L'ANALISI
18 Gennaio 2026 - 05:30
«Un giovane laureato in Germania guadagna in media l’80 per cento in più di un coetaneo italiano, mentre il differenziale rispetto alla Francia è del 30 per cento». E ancora: «Il divario tra Italia ed Europa si è ampliato nel corso degli anni». Un dato clamoroso e, se si vuole, persino sconvolgente quello evidenziato giovedì dal Governatore della Banca d'Italia, Fabio Panetta, all'inaugurazione dell'Anno Accademico dell'università di Messina, parlando dell'annoso e sempre più costoso per l'Italia problema della fuga dei cervelli.
Ma non basta. Nella sua analisi lucida e impietosa, Panetta spiega che non sono solo i bassi redditi a spingere i giovani italiani, anche quelli con istruzione superiore, a emigrare, ma pure «la ricerca di ambienti di lavoro in cui il merito sia pienamente riconosciuto attraverso contratti stabili, impieghi coerenti con le competenze e percorsi di studio professionali. Inoltre, i giovani preferiscono contesti sociali ritenuti più attrattivi, così come la naturale curiosità verso mondi e stili di vita diversi da quelli di origine. Si tratta, specifica, di una mobilità «che favorisce l'accumulazione di esperienze e arricchisce il bagaglio culturale individuale»
Quando, però — avvisa — l'emigrazione riflette le carenze del contesto di partenza, essa si trasforma in una scelta onerosa per chi la compie. E quando i giovani formati nelle nostre università non fanno ritorno nel Paese, la perdita riguarda l'intera collettività. Un'analisi che può essere applicata pari pari alla situazione cremonese e che dovrebbe fare riflettere tutte le componenti della nostra società: dalle imprese alla politica, dal mondo della formazione agli organizzatori del tempo libero.
In poche parole, siamo di fronte a una preoccupante stagnazione dell’attenzione verso il cosiddetto capitale umano. Concetto che Theodore Schultz, premio Nobel nel 1979 per le ricerche pionieristiche nello studio dello sviluppo economico, fu tra i primi, già nel 1960, a inserire nel dibattito sulla crescita. Nel suo discorso da presidente dell’American Economic Association, lo definì «il risultato degli investimenti che ciascuno di noi compie su sé stesso per sviluppare le proprie capacità e realizzare la propria libertà. Lo studio, l’impegno, la tutela della salute sono espressioni fondamentali di questa libertà individuale».
Tornando a Panetta, la valorizzazione del capitale umano non è soltanto una scelta individuale, ma una responsabilità collettiva. «Investire in istruzione, ricerca e formazione significa allora investire a un tempo nelle potenzialità del Paese e nelle aspirazioni dei singoli: nella capacità dei giovani di scegliere, di crescere, di contribuire a un’economia più dinamica e a una società più giusta. È su questa combinazione di conoscenza e innovazione, di impegno individuale e qualità delle istituzioni, che si fonda il progresso delle nostre società nell’era contemporanea».
Riassumendo: l’Italia, Cremona compresa, ha bisogno di più laureati, di pagare loro salari simili a quelli degli altri Paesi europei e di offrire carriere meritocratiche. Soprattutto oggi che siamo di fronte a velocissimi cambiamenti tecnologici, a una forte crisi demografica e tante, spettacolari quanto drammatiche, turbolenze geopolitiche: la crescita sta rallentando e vengono al pettine i nodi strutturali del nostro Paese, che portano a salari bassi e a scarsa produttività. Ed è così che negli ultimi anni circa un decimo dei giovani laureati italiani si è trasferito all’estero.
Una emorragia di idee, energie e innovazione specie in quei settori preziosi per l’industria — ingegneri e informatici — che non viene certo compensata dagli stranieri, anche considerando che fra gli immigrati in arrivo sono una minoranza ad avere un’istruzione superiore. Ce ne sono pochi che studiano nelle università italiane, meno del cinque per cento del totale degli studenti, con pochi esempi virtuosi, a fronte del dieci per cento di Francia e Germania e del 23 del Regno Unito.
Panetta ha citato fra i pochi esempi virtuosi l’università siciliana nella quale stava parlando, che ha una presenza del dieci per cento di stranieri. Una medaglia che Cremona può orgogliosamente mettersi al petto, avendo identica percentuale: gli studenti in arrivo da oltre confine nel 2025 erano 227 su 2.244 totali, numero destinato a crescere con i nuovi corsi universitari.
Il rovescio della medaglia è però rappresentato da quei poco meno di 30mila cremonesi cosiddetti expat, che — come ben documentato sul giornale di ieri — sono iscritti all’Aire, l’anagrafe degli italiani residenti all’estero. Un tasso pari a 64,64 per mille abitanti. A costoro vanno poi aggiunti i tanti che non hanno ‘certificato’ la loro fuga. Un esercito di cervelli e di abilità sfumato per la nostra economia, ma si può dire per la nostra società. Tutta gente in piena maturità lavorativa, tra i 18 e i 39 anni, e per lo più altamente qualificata. Un fenomeno, se vogliamo quantificarlo economicamente, che ha fatto perdere alla Lombardia 23 miliardi di euro in termini di capitale umano tra il 2011 e il 2023.
Non va infine dimenticato che, secondo i dati forniti da Eurostat, Ufficio statistico dell’Unione Europea, l’Italia è uno dei due soli Paesi Ue (l’altro è la Grecia) in cui le persone sono più povere del 3,9 per cento rispetto a vent’anni fa. Che voglia ha di restare un laureato di fronte a offerte di stage e tirocinii a 600 euro al mese? Molla tutto e se ne va semplicemente perché qui non solo non ha un futuro, ma neppure ha la speranza di poterselo costruire. Così accade, come ha ricordato il presidente di Confindustria Lombardia, Giuseppe Pasini, che in Italia «secondo le statistiche nei prossimi dieci anni mancheranno 7-800mila lavoratori».
Sul territorio cremonese entro la fine di febbraio ci saranno poco meno di 7mila nuovi posti di lavoro: alle condizioni che abbiamo detto, quanti verranno effettivamente coperti? Trovare personale preparato anche dalle nostre parti è difficile e si calcola che il 22 per cento delle assunzioni riguarderà lavoratori immigrati.
È urgente una riflessione a 360 gradi su questi aspetti: dovremmo farla tutti insieme, ognuno per quanto attiene alle proprie competenze. Qualcosa si è già mosso, come la sfida di Cremona città universitaria lanciata dalla Fondazione Arvedi Buschini: ora che le strutture ci sono e propongono insegnamenti di qualità, per decollare definitivamente questa scommessa deve farsi patrimonio collettivo della città e del territorio. Il giornale è pronto non solo a ospitare interventi e riflessioni, ma anche a farsi carico di favorire il confronto. A patto, però, che tutti battiamo un colpo.
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