenza.

07 Febbraio 2020

Commenti all'articolo

  • Mino

    2020/02/09 - 05:48

    E, come ringraziamento per il suo "specchiato" vissuto, Cremona gli ha intitolato una via!

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