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IL FUTURO DI CREMONA

Rivoltini: "Le potenzialità inespresse saranno la nostra ricchezza"

Il presidente di Confartigianato: "Abbiamo gambe per recuperare. Puntiamo su agroalimentare, turismo, liuteria, industria e università"

Elisa Calamari

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redazioneweb@laprovinciacr.it

29 Gennaio 2022 - 05:15

Rivoltini: "Le potenzialità inespresse saranno la nostra ricchezza"

Massimo Rivoltini, presidente di Confartigianato Cremona

CREMONA - Dopo politici e rappresentanti sindacali, la palla ripassa al tessuto economico. A parlare del futuro di Cremona arricchendo il dibattito aperto dal direttore del quotidiano La Provincia, Marco Bencivenga, è ora Massimo Rivoltini, presidente di Confartigianato e guida della Rivoltini Alimentare Dolciaria. E lo fa con riflessioni ad ampio respiro, che toccano tutti gli ambiti senza prescindere dalla complessa situazione sanitaria che stiamo affrontando.

Parliamo di rilancio a breve-medio termine: cosa manca a Cremona per concretizzarlo?


«Tutti dicono manca questo e quello, ma io direi che prima bisogna partire da quello che invece abbiamo: solo avendo una percezione esatta di quelle che sono le nostre potenzialità, possiamo capire cosa effettivamente c’è ancora da fare. Partiamo quindi dal presupposto che a Cremona non mancano cose fondamentali, non siamo all’anno zero. Ma il punto è che occorre la possibilità di dare finalmente gambe a tutte le potenzialità inespresse o poco espresse e ce lo diciamo da tempo. Abbiamo agroalimentare, agricoltura, allevamento, turismo, liuteria, industria manifatturiera, università...».

E perché allora queste potenzialità non vengono del tutto sfruttate?


«Ecco, qui arriviamo a quello che effettivamente manca. Ad esempio l’infrastrutturazione: Cremona è isolata. Per essere appetibile un territorio deve essere smart a livello di accessibilità. Pensiamo al calo demografico: se Cremona fatica a dare lavoro a chi ci vive e uno è costretto a spostarsi per lavorare, magari a Milano trascorrendo buona parte della giornata sul treno, è logico che prima o poi cerchi di avvicinarsi trasferendosi. Quindi il problema non è solo l’offerta di manodopera e professionalità in loco, ma anche la possibilità che chi lavora in zone limitrofe possa spostarsi in tempi ragionevoli. E lo stesso discorso vale per il turismo: è difficile arrivare a Cremona».

Per essere appetibile un territorio deve essere smart a livello di accessibilità

Quindi c’è un problema di collegamenti stradali.


«Sì, pensiamo ad esempio ai turisti che vogliono spostarsi dal Lago di Garda a Cremona: se uno non ha l’auto è un’impresa. E poi ricordo che la Cremona-Mantova è un progetto di più ampio respiro. Infine non dimentichiamo il Po, si parlava di sfruttarlo maggiormente già negli anni ‘70».

Si dice spesso che molti progetti si arenano perché manca la capacità di fare squadra: è così?


«Da una parte può essere vero, ma dall’altra abbiamo esempi che dicono l’esatto contrario. Penso ai risultati importantissimi ottenuti da Camera di Commercio e Fiera. E ci sono tanti altri esempi. Va detto che però Cremona è poco ricettiva nei momenti di picco dell’afflusso, come in occasione di Fiera del bestiame e Festa del torrone. La colpa non è certo degli albergatori, perchè a loro manca la possibilità di mantenere uno standard di utilizzo tutto l’anno: Cremona vive spesso di lampi».

L’Università non è un lampo.


«Il Craft è un laboratorio importantissimo per le aziende cremonesi e Santa Monica rappresenta un investimento sul futuro. Ma comporta un fabbisogno di alloggi e ricettività che Cremona al momento non ha. Questo, con l’aiuto del privato, può essere uno stimolo molto importante. Le città universitarie vivono di università a 360 gradi, certo che devono essere accoglienti e attrattive».

 Vogliamo riportare i piccoli artigiani in centro storico, ma questo deve essere maggiormente accessibile

E Confartigianato cosa sta facendo per rendere Cremona più accogliente e attrattiva?


«Abbiamo fra altro avviato un progetto che si chiama Percorsi accoglienti, con i nostri liutai, restauratori, pasticceri che diventano portavoce della città. Vogliamo riportare i piccoli artigiani in centro storico, ma questo deve essere maggiormente accessibile ad esempio con vere soste smart. Le potenzialità a livello artigianale sono enormi, ma serve spingere sulla promozione di eventi, sulle botteghe storiche. Più che cercare qualcosa di nuovo, avremmo bisogno di dare valore a ciò che già abbiamo. E vogliamo darlo».

Come possono i privati aiutare le istituzioni e viceversa?


«Cremona deve investire su chi vuole entrare e per farlo bisogna puntare sui servizi ma anche e soprattutto su uno snellimento della burocrazia. Noi imprenditori siamo spesso rimpallati e la burocrazia diventa una scusa per dare la colpa a qualcun altro. E poi bisogna puntare su un commercio di qualità, per non fare diventare la città amorfa e priva di carattere: come ho già detto Cremona deve puntare sulle sue eccellenze, in primis dell’agroalimentare. Sul tema pubblico-privato, proprio ieri c’è stato un incontro sull’apertura di un corner nell’area di Orio al Serio dopo il check-in: potrà ospitare i prodotti tipici di Cremona. Ecco, in questo caso l’amministrazione aiuta il privato attraverso questi progetti, ma il privato aiuta l’amministrazione perché il prodotto diventa ambasciatore della città, racconta Cremona. Torniamo dunque a quel che dicevo prima sulle sinergie: ci sono eccome. La città è la vetrina dei privati e i privati sono lo specchio della città».

Bisogna puntare su un commercio di qualità, per non fare diventare la città amorfa e priva di carattere

Si parla spesso di fuga dei giovani: come trattenerli?


«Dobbiamo creare di nuovo una cultura imprenditoriale sui giovani, una cultura del lavoro non solo di concetto ma anche manuale e artigiano. I giovani non si aiutano solo dando loro euro e una pacca sulle spalle: serve un aiuto intangibile che sta nell’accompagnarli e seguirli in un percorso che coinvolga il pubblico, il privato, le associazioni, le banche. Un percorso complesso, difficile da attuare perché non legato esclusivamente al monetario. Stiamo intraprendendo questa strada».

Parliamo di progetti: cosa pensa del nuovo ospedale?


«Io accolgo sempre positivamente le nuove opportunità e questa lo sarà. Ma lo strumento senza chi lo utilizza non ha nessun valore. Se questa struttura all’avanguardia sarà parte di un progetto molto più ampio ben venga, anche perché penso che un ospedale sia destinato a portare un indotto non da poco. Però non pensiamo che un ospedale risolva tutti i problemi, sarebbe come pensare che imbracciare un violino faccia diventare Uto Ughi».

E il Pnrr?


«Una grande opportunità, ma vedo una euforia forse eccessiva: sono soldi prestati, che vanno assolutamente vincolati a percorsi imprenditoriali che creino valore aggiunto».

E che si auto-sostengano...


«Esatto. Dobbiamo ricevere talenti e restituirli decuplicati. Questo è l’approccio da adottare con questi fondi». 

Non è vero che crescita e espansione economica portano per forza a problemi ambientali

Sviluppo si scontra con ambiente?


«Devono andare di pari passo, non è vero che la crescita e l’espansione economica portano per forza a problemi ambientali. Ieri a Cremona è stato firmato un protocollo tra Ato, Padania acque, associazioni di categoria: una svolta epocale che sta facendo scuola in Italia. É la prova che si va verso il rispetto della sostenibilità ambientale».

C’è però un punto di domanda che incide su tutti gli ambiti: il Covid.


«L’uomo è sempre uscito dai disastri. Penso che il Covid sia stato un tasto di reset, perché ha cambiato il mondo. Dobbiamo ricominciare cercando le chiavi di lettura con una nuova mentalità. La mia generazione deve avere l’umiltà di capire che il futuro è dei giovani: dobbiamo aiutarli. Io non sono un medico, ma penso che ne usciremo. Noi abbiamo rispettato e continueremo a rispettare le leggi, però devono essere chiare e applicabili».

Nello specifico?


«Le nostre aziende sono state bravissime ed è ormai chiaro che i contagi non sono da imputare ai luoghi di lavoro. I nostri artigiani hanno sofferto in silenzio, si sono ingegnati, impegnati al massimo. Ma non sono stati ristorati adeguatamente. E il tutto, purtroppo, con una certa mancanza di chiarezza. Ecco, il rammarico è proprio questo: il politico prima di prendere decisioni dovrebbe almeno ascoltarci».

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