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IL FUTURO DELLA CITTÀ

Don Codazzi: "Cremona resterà solidale e generosa, ma sarà a rischio solitudini"

Il direttore della Caritas: "L’avvenire è legato alla capacità e alla possibilità di fare figli. Centrali anche il lavoro e la casa"

Massimo Schettino

Email:

mschettino@laprovinciacr.it

01 Febbraio 2022 - 05:25

Don Codazzi: "Cremona resterà solidale e generosa, ma sarà a rischio solitudini"

Don Pier Codazzi, direttore della Caritas

CREMONA - Dopo politici, rappresentanti delle categorie economiche, sindacalisti e società civile, uno sguardo al futuro di Cremona lo getta chi vede la città e i suoi mutamenti da un punto di osservazione molto particolare, quello degli ultimi. Nell’ambito del dibattito in corso sulle pagine de La Provincia a fare una riflessione sui possibili scenari di evoluzione della città e sulle priorità da mantenere è oggi don Pier Luigi Codazzi, dal 2019 incaricato diocesano per la pastorale caritativa e direttore della Caritas cremonese.

Don Codazzi, quale futuro vede per Cremona e quali rischi può nascondere?


«Sono cremonese, nato e cresciuto in questa città che da sempre si dimostra molto generosa e solidale. Il futuro, quindi, lo vedo dentro questi confini. Una città vivibile che avrà un futuro. Mi accorgo però girando nelle scuole, negli oratori e nelle case che Cremona è una città che sta invecchiando molto e il suo futuro è legato fisicamente alla capacità e alla possibilità di ‘generare’ figli: mi fanno paura la denatalità e le preoccupazioni che rischiano di soffocare i progetti di vita di tante famiglie. Non vedo quindi un rischio di chiusura della città su se stessa, quanto piuttosto il rischio che non ci sia ricambio generazionale. Per questo, in questa logica, trovo una grande idea l’insediamento in via Bissolati del nuovo campus della Cattolica a Santa Monica e quello, progettato, del Politecnico nell’area dell’ex caserma Manfredini e, più in generale, l’orientamento di voler fare di Cremona anche una città universitaria. È una bellissima sfida dal punto di vista del futuro. Cremona potrà restare una città vivibile e solidale, ma a patto di avere prospettive demografiche».

Stiamo lasciando indietro qualcuno? Chi?


«L’infanzia. Serve più attenzione ai preadolescenti, ragazzi e ragazzi delle medie che sono spesso senza punti di riferimento. Il rischio, accentuato in questi anni di pandemia, è la solitudine. Mi preoccupa il disagio esistenziale avvertito dai giovani che si sentono derubati di una parte importante della loro vita. Dovremmo aiutarli a cogliere le opportunità, ad esempio della riscoperta delle relazioni intergenerazionali. E la solitudine riguarda anche gli anziani. Non penso tanto a quelli inseriti nella fitta rete delle Rsa, ma alle solitudini invisibili. Serve più attenzione alla vita di quartiere, di comunità. Invece siamo tutti di corsa e ci accorgiamo poco di chi ci vive accanto. Il tema della solitudine mi sembra centrale. Aggiungerei un’attenzione particolare per le fasi di seconda accoglienza dei migranti, cioè persone e famiglie che sono con noi da 10 o 15 anni: servono percorsi di maggiore integrazione sia abitativa che culturale e sociale. Occorre un pensiero che non ci faccia parlare di migranti solo in termini di nuovi arrivi (cosa necessaria), ma che ci inviti a significativi percorsi di comunità e di territorio».

 Siamo tutti di corsa e ci accorgiamo poco di chi ci vive accanto. Il tema della solitudine mi sembra centrale

Quali decisioni occorrono per un futuro della città più equo e socialmente sostenibile?


«Il tema del lavoro è centrale. Cremona purtroppo offre molto poco e le persone spesso devono spostarsi verso Milano o altri centri delle provincie vicine. In particolare incontriamo persone (italiani e stranieri) molto fragili, che si muovono per lavoro nei centri della logistica o per mansioni poco qualificate e che devono anche affrontare la spesa e il disagio dello spostamento. Incentivare le opportunità di lavoro e di lavoro stabile significa dare dignità alle persone e permettere loro, spesso, di uscire dal circuito dell’assistenza. Altro tema centrale in parte collegato al lavoro è il tema della casa. Chi ha contratti di lavoro fragili non trova disponibilità di abitazioni sul mercato immobiliare privato e questo, in breve, può causare a cascata un aggravamento della condizione delle persone. Bisogna impegnarsi a fondo su questi due aspetti: due anni di pandemia hanno accentuato le difficoltà».

Qual è stato l’impatto del Covid sui più fragili?


«Con la pandemia si sono scoperte fragilità nuove e si è ritrovato in difficoltà anche una parte di persone chi viveva una situazione apparentemente tranquilla. Penso, ad esempio, a chi lavorava nella ristorazione. Bene i bonus che sono stati erogati da Comune e Governo. Ma i redditi sono entrati in profonda crisi. Purtroppo vediamo, nei nostri centri di ascolto, aumentare richieste (ad esempio di aiuti alimentari) che sembravano ormai marginali. Eppure sono tornati a crescere. Chi non pensava di poter cadere in questa dimensione fa fatica, più ancora di chi invece era ‘abituato’. A questo si aggiungono i rincari delle

Nei nostri centri di ascolto vediamo aumentare richieste (ad esempio di aiuti alimentari) che sembravano ormai marginali

bollette che porteranno senz’altro a maggiori richieste di aiuto. L’emergenza ci ha anche messo nella condizione di renderci conto della necessità di percorsi di accompagnamento individualizzati. Ha fatto emergere la necessità di rendere più stabili questi percorsi e più ‘cuciti’ sulle necessità. Erogare la borsa alimentare risponde ad una emergenza. Ma, in altri casi, si deve sostenere in modo diverso: con la ricerca del lavoro, con un tirocinio formativo, con una bici elettrica che ti permetta di raggiungere in autonomia il lavoro che ti è offerto. E questo ti fa ritrovare anche dignità. Devo ringraziare i tanti centri di ascolto Caritas e San Vincenzo, le tante realtà di volontariato che, in sinergia con gli enti pubblici, ogni giorno mettono in campo uno sforzo faticoso, ma creativo, personalizzando le risposte ai bisogni che emergono. Dobbiamo essere attenti all’ascolto delle persone per dare risposte pertinenti a ciascuno. Risposte generiche possono essere sbagliate».

Cosa fa la Caritas per la città e cosa potrebbe fare di più?


«Nel 2021 la borsa di Sant’Omobono ha sostenuto più di 400 situazioni, ma l’ottica è quella, come si diceva, di fornire risposte non legate solo all’emergenza, individuando percorsi di uscita dall’assistenza. Per questo, chi prende in carico le richieste deve avere le competenze per ascoltare, rispondere e indirizzare. La Caritas è anche una realtà che ha generato i cosiddetti servizi

L’ottica è quella di fornire risposte non legate solo all’emergenza, individuando percorsi di uscita dall’assistenza

segno: la più conosciuta è la Casa dell’accoglienza. Ospita il centro di ascolto; il centro di prima accoglienza in accordo con il Comune; un piccolo ambulatorio con medici volontari; il dormitorio (che prima funzionava solo da novembre ad aprile) aperto 365 giorni all’anno e che ospita, pur con le limitazioni imposte dal Covid, 10 o 12 persone ogni notte. Anche per i senza tetto, ove possibile, si cercano percorsi di ripresa. All’interno della Casa dell’accoglienza c’è la bellissima esperienza delle cucine benefiche, gestite dalla San Vincenzo, e soprattutto, si dà accoglienza quotidiana a tanti italiani e immigrati. È un’esperienza molto articolata e complessa, che nel tempo ha subito e subirà diverse mutazioni. Siamo poi impegnati nelle emergenze nazionali e internazionali: dalle alluvioni ai terremoti, alle guerre conosciute e sconosciute. Nei mesi scorsi, dopo la ripresa del potere dei Talebani, abbiamo accolto in città una decina di afghani e li abbiamo aiutati con corsi di lingua italiana e percorsi giuridici per ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato, per poi arrivare all’autonomia. Non vanno dimenticate le strutture che la Caritas ha generato in questi anni sul territorio: la Casa della Speranza, a Borgo Loreto, per i malati di Aids; la Casa di Nostra Signora che accoglie le donne oggetto di violenza, a volte con i loro figli; una comunità maschile per minori a Cortetano e una femminile, Comunità Lidia, per ragazze minorenni in difficoltà; la pet therapy con gli asinelli della Isla de Burro a Zanengo e a Marzalengo la comunità S. Francesco per mamme tossicodipendenti con i loro figli; l’impegno nella casa circondariale».

Ma il lavoro della Caritas è isolato o si muove insieme alla città?


«Nessuno può affrontare da solo le sfide del futuro. Il tema dell’insieme è fondamentale. E la pandemia, se ce n’era bisogno, lo rimarca ogni giorno. È necessario condividere le azioni con il territorio, le parrocchie, gli enti locali, la sanità pubblica e privata, i Servizi sociali del Comune e l’associazionismo. Non ci stancheremo di sforzarci su questo aspetto e la collaborazione con il

La collaborazione con il Comune e la sanità pubblica locale non è mai mancata

Comune e la sanità pubblica locale non è mai mancata, sia per l’aspetto sanitario — come quando ad esempio abbiamo potuto vaccinare i senza tetto privi di documenti —, sia per l’assistenza alle situazioni di fragilità sociale. Penso all’esperienza di CremonAiuta, al volontariato di ogni estrazione, ma anche alla sinergia che ogni giorno si condivide con i servizi sociali del territorio».

Quale sguardo dunque per immaginare la città che sarà?


«Al futuro di Cremona dobbiamo guardare insieme e con gli occhi rivolti alle giovani generazioni».

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