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Domenica 20 Ottobre 2019

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7 ottobre 1951

Guerrino Valesi

Dieci anni or sono cadeva una speranza del ciclismo italiano

Guerrino Valesi

Dilettante scelto, campione d’Italia a squadre e con Bartali all'inseguimento di Coppi

Guerrino Valesi  nacque a  Castelleone il 29 agosto 1919. S'era appena sbucciate le ginocchia nei primi tentativi di conservare da solo l'equilibrio sulla sella della bicicletta paterna quando iniziò la sua passione sportiva. Figlio di piccoli agricoltori, egli concepì la vita come una corsa nella quale bisognava lanciarsi con ardimento tale da rasentare spesso l'incoscienza e nella lotta immedesimarsi e goderne. Un giorno, per lui memorabile, assistendo allo svolgersi di un'importante corsa intravide, nel passaggio rapido del gruppo di uomini in maglie variocolorate madide di sudore, i visi segnati dalla fatica e della polvere, quello che sfrecciante su due ruote leggere, spiava a testa china le mosse dell'imminente battaglia per giungere, tra un croscio di battimani, trionfatore al traguardo: colui che all'indomani avrebbe avuto il suo nome campeggiarne nei titoli della prima pagina del giornale sportivo.

Da quel giorno per Guerrino Valesi il destino è ormai segnato: due ruote ed una strada.
Era l'epoca (1929-30) delle lotte fra i tifosi di Alfredo Binda «il re della montagna» e di Learco Guerra «la locomotiva umana» il vendicatore di Costante Girardengo. E intanto Guerrino Valesi pigia sui pedali della pesante bicicletta paterna, e sogna di avere una di quelle biciclette leggere che volano come rondini. Il padre comprende e soffre di non potere accontentare il figlio: quel pezzo di terra, grande come un lenzuolo sul quale suda per poter sfamare una famiglia di sette figliuoli, non gli da modo di cavarcele fuori quelle mille lire che tanto ci vorrebbero per la bicicletta agognata da Guerrino. Guerrino ha ormai dodici anni: s'è occupato a Gombito come garzone di prestinaio. Lavora con alacrità tra i sacchi di farina bianca, il forno e la bottega, ma la sua passione per la bicicletta sta sempre in vetta ad ogni pensiero. E riesce ad averla proprio come l'ha sempre sognata: una Aquilano. È ormai sua, sua anche se ci vorrà del tempo per pagarla. L'ha presa a rate: non stornerà neanche un centesimo dalla paga settimanale e neppure dalle mance; ogni rinuncia non gli pesa, tanto gli è cara la voce frusciante delle ruote della sua bicicletta. Quando comprende che ormai ha una capacità, partecipa alle prime gare dove egli è un ignoto, un «pulcino» con altri simili a lui. Ogni domenica parte da casa con due pagnottelle nella saccoccia della maglia, un sorso di caffè nella bottiglia d'alluminio appesa al manubrio, colle sue semplici virtù di forza di ardimento di generosità, «matricola» fra le «matricole» che sperano di avere nel tascapane un piccolo bastone da maresciallo.

Non ha il successo sperato nelle prime tre gare di «aspirante» alle quali partecipò nel 1937 portando sulla maglia i colori dell'Unione Sportiva Cremasca. Ma poi iniziano le vittorie: la prima a Stagno Lombardo, egli pazzo di ardire stacca tutti e con ben 12 minuti di vantaggio giunge solo allo striscione d'arrivo. È la sua prima vittoria e la sera di quella domenica torna, raggiante in volto, a Castelleone con 70 lire in tasca che tanto è l'ammontare del primo premio. È giubilante ed il suo gaudio è condiviso da tutta la sua famiglia. Con tanto fervore parla del suo avvenire di atleta che il padre si convince esser necessario per il figlio lasciare l'occupazione per poter trovarsi, sottoponendosi alla disciplina dell'allenamento quotidiano, in condizioni favorevoli nelle gare alle quali vuol partecipare.

E così sarà: dilettante scelto, campione d’Italia a squadre nel 1939 con il Gruppo Rionale Fantarelli e  al fianco di Bartali nella più bella corsa della sua carriera, i 240 chilometri della «Coppa Marini».

Un centinaio di corridori prende il via. Numerosi sono i premi di traguardo messi in palio sul duro percorso. La corsa s'inizia a strappi che snelliscono le file. Il cremonese Pierino Favalli, tallonato da Ricci e Caffarata, scappa. Nella fuga Caffarata cede. Subito dopo Alessandria, Favalli e Ricci vengono raggiunti da Fausto Coppi. Gino Bartali, Bizzi, Crippa, Valesi e Mollo. Ai piedi del Montalto, Coppi mostra i suoi artigli: si stacca, s'inarca sul manubrio, collauda i suoi muscoli. Ha un vantaggio di 30". In un inseguimento di 15 chilometri Bartali e Valesi sono giunti a circa, 200 metri da Coppi. Una foratura mette a terra Valesi che è ripreso dal gruppo di cinque inseguitori. Bartali e Coppi marciano di conserva soli ormai. Valesi fa leva sulle sue forze fisiche e sulla sua volontà indomabile, ma ai piedi della salita di Canneto fora per la seconda, volta ed è raggiunto dal grosso che era a 5' da lui. Cambiata la gomma balza in sella e con pedalate decise s'innesta nei ranghi. Con scatti brucianti tenta di liberarsene poiché la meta è vicina. Con energia stupenda scatena una volata che lo porta davanti a tutti nella pista dello Stadio Comunale di Pavia...

Là domenica successiva (è  il 5 ottobre 1941) Valesi si recò a Bologna per disputare la «Coppa Massetti».
È una corsa che, per le conformazioni planimetriche e topografiche del percorso, richiede un grande impegno da parte di tutti. Valesi, che è in splendide condizioni di forma, è deciso di buttarsi subito allo sbaraglio. Sin dai primi chilometri è aggressivo: con strappi furiosi vuole staccarsi dal folto gruppo che marcia a grande andatura e non vuol eccedere. È una galoppata corale per 120 chilometri. Quando s'accorge che il serio sforzo compiuto si fa sentire tra le file, allora capisce che è il momento di osare. S'inarca sul manubrio e scatta. Nella sua scia ha trascinato però Lelli e Cervellati. Il «Premio della Montagna» sull'Abetone è suo. Lelli è a ruota. Cervellati a 20 metri. A 5" segue il gruppo. La pattuglietta dei tre tiene duro nel mantenere il vantaggio ed i tre si controllano a vicenda.  Valesi vuole ad ogni costo ripagarsi della sfortuna occorsagli a Pavia: ma la mala sorte è in agguato.

Giungono a Sasso Marconi ad 8 chilometri dal traguardo finale di Bologna. I tre guizzano tra due siepi di folla. L'auto recante la Giuria li ha appena sorpassati quando, ad un crocevia una carretta militare trainata da un mulo taglia improvvisamente la strada. Lelli, in testa, scorge il mulo solo quando gli è a due metri. Fa appena a tempo a scartare a sinistra e capitombola sul marciapiede. Valesi, in seconda posizione, a testa china sul manubrio non ha fatto a tempo a vedere l'improvviso ostacolo: ha anzi creduto che Lelli si fosse spostato per effettuare il cambio della moltiplica.

La tragedia si svolge in un attimo, prima che gli spettatori la comprendano e un urlo di raccapriccio.
Un cozzo tremendo: un uomo ed una bicicletta sono rotolati, rimbalzando, sull'asfalto.
Valesi ha battuto colla tempia contro la stanga della carretta. Cervellati, che seguiva Valesi, ha visto: scarta a sinistra ma anche il suo tentativo è in parte vano poiché urta colla spalla contro la parte posteriore della carretta e raccolto è poi portato all'Ospedale di Bologna da dove uscirà dopo un mese dì degenza.

Guerrino Valesi, a 22 anni, giace inanimato: le gambe ancor tese nello sforzo che lo doveva portare vittorioso al traguardo abbracciano ancora il telaio della sua «Bianchi». Ha ancora gli occhi aperti come se la visione della vittoria lo accompagnasse alla meta prossima.

Il «Giornale Radio» delle ore 20 diffonde la notizia: colui che il giorno prima esprimeva ai giornali il desiderio che la guerra finisse per partecipare al «Giro d'Italia», è morto colui che avrebbe portato oltre che il suo alto valore di atleta, il nome della sua Castelleone, nelle più dure ed audaci imprese del ciclismo.

Tutta la stampa sportiva italiana, nel commentare il  luttuoso incidente, fu unanime nel dichiarare che il ciclismo italiano aveva avuto in Guerrino Valesi un atleta nel più vasto senso della parola degno d'esser sempre ricordato .

05 Ottobre 2019